Voti e collegi, il gioco a incastro delle riforme

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Lo zampirone della politica, molto più efficace di quello usato contro le zanzare d’estate, è tornato a far sentire il suo sapore acre. L’ennesimo dibattito sulla legge elettorale, pur essendo il salvavita del governo e della maggioranza che lo sostiene, riesce ad allontanare gli elettori dal dibattito pubblico più di quanto facciano le spiralette verdi o le pasticche profumate. Tutta tecnica e pochissima sostanza, dal punto di vista della ricaduta sulla vita delle persone. Ma basta girare la piramide, ovvero osservare lo stesso argomento dal punto di vista dei partiti, per comprendere quanto il tema della legge elettorale sia strategico. Partendo da una premessa fondamentale. Il taglio dei parlamentari sbandierato dai 5 Stelle, di per sé, è nulla se non sarà seguito da una riforma dei collegi e quindi dal sistema di voto. La traduzione è semplice. La maggioranza giallorossa, incastrando le due cose, ha firmato una sorta di assicurazione sulla vita, in modo da arrivare al termine della legislatura. Volendo comprendere ancora meglio quale sia la logica dell’operazione messa in piedi dal senatore della Lega, Roberto Calderoli, un vero mago del gioco ad incastri per tenere in piedi la baracca parlamentare, è necessario un modesto riassunto delle puntate precedenti.

Dopo aver mantenuto lo stesso sistema di elezione del Parlamento per quasi cinquant'anni durante la cosiddetta Prima Repubblica, un proporzionale sostanzialmente puro, la politica italiana ha preso l’abitudine di modificare la legge elettorale con frequenza crescente. Il sistema, in prevalenza maggioritario, noto come Mattarellum, approvato nel 1993, è durato fino alle elezioni del 2006. In quell’occasione venne applicata per la prima volta la riforma elettorale approvata dal Parlamento nel 2005 e ideata da Roberto Calderoli (Lega Nord), da lui stesso definita “una porcata”. Di qui il nome del nuovo sistema elettorale, Porcellum, un proporzionale con liste bloccate e premio di maggioranza. Con l’intervento della Corte Costituzionale, nel dicembre 2013 (dunque dopo le elezioni dello stesso anno, di febbraio), ampie parti del Porcellum furono abrogate e il Parlamento decise nuovamente di mettere mano alla legge elettorale. Il governo Renzi approvò, per la sola Camera, il cosiddetto Italicum. Si prevedeva infatti di eliminare l'elezione diretta del Senato, con la riforma costituzionale poi bocciata dal referendum popolare confermativo del dicembre 2016. Dopo il naufragio della riforma costituzionale, che avrebbe superato il bicameralismo perfetto, l’Italicum non era più considerato un buon sistema – in quanto generava significative differenze tra le due Camere – e allora nel 2017 fu  trovato un accordo tra forze politiche su una nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum bis. Questo sistema prevede, in sintesi, che alla Camera e al Senato un po' meno della metà (tre ottavi) dei parlamentari venga eletto in collegi uninominali col sistema maggioritario, in cui insomma vince chi prende anche solo un voto più degli altri. I rimanenti parlamentari, un po’ più della metà (cinque ottavi), sono invece eletti con sistema proporzionale con sbarramento al 3 per cento. Come abbiamo spiegato nel nostro “Traccia il Governo”, nel 2019 il Rosatellum è stato ulteriormente modificato (è ora Rosatellum ter), per renderlo compatibile col previsto taglio del numero dei parlamentari. Ora la Lega vorrebbe cambiare nuovamente sistema elettorale.

