Migranti, la Chiesa che combatte i caporali

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Nel Metapontino, fra Bernalda e la città delle Tavole Palatine, alla difficoltà delle estenuanti condizioni di lavoro dei braccianti si unisce quella degli sgomberi. Meno di un anno fa, le autorità locali hanno disposto lo sgombero della Felandina, l'ex stabilimento industriale occupato – secondo le stime di Medici senza Frontiere e del forum Terre di Dignità – da circa 800 migranti, molti dei quali in possesso di un regolare permesso di soggiorno, ma non di un tetto sotto cui vivere. È la mappa sconsciuta della Basilicata, dove l'entroterra rurale continua a essere area di transito per molti migranti costretti a spostarsi da un capannone a un altro per cercare un posto dove riposare dopo ore e ore di lavoro nero.

I ghetti lucani

“In Basilicata non esistono le realtà foggiane o calabresi. Qui i ghetti devono essere piccoli e sprovvisti di qualsivoglia autonomia. Così i caporali possono tenerci sotto controllo” commenta Mody Souliman, sudanese laureato in Lettere e bracciante nelle campagne del Metapontino, referente del “Comitato braccianti de La Felandina”. Souliman rivela una realtà strutturata in piccoli centri da un sistema criminale, in cui i caporali controllano non solo i ritmi di lavoro, ma anche altri aspetti dalla vita dei braccianti deprivandoli, di fatto, della loro libertà. “Come nel capolavoro di George Orwell, il 'Grande Fratello lucano' controlla ogni attività del bracciante. Il caporale ti vede. Il caporale sa, conosce, provvede e si fa pagare” scrivono Souliman ed  Emma Barbaro sul periodico Terre di Frontiera. I ghetti non sono solo presenti nel metapontino. Lo scorso ottobre, nell'area del Vulture Melfese, la Polizia ha effettuato 6 arresti a fronte delle “condizioni brutali e disumane” in cui versavano centinaia di migranti regolari impieganti nell'agricoltura. I braccianti erano sottoposti a turni estenuanti di lavoro di oltre 12 ore al giorno, la loro prestazione era sottopagata ed erano costretti a pagare l'acqua, l'utilizzo dei serivizi igienici e anche la batteria del cellulare. Sul tema del caporalato, negli stessi giorni il Ministro dell'Agricoltura, Teresa Bellanova, disse chiaramente: “Il caporalato è mafia”. 

L'impegno della Chiesa

L'associazionismo, laico e cattolico, è molto forte in Basilicata e rappresenta un argine necessario al fenomeno. Come il Forum Terre di Dignità, un cartello che riunisce diverse realtà assistenziali e che offrire aiuto ai braccianti. Come ha ricordato a Interris.it Katya Madio, portavoce del Comitato Terre Ioniche, l'attività dei comitati va dalla consegna di beni prima necessità al dialogo con le istituzioni per creare punti di rifornimento nel territorio, nonostante i ritardi nella tempistica. Mercoledì scorso a Serra Marina di Bernalda, comune della provincia di Matera, l'Arcidiocesi di Matera-Irsina e la Caritas Diocesana hanno inaugurato Casa Betania per l'accoglienza dei fratelli migranti che lavorano nelle nostre campagne. La struttura è stata acquistata dall'Arcidiocesi grazie ai finanziamenti 8xmille concessi dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalla Caritas Italiana. Interris.it ha intervistato Monsignor Antonio Giuseppe Caiazzo, Arcivescovo della Diocesi di Matera-Irsina che da anni accoglie la risposta della comunità locale.

Eccellenza, nei giorni scorsi Medici Senza Frontiere ha attestato la presenza di circa 800 braccianti in una baraccopoli del Metapontino. Come si colloca il vostro impegno?
Con Medici Senza Frontiere già lo scorso anno con la Parrocchia di Metaponto, nella persona del Parroco Don Giuseppe Lavecchia, abbiamo collaborato mettendo a disposizione anche i nostri spazi per le visite mediche. Attraverso la Caritas Diocesana, soprattutto dopo lo sgombero forzato del ghetto della Felandina, in comunione con le comunità parrocchiali dell’intero comune di Bernalda e la collaborazione delle parrocchie dell’intero territorio diocesano, abbiamo provveduto a distribuire ogni giorno oltre 600 pasti caldi, trecento materassi e una quantità indefinita di coperte, oltre il minimo indispensabile di cui si aveva bisogno. In questa nostra azione hanno dato il loro apporto e aiuto diverse associazioni laiche con le quali abbiamo maturato di concretizzare un progetto che come Chiesa di Matera – Irsina avevamo già presentato alla CEI”.

