Trump al Messico: “O paga il muro o niente incontro”. E Peña Nieto annulla il viaggio a Washington

ULTIMO AGGIORNAMENTO 23:44

Prima crisi politica per il neo presidente Donald Trump che è stato investito da una bufera per il controverso caso della costruzione del muro al confine con il Messico e per il giro di vite contro l’immigrazione clandestina che ha dato ordine di applicare contro le cosiddette “città santuario” e, non per ultimo, l’ennesimo apprezzamento alla pratica di tortura del waterboarding.

La rottura con il presidente messicano

La prima conseguenza delle sue dichiarazioni è la rottura con il presidente del Messico Enrique Peña Nieto. Il “duello” tra i due leader si è svolto a colpi di tweet. Sulla piattaforma dei cinguettii, infatti, Donald Trump ha nuovamente affermato di voler attribuire tutti i costi della costruzione del muro al Messico, ipotesi che non è andata giù al suo omologo messicano. Enrique Pena Nieto ha annullato la sua visita dopo che Trump lo aveva ammonito a non venire “se il Messico non è disposto a pagare per il muro di cui c’è disperato bisogno”. Un muro che costerà 12-15 miliardi di dollari, ha annunciato lo speaker della Camera Paul Ryan, prevedendo che il Congresso approvi i fondi entro fine settembre. Nieto, che aveva in programma un viaggio a Washington per rinegoziare l’accordo commerciale nord americano (Nafta), aveva reagito subito al suo annuncio sulla nuova barriera, chiedendo “rispetto” per la sovranità nazionale e ribadendo che il suo Paese “non crede nei muri” e “non pagherà alcun muro”.

I vescovi americani e le proteste dei cittadini a Manhattan e Filadelfia

Il muro e la stretta sugli immigrati stanno mobilitando la protesta nel Paese. Da un lato sono scesi in campo i vescovi Usa: la Conferenza episcopale americana ha criticato una politica che aumenterà le sofferenze e lo sfruttamento. Dall’altro è tornato in strada il popolo anti Trump: ieri con una veglia di alcune centinaia di persone vicino alla Casa Bianca e con una marcia a Manhattan di migliaia di manifestanti (al grido di “resistere”, “nessun muro, questa è la nostra New York”, “io sto con gli immigrati”), oggi con oltre 3000 attivisti a Filadelfia all’arrivo del tycoon per il “ritiro” dei repubblicani, omaggiato dalla premier britannica Teresa May. In rivolta anche le cosiddette “città santuario”, quelle che proteggono gli illegali e alle quali Trump ha deciso di tagliare i finanziamenti federali. Sono circa 300, tra cui Chicago, San Francisco, Newark (New Jersey), New Haven (Connecticut). New York, che potrebbe vedersi togliere 7 miliardi di dollari, guida la protesta con il sindaco Bill de Blasio: “Questo è il sogno americano davanti ai vostri occhi. Non permetteremo che ce lo tolgano”, ha detto ai manifestanti, promettendo di difendere “tutti, a prescindere da dove vengono e dai loro documenti di identità”.

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