Salari in Italia: i possibili motivi per cui sono in costante diminuzione

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Chi ricorda lo slogan “Io non voglio il posto fisso, voglio guadagnare”? Questo era il nome di un gruppo Facebook che, ormai oltre 10 anni fa, fu fondato dal gruppo di Libertiamo e che voleva mettere al centro la questione reddituale in Italia al di là della retorica predominante sulla precarietà del lavoro. Oddio, il problema della precarietà, così come esiste in Italia, non è poca cosa poiché influisce direttamente dalla possibilità di ottenere un reddito che permetta di mantenersi e di risparmiare per i propri progetti futuri ma questa rientra in una macrocategoria ancor più critica che è quella dei salari e del reddito in generale.

Non è un mistero che i redditi in Italia si siano compressi sempre di più negli ultimi decenni ma, contrariamente a quanto sostenuto da certe forze politiche, non dipende dall’introduzione della moneta unica bensì da un fenomeno di erosione dei salari che ha origini molto precedenti e che, di conseguenza, ha avuto una propagazione anche sui redditi medi dei liberi professionisti, soprattutto in determinate categorie contribuendo a un continuo impoverimento di quella che, nei rapporti demografici, viene chiamata la “classe media”. Vediamo, però, qualche numero per formare la base del ragionamento.

Nei 20 anni di Euro, l’Italia e il resto del continente hanno visto un tasso di inflazione annuo medio dell’1.7%, che significa che i prezzi, tra la fine del 2001 e quella del 2021, sono aumentati complessivamente di circa il 40%.

“Eh no”, dirà qualcuno, “con l’euro il caffè è passato dalle 1’000 lire a oltre 1.1 euro” che è vero ma il confronto dei prezzi va fatto su un paniere di beni confrontabile e non su singole categorie merceologiche e, in quel caso, l’aumento è esattamente quanto indicano gli istituti di statistica; il problema vero va cercato altrove.

Dalle rilevazioni OCSE risulta, infatti, che nel trentennio 1990-2020 i salari reali in Germania sono cresciuti mediamente del 34%, in Francia del 31%, in Spagna del 6%, in Grecia, nonostante il quasi default del paese e la gestione opinabile del governo Tsipras della crisi, del 30% mentre in Italia? Nel Bel Paese i salari sono diminuiti del 3%!

Già dissi, in un vecchio articolo, che la differenza fra un ricco e un povero è che il ricco guadagna 100 e spende 99, il povero guadagna 100 e spende 101 è evidente che se i salari scendono anche il potere d’acquisto ad essi legato scenda e la sensazione di impoverimento è sempre più marcata perché la progressione salariale degli ultimi 30 anni non è riuscita nemmeno a coprire l’inflazione, tra l’altro estremamente contenuta come indicato poco sopra, che si è avuta in questi ultimi anni.

Imputare all’Euro questo fenomeno, quindi, non è corretto perché ha radici ben precedenti e che non dipendono dalla caduta del PIL visto che, nonostante le modeste performance pre-pandemia nel trentennio 1990-2020 il PIL italiano è cresciuto in termini reali dell’11% e, quindi, anche questa supposizione decade. Scartando, quindi, le ipotesi monetarie e di mercato resta una sola via da investigare che è quella politica e lì pare che il mistero cominci a diradarsi.

Chi abbia studiato economia, sicuramente, ricorderà il concetto di flessibilità verso il basso dei salari, introdotto da Keynes e sviluppata dai posteri nella cosiddetta NEK (Nuova Economia Keynesiana) quando si prevedeva la possibilità di svalutare i salari per aumentare la produttività e spingere l’occupazione verso un livello più elevato a sostegno della domanda aggregata.

Il problema nasce, però, se l’eventuale aumento della produttività non venga assorbito da una crescente domanda perché questo comporterebbe la diminuzione dei prezzi e il ritorno, in termini reali, alla situazione precedente e qui entra in gioco la funzione riequilibratrice dell’export. Ecco che, quindi, con l’apertura dei mercati mondiali che si stava attuando progressivamente con gli accordi in seno al GATT e con la vicina conclusione di quell’Uruguay Round, che fu il punto di svolta nell’accelerazione del processo di globalizzazione, l’Italia si trovò in un momento di impasse, con una struttura economica ingessata da una forte interventismo statale, diretto e indiretto, e con un certo nanismo del suo comparto industriale basato su PMI poco capitalizzate, poco produttive e molto vulnerabili alla concorrenza estera.