Torniamo dunque al punto, cercando di capire come. La Lega, abrogando alcune parti del Rosatellum ter oggi in vigore, vorrebbe creare un nuovo sistema elettorale, battezzato Popolarellum dal suo ideatore, ancora una volta Calderoli. In particolare eliminando la quota proporzionale. Lo strumento scelto è quello di un referendum popolare abrogativo. La Lega ha scelto di procedere con la richiesta dei Consigli regionali – otto, governati dalla Lega o comunque dal centrodestra: Veneto, Sardegna, Lombardia, Friuli, Piemonte, Abruzzo, Liguria e Basilicata – che hanno depositato il quesito referendario in Cassazione il 30 settembre. Ora i giudici del terzo grado di giudizio dovranno valutare la regolarità della richiesta e poi passeranno il dossier alla Corte Costituzionale, che dovrà controllare se esistano profili di incostituzionalità nella richiesta referendaria. Se il duplice esame dei giudici darà il via libera al referendum, questo verrà calendarizzato e – di nuovo a norma dell’articolo 75 della Costituzione – perché sia approvato, sarà necessario superare il quorum di partecipazione del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto e avere la maggioranza di voti espressi favorevoli.

Ma cosa chiede, in sostanza, il quesito referendario? E che sistema andrebbe a creare? Il testo del quesito è molto lungo e complesso da un punto di vista giuridico, ma in sostanza – se fosse approvato – il referendum eliminerebbe la quota di cinque ottavi di parlamentari eletti col sistema proporzionale del Rosatellum ter, creando quindi un sistema maggioritario puro a turno unico (simile a quello britannico). Nei singoli collegi, cioè, vincerebbe il candidato del partito che prende anche solo un voto più degli altri. Secondo alcuni costituzionalisti del Pd – come Andrea Giorgis e Stefano Ceccanti – il quesito referendario è incostituzionale, perché crea un sistema non immediatamente applicabile. Secondo questa interpretazione, sarebbe necessario un intervento del Parlamento per emanare una legge che definisca i collegi e per un certo periodo l'Italia resterebbe quindi senza legge elettorale. La giurisprudenza della Corte ha infatti sempre richiesto che ci sia una legge elettorale applicabile in vigore. Altrimenti, nel caso di elezioni anticipate, si creerebbe un vuoto su quale sistema applicare che non ha precedenti nella storia repubblicana. Ma sul punto Calderoli, sempre lui, ha dichiarato di ritenere queste critiche infondate. Va detto che è impossibile, senza che siano prima stati definiti i collegi, avere simulazioni affidabili su quello che sarebbe l’impatto di un sistema maggioritario puro, come quello che propone la Lega, rispetto alla situazione attuale dei consensi dei partiti.

A livello generale si possono comunque fare degli esempi astratti, per chiarire meglio la situazione (per non complicare la questione evitiamo di prendere in considerazione gli italiani residenti all'estero o le minoranze linguistiche, tutelate dalla Costituzione). Se venissero creati 400 collegi – il numero di deputati dopo il taglio dei parlamentari previsto per ottobre – in tutta Italia, un partito che prendesse il 30 per cento dei voti in tutti i collegi, superando altri quattro partiti rispettivamente al 25, 20, 15 e 10 per cento, otterrebbe il 100 per cento dei deputati. Oppure, se un partito prendesse moltissimi voti in totale, come il 40 per cento, ma concentrati in un quarto dei collegi – per esempio un partito molto radicato in certi territori ma quasi inesistente nel resto del Paese – eleggerebbe il 25 per cento dei deputati pur avendo il 40 per cento dei consensi. Tutta teoria, sia chiaro, mancando l’applicazione pratica. Però un indizio serio su quale sia l’obiettivo di Calderoli lo offre Roberto Maroni, uno molto esperto delle cose di casa Lega. “Siamo sempre nella politica della quotidianità. Quella che impone ogni giorno di trovare un’iniziativa che faccia parlare di sé”, afferma l’ex governatore lombardo, “ci sono pareri molto contrastanti sull’ammissibilità di questa legge elettorale. La Consulta è sempre stata rigorosa in materia, e ha chiarito che la legge deve essere auto-applicativa”. E se lo dice Maroni, uno che è stato anche al Viminale, c’è da starlo a sentire…

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