ISRAELE AL VOTO DA QUESTA MATTINA. PARTITA DECISIVA PER IL MEDIO ORIENTE

Poche ore e Israele conoscerà il suo futuro. Da questa mattina i cittadini di tutto il Paese si stanno recando alle urne per scegliere i 120 membri della Knesset, il Parlamento monocamerale dello Stato Ebraico.  Ma soprattutto a decidere se sia giunta al capolinea l’era di Netanyahu – in questo senso molti analisti vedono questa tornata elettorale come una sorta di referendum sul premier uscente -. Il Likud (il partito conservatore guidato dal premier ucente) sarebbe indietro nei sondaggi, rispetto alla coalizione di centrosinistra, Unione Sionista, guidata dalla “strana coppia” Isaac Herzog-Tzipi Livni, quest’ultima ministro della Giustizia nel governo Netanyahu fino a dicembre scorso.

Netanyahu ha messo al centro del suo programma il tema della sicurezza. E’ volato fino in America per scuotere l’opinione pubblica sui pericoli che vengono dall’Iran, mentre in casa ha alzato i toni sulla minaccia palestinese, fino a promettere che in caso di sua rielezione non ci sarà possibilità per la nascita di uno stato della Palestina: “Chiunque lavori per creare uno Stato palestinese o intenda ritirarsi dal territorio sta semplicemente cedendo territorio per attacchi di terroristi islamici contro Israele” ha affermato. La mossa della disperazione per recuperare un consenso sciupato nel tempo. Due anni fa il suo partito vinse di un soffio, tanto da essere costretto a un governo delle larghe intese. Esperienza durata poco e che ha portato allo scioglimento della Camera.

Gli argomenti di Bibi non hanno influito sul consenso nella misura sperata, lasciando di fatto invariata la distanza dagli avversari. Soprattutto rispetto a Herzog, che ancora ieri accusava il rivale di far leva sui timori per la sicurezza per distrarre la popolazione dai grandi temi sociali, come il costo della vita, su cui il dibattito interno è molto acceso. Le elezioni, ha detto, “sono una scelta tra cambiamento e speranza da una parte e delusione e fallimento dall’altra”. La terza forza a entrare in parlamento dovrebbe essere quella risultante dall’unione dei quattro partiti arabi.