LA VOCE DEGLI ULTIMI

Progetto Satin contro lo sfruttamento. Testimonianze di assistenza e integrazione sociale

Progetto anti-sfruttamento. Il numero verde è promosso dal Progetto Satis, sistema antitratta toscano di interventi sociali. Nell’ultimo anno ha ricevuto 567 chiamate. Per poi andare a gestire 203 situazioni di sfruttamento. I dati sono stati presentati a Firenze. Nel corso di una conferenza tenuta a Palazzo Strozzi Sacrati, sede della presidenza della Regione Toscana. Satis è un progetto realizzato dal comune di Viareggio in collaborazione con la Zona Distretto Versilia. In sinergia con la Regione Toscana. E cofinanziato dal Dipartimento pari opportunità della presidenza del consiglio dei ministri e da molti enti locali. Si occupa di contrastare i fenomeni di sfruttamento lavorativo, prostituzione. E di opporsi alle attività illegali forzate. Come lo spaccio, i furti per conto terzi, la tratta delle persone.

Progetto sociale

Gli obiettivi del progetto includono la presa in carico delle persone vittime di sfruttamento. Oltre al contrasto della tratta di essere umani. E alla tutela e promozione dei diritti degli sfruttati. Per assicurare la qualità della vita sociale e la salute collettiva. Il progetto è costituito da cooperative e associazioni operanti su tutto il territorio toscano fin dal 1990. Dopo le iniziali azioni di emersione, identificazione e primo aiuto (da quest’anno anche in occasione degli sbarchi nei porti toscani di Livorno e Carrara). Gli animatori del progetto sono impegnati nella realizzazione di programmi di assistenza e integrazione sociale. Azioni di emersione, identificazione e prima assistenza. E strategie di prevenzione, protezione e reinserimento socio-lavorativo delle vittime. Il pioniere e il punto di riferimento in Italia della lotta alla tratta è stato per decenni don Oreste Benzi, “infaticabile apostolo della carità” in cammino verso la sanità. Francesco, ricevendo in udienza la comunità Giovanni XXIII da lui fondata, ha detto che il Servo di Dio “guardava i giovani con gli occhi e il cuore di Gesù”. E “stando vicino a quelli che si comportavano male, che erano sbandati, ha capito che a loro era mancato l’affetto dei genitori e dei fratelli. Allora Don Oreste, con la forza dello Spirito Santo e il coinvolgimento di persone a cui Dio dava questa vocazione, ha iniziato l’esperienza dell’accoglienza a tempo pieno, della condivisione della vita”.  Evangelicamente l’albero si riconosce dai frutti e la sua testimonianza è più viva che mai.

Cultura dell’incontro

“Incontrai Don Benzi al Palazzetto dello Sport di Fabriano e rimasi rapito dall’ascoltare le sue testimonianze incredibili sul mondo dei poveri e degli ultimi della terra. Dopo quella conoscenza, lui stesso mi cercò, invitandomi a raggiungerlo nella zona industriale di Firenze– racconta don Aldo Buonaiuto, sacerdote di frontiera della comunità Giovanni XXIII e autore del libro-inchiesta “Donne crocifisse” (Rubbettino, con la prefazione di papa Francesco)- Ebbene, dopo oltre dieci anni di vita religiosa, fui invitato da un sacerdote di quasi settanta anni a raggiungerlo alle due di notte in una zona malfamata di Firenze. Mi disse che andava a incontrare “le nostre sorelline” e io non potevo mai immaginare che si trattasse delle donne vittime della tratta della prostituzione”. Prosegue don Buonaiuto: “Appena arrivato sul luogo dell’appuntamento vidi questo sant’uomo che mentre camminava tra i campi con un fascio di rosari fluorescenti su un braccio, chiamava a voce alta queste ragazze ‘Sisters, sisters, come here! I’am pastor: don Oreste Benzi’. Ecco, io vidi questa scena e mi vennero immediatamente in mente le parole di Gesù ‘il regno dei cieli è qui, su questa terra’. Io vidi il regno dei cieli nella persona di un sacerdote, di cui ho subito percepito il profumo di santità e che riusciva a rendere presente il regno dei cieli proprio lì, in un covo di persone vittime di una schiavitù ignobile. Vidi Don Benzi quella sera benedire sulla fronte queste ragazze, regalare loro il Santo rosario fosforescente che si mettevano intorno al collo e presero in mano”.

