Storie dalla guerra e dai bunker: l’intervista di Interris.it a Valerio Nicolosi

La testimonianza del giornalista italiano arrivato a Kiev poche ore prima dell'inizio del conflitto, ora in Romania per raccontare l'accoglienza dei profughi ucraini

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Nell’inferno della guerra ci sono anche i giornalisti. Le immagini, le storie, i video, i racconti che ci informano da quattro settimane su quello che accade in Ucraina è il frutto del lavoro generoso di donne e uomini dell’informazione che rischiano anche la vita affinché tutto il mondo sia informato sul conflitto in corso tra Russia e Ucraina. Tra questi c’è anche un giovane giornalista italiano, Valerio Nicolosi, che i telespettatori italiani hanno imparato a conoscere soprattutto nei primi giorni del conflitto quando si trovava nella capitale ucraina. Da Kiev ha inviato racconti e reportage. Dopo un breve rientro in Italia, Valerio è ora in Romania – al confine con l’Ucraina – dove lo abbiamo raggiunto telefonicamente per una intervista-testimonianza.

Sei stato a Kiev fino a pochi giorni fa, che situazione hai trovato e che situazione hai lasciato?

“Io sono arrivato a Kiev la sera prima dell’attacco, sono atterrato per le sette di sera del 23 e quando sono arrivato ho trovato una città normale, con i locali aperti, ho girato in taxi e ho cenato nel ristorante del mio hotel tranquillamente. Da quando però hanno iniziato a bombardare, ovvero la notte del 24, tutto è cambiato completamente: i civili hanno iniziato a scappare dalla città, li vedevo mentre cercavo di caricare quanta più roba possibile in macchina per poi dirigersi verso Ovest, creando quelle lunghe file di machine che abbiamo visto tutti. Ho lasciato una città sotto assedio ma che lentamente si stava fortificando, specialmente nella capitale. I primi giorni sono stati i più caotici perché c’era paura dei sabotatori e difficilmente si potevano fare foto o video, mentre adesso se sei un giornalista è possibile. Si tratta di una città che sta resistendo ad un esercito apparentemente più forte che però manca di motivazione, cosa che invece anima il popolo ucraino”.

Raccontare la guerra: qual è il confine tra la notizia, il lavoro e le emozioni personali?

“I primi giorni era veramente complicato poter girare per la città liberamente, infatti durante la prima settimana si sono viste solo immagini di persone al riparo nella stazione della metropolitana. A volte quindi sei obbligato, come nel mio caso, a 39 ore di coprifuoco nel quale non puoi uscire e allora racconti l’assedio secondo il tuo personale punto di vista. Quindi diciamo che la notizia deve sempre essere il centro principale e noi giornalisti non dobbiamo essere la notizia, bisogna raccontare le notizia e non esserlo. Il primo risvolto è quello della sicurezza che è fondamentale mentre il secondo è quello di mettere meno ego e più informazione, cosa che non sempre avviene nel mondo del giornalismo”.

Ti abbiamo visto per le strade deserte di Kiev e nei bunker con gli ucraini… quali storie hai raccolto? Che persone hai incontrato?

“Ho raccolto storie di persone, a volte italiane perché si trovavano in rifugio con me, a volte ucraine perché le andavo a cercare per la città: persone normalissime che si sono ritrovate inghiottite dalla guerra. Ho raccontato storie di persone normali, molti che hanno deciso di scappare e molti invece che si sono arruolati. In questo momento infatti c’è la legge marziale in Ucraina, che prevede che gli uomini dai 18 ai 60 anni non possono lasciare il Paese, ma senza l’obbligo di arruolarsi. Ho raccontato anche di molte persone che, per paura che si possa istituire l’obbligo di arruolarsi, sono scappati per continuare a fare il proprio lavoro o stare con i propri figli e la propria mogie. Ho incontrato persone normali e ho cercato di mettere a fuoco le loro storie personali perché se facciamo troppa cronaca di guerra poi ci dimentichiamo che a subire la guerra alla fine sono le persone e se togliamo questo, sembra di giocare a risiko e non è così”.

C’è un episodio che ti ha colpito più di tutti?

“L’episodio che mi ha colpito più di tutti è quello di un ragazzo, poco più ventenne, che si trovava sul mio stesso bus insieme alla sua fidanzata e non è potuto uscire dal confine perché in età di armi. Si trovavano seduti in fondo al pullman e durante l’evacuazione lui è dovuto restare in Ucraina, così la ragazza ha deciso di restare con lui. Credo che questa sia la guerra, il metterti davanti a delle scelte difficili che ti cambiano la vita e che a volte te la fanno anche perdere. Sono momenti difficili dia vivere ed è stato difficile guardarlo, quindi non posso immaginare cosa voglia dire viverlo”.

Avresti mai immaginato di raccontare una guerra nel cuore dell’Europa?

“No, non lo avrei mai pensato nonostante io in realtà non abbia una grande passione per l’Europa dell’Est, tanto che non conoscevo neanche Kiev. Sono infatti arrivato il 23 pensando di avere a disposizione un paio di giorni per conoscere e studiare la città, incontrare gli abitanti. Fa strano raccontare una guerra all’interno dell’Europa, soprattutto perché oggi la stiamo vivendo tutti”.

Ora sei in Romania, al confine con l’Ucraina. Come vivono la situazione i paesi confinanti?

“I paesi al confine stanno subendo una pressione migratoria senza precedenti, conta che nel 2016, quando ci fu il massimo di arrivi in Italia si parlava di 181 mila persone in anno, mentre qui parliamo di 4 milioni di persone (10 milioni compresi i profughi interni) in meno di un mese. La stanno gestendo benissimo nonostante siano paesi che storicamente si sono sempre opposti alle quote di ridistribuzione dei migranti che arrivano dalla rotta balcanica, invece stanno dando grande solidarietà e spero che questo possa anche servire da messaggio all’Europa ad adottare lo stesso tipo di accoglienza”.

Come si stanno organizzando per l’accoglienza dei profughi?

“L’organizzazione in Romania è ottima, le istituzioni e i volontari si sono messi a completa disposizione ed è tutto perfettamente organizzato, dall’arrivo alla frontiera con l’accoglienza dei vigili del fuoco fino ai bus che spostano i profughi. In Romania lavorano dalle 6 del mattino alluna di notte, per esempio le autorità hanno messo a disposizione i mezzi dei vigili del fuoco che portano le persone ai palazzetti dello sport, nelle palestre. C’è una rete capillare che segue le persone fino al momento in cui partono”.

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