Nei giorni scorsi la CEI ha inaugurato a Serra Marina un centro di accoglienza per migranti. In cosa consiste?
“Preciso che la CEI, attraverso l’8X1000, ha dato il contributo di € 100.000 per l’acquisto di uno stabile di oltre 650mq. In più c'è stato un aiuto da parte della Caritas Nazionale e Migrantes oltre a diverse aziende e privati che ci hanno permesso di sistemare la casa e arredarla. Importante è il progetto: 'Liberi di partire, liberi di restare', dal quale siamo sostenuti. Altrettanto importante la collaborazione del Forum, nato all'indomani dello sgombero della Felandina, Terre di dignità (anche la Caritas ne fa parte). La casa l'abbiamo chiamata 'Casa Betania', casa della dignità. Betania è il villaggio dove Marta, Maria e Lazzaro abitavano. Gesù, quando si recava a Gerusalemme, si fermava da loro, amici che lo accoglievano volentieri. Per cui questa casa vuole essere la casa dove Gesù oggi viene accolto attraverso questi fratelli per porre un argine alla piaga caporalato. Sono una trentina di posti letto in otto stanze con bagni, cucine e tutto ciò che serve. Sarà una casa dove ci saranno dei responsabili, compreso un confratello sacerdote, originario del Congo, Don Gabriel Maizuka, corsi di formazione, servizi sanitari, trasporto. È chiaro che il nostro intento è quello di aiutarli ad essere autonomi ed avere una loro abitazione e famiglia”.

La Basilicata è una terra in cui è diffuso il sistema del caporalato. Qual è il suo pensiero come
pastore?

“La lotta contro lo sfruttamento lavorativo e il lavoro nero si fonda su interventi integrati. Stiamo coinvolgendo gli imprenditori locali che, collaborando in questo progetto etico, stanno assumendo regolarmente diversi di loro. Questo ci consente, attraverso il responsabile del progetto, Don Antonio Polidoro, e dei tanti volontari e professionisti, di vigilare sul controllo del lavoro con applicazione dei contratti. Ci auguriamo che a questo primo tassello che abbiamo posto ne possano nascere altri diffondendosi su tutto il territorio metapontino e italiano. Solo così si potrà vincere l'illegalità e lo sfruttamento”.

Ritiene sia necessario un maggiore impegno delle istituzioni?
“Con le istituzioni abbiamo cercato sempre di collaborare e di coinvolgerle. Non a caso il 22 gennaio, giorno dell'inaugurazione della casa, era presente S. E. il Prefetto di Matera, Dott. Rinaldo Argentieri, il Signore Questore, il Tenente Colonnello dei Carabinieri, diversi Sindaci e rappresentanti della Regione Basilicata. In quell’occasione ho dato ufficialmente l’annuncio che il 10 febbraio, sull’esempio della Chiesa di Malta, celebreremo nella Casa Betania la festa del Naufragio dell’Apostolo Paolo, e il Signore Prefetto, proprio quel giorno, ha stabilito un incontro con tutti gli operatori, imprenditori e gli ospiti. Mi sembra una cosa veramente bella. Siamo sulla buona strada”.

Come vede l'attivismo dei cattolici? 
“I Cattolici devono ritornare a meditare la Parola di Dio, l'insegnamento di Gesù. C'è troppa confusione. Gli interessi di affermazione personale, di partito, di posizioni da difendere, stanno generando molta confusione e paura. Ho l’impressione che l'etichetta di essere Cattolici valga più di quanto insegna Gesù e la Chiesa: c'è una netta frattura. Per fortuna sono tantissimi quelli che concretamente mostrano il volto dell’incarnazione di Gesù oggi”. 

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