Dalla parte delle vittime

“Ricordo che la prima volta mi fece molta impressione dare la mano a queste donne, ma vidi subito il sorriso luminoso e incoraggiante di don Oreste Benzi nell’intonare i canti del ‘Padre Nostro’ e delle altre preghiere. Imparai da lui a domandare a queste povere vittime: ‘quanto soffri?’, a differenza di quanto chiedono tutti quelli che si presentano a loro con la domanda ‘quanto vuoi?’– aggiunge don Buonaiuto-. Erano gli anni ’90, quando la prostituzione in Italia subì un grande boom con l’arrivo di migliaia di donne dalla Nigeria e dall’Albania. Don Benzi riusciva sempre a convincere molte di queste ragazze, seduta stante, a lasciare la strada, il meretricio, la schiavitù, a vincere la paura, liberarsi dalle catene delle organizzazioni criminali e a realizzare una vera e propria fuga. La notte del nostro primo appuntamento ne riuscì a convincere tre“. Ma, prosegue don Buonaiuto, “nella sua automobile c’erano solo due posti e quindi mi disse di portarne una a Roma, dove vivevo e studiavo. E così, io, un giovane diacono, mi ritrovai a far salire in macchina con me una di queste donne. Don Oreste mi suggerì di portarla al pronto soccorso, nell’ospedale in cui stavo facendo un servizio di volontariato per il cappellano. Questa donna si chiamava Blessing”.

Senza scrupoli

Fu il viaggio più imbarazzante, sorprendente e spirituale della mia vita perché, ricordo, che pregammo lungo tutto il viaggio l’Ave Maria e non riuscivo a credere ciò che stavo io stesso compiendo. Ero in macchina con una “prostituta”, recitando il Rosario, portandola in un “rifugio” improvvisato. Scoprii più tardi, che tutte queste ragazze cambiavano i loro nomi, una volta arrivate in Italia. Le nigeriane si chiamavano quasi tutte Joy e Blessing, le rumene invece tutte Anna o Maria. Non dovevano rivelare assolutamente la loro identità e quello che c’era dietro ad ognuna di loro. Fu così che, da quella fatidica sera, don Oreste Benzi non lo lasciai più. Appena arrivato nel mondo dell’associazione Papa Giovanni, ero animato da grande entusiasmo. E avevo le energie di un giovane sacerdote supportato dall’appoggio fondamentale di don Oreste Benzi, dalla sua fede e dalla sua forza che mi trasmisero il giusto slancio per poter iniziare questa avventura dedicandomici totalmente. Parliamo degli anni ’90. Il racket in quel periodo agiva con una modalità molto più spregiudicata rispetto ad oggi. All’epoca i malviventi albanesi e i nigeriani erano senza scrupoli perché si sentivano meno controllati e, quando andavano a cercare le ragazze che gli venivano rapite, sparavano o mostravano le armi, minacciavano in modo esplicito. Io stesso ho dovuto affrontare problemi molto gravi con i protettori. Il venire in soccorso di una donna schiavizzata rappresentava un rischio molto alto. Si andavano a toccare interessi dei criminali che investivano i soldi della prostituzione in armi e droga. Era terribilmente sconvolgente, poi, il ruolo delle “donne cavia” che venivano seviziate e punite davanti a tutte le altre. Per incutere il terrore alle nuove arrivate affinché rispettassero il regolamento dei magnaccia.

Profezia

“Oggi, ancora più di ieri, non possiamo tacere sentendo questa tragedia umana come un’ingiustizia insopportabile – sostiene don Buonaiuto-. Invece di speculare su un tema così drammatico bisognerebbe conoscerlo approfonditamente, affrontare la cruda realtà delle schiave del sesso per liberarle e riscattarle, piuttosto che mantenerle come tali o addirittura investirvi per trarne profitti. Don Benzi ci ha insegnato a non tacere dinanzi a quelle che, di fatto, sono delle ingiustizie insopportabili. Sì, perché vedere una quindicenne o una ventenne su un marciapiede, calpestata, violentata ogni notte, comprata, usata e gettata peggio di un rifiuto è davvero raccapricciante“. Diceva don Oreste Benzi: “I maschi devono capire che se vanno dalle prostitute contribuiscono a schiavizzare queste ragazze e a incrementare le organizzazioni criminali”. Un monito che suona oggi quanto mai profetico tra femminicidi e mercanti di morte che speculano sulla disperazione di quante scappano da guerre, persecuzioni e povertà estrema.

Giacomo Galeazzi

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