Era il luglio 1993 e si stava uscendo da un periodo travagliato, prima dal quasi default del Paese, che spinse a provvedimenti “lacrime e sangue” come il prelievo diretto dai conti correnti effettuato dal Governo Amato, e dalla crisi di “Mani Pulite” che fece un quasi reset del panorama politico italiano, e il governo tecnico presieduto da Carlo Azeglio Ciampi stipulò, con Sindacati e Confindustria, il “Patto per la politica dei redditi e lo sviluppo”, da alcuni definito anche “patto concertativo”, e da lì iniziò il problema.

Il punto incriminato, dal lato delle politiche reddituali, è inserito nel capitolo primo dell’intesa laddove si stabilirono gli obiettivi dell’accordo attraverso “il contenimento dell’inflazione e dei redditi nominali” per conseguire sia una “migliore redistribuzione del reddito” (che la scienza esatta detta “il senno di poi” traduce con un livellamento verso il basso) e “lo sviluppo economico e la crescita occupazionale mediante l’allargamento della base produttiva e una maggiore competitività del sistema delle imprese” che pose, anche come “comune sentire”, l’unica variabile indipendente su cui agire il costo del lavoro da minimizzare.

Da lì i rinnovi contrattuali che seguirono puntarono le rivendicazioni salariali a una mera progressione legata a un parametro politico, l’inflazione programmatica”, per i tre anni di validità di ogni CCNL con un mero “recupero” dell’inflazione reale a scadenza che, spesso, si tradusse in una elargizione una tantum insignificante a livello di tenuta dei valori reali dei salari e a una proliferazione di contratti temporanei e parasubordinati che, rendendo più “precario” il mondo del lavoro, contribuirono ad abbassare il livello del punto di equilibrio nel mercato del lavoro dove si incontrano domanda (della parte datoriale) e offerta (dei lavoratori), che è rappresentato dal salario mediano (unico stimatore che permetta di “neutralizzare” le code della distribuzione e rappresentare in maniera più fedele la situazione). In questo modo, anno dopo anno, si è assistita a una erosione continua del potere di acquisto dei salari che progredivano solo a livello nominale arrivando alla situazione odierna.

Ovvio che la perdita di valore dei salari si tradusse in un progressivo impoverimento di tutta la filiera reddituale anche per i minori incassi da parte di quei piccoli imprenditori che non potevano accedere, per le caratteristiche della loro azienda, all’export e dei professionisti, nonostante il continuo rincaro delle tariffe sui servizi.

Da qui alla mancata crescita del sistema economico nazionale il passo è breve, poiché diminuendo i redditi, diminuisce la domanda e il tasso di risparmio (e di conseguenza gli investimenti), a tenere il segno positivo, seppur in maniera assai contenuta nel trentennio restarono solo la spesa pubblica, in continua ascesa come anche gli introiti erariali (contrariamente al comune sentire per la vulgata sull’evasione fiscale endemica), e l’export che, però, non sarà mai il traino di uno sviluppo sostenibile del Paese che è rappresentato dalla domanda interna.

La domanda che sorge spontanea a questo punto è “ma i sindacati che dicono a riguardo?” Alla vigilia dell’ultimo rinnovo del CCNL del settore bancario, in un congresso di una nota sigla, il segretario nazionale a un’esortazione di un delegato a spingere sulla parte economica rispose che il salario non è il punto centrale del rinnovo quanto piuttosto lo sono i diritti e la difesa della contrattazione collettiva come istituto; purtroppo in troppi, nelle segreterie generali, hanno avallato nel tempo questa impostazione.

L’art. 36 della Costituzione indica inequivocabilmente al primo comma “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” che significa che il primo diritto del lavoratore è la corresponsione di un salario adeguato, senza il quale il godimento di ogni altro diritto, meglio, di ogni altra libertà rischia di venir meno per la mancanza di risorse, ed è qui che si snoda la vera sfida dei prossimi anni: sui salari si basa, infatti, la sostenibilità della domanda e in un sistema di mercato, demand driven per dirla in maniera fine, su quest’ultima si fonda la crescita e lo sviluppo sostenibile. Oppure qualcuno crede ancora che si possa produrre senza che nessuno consumi? A tutto questo andrebbe, poi, aggiunto il capitolo parallelo della razionalizzazione delle forme contrattuali di lavoro subordinato ma quello, per importanza, merita una trattazione a parte.

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