Il marchio del coronavirus

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Si devono recuperare e aggiornare gli antichi proverbi dei nonni. Alla vicenda del Covid-19 si adatta bene il seguente: “Chi di percezione ferisce, di percezione perisce’’. Dovevamo aspettarcelo. In gran parte del mondo il ‘’percepito’’ ha preso il posto del ‘’reale’’. I dati, le statistiche, le competenze, gli studi, gli approfondimenti sono stati sostituiti dalla teoria del ‘’uno vale uno’’. La politica allora ha drizzato la prua dei governi in direzione del ‘’sentire’’ del popolo. Si è presa carico delle paure irrazionali che accompagnano da sempre i cambiamenti economici e sociali, soprattutto se intensi ed epocali come quelli a cui assistiamo; soprattutto, non ha compiuto alcun sforzo per “fare luce’’; ovvero per svolgere quella funzione educativa che un tempo spettava ai partiti, per chiarire la complessità delle sfide da affrontare, senza potersi avvalere delle risposte tradizionali e senza averne a disposizione delle nuove. Anzi, per mantenere e aumentare il consenso ampi settori della politica hanno coltivato quelle paure, inverandone le cause e promettendo soluzioni facili e semplici, perciò rassicuranti e persuasive. E’ la ‘’percezione’’ che ha portato alla vittoria Donald Trump, che ha prodotto la Brexit e disseminato di suggestioni populiste la Vecchia Europa. Alla fine, però, è bastata una simil-influenza (è la definizione che Ilaria Capua ha dato del Codip-19) – “percepita’’ come una peste misteriosa – per collassare il mondo sviluppato. Viene alla mente un ‘’pensiero’’ di Blaise Pascal sulla morte di Oliver Cromwell, ucciso – lui, un uomo al sommo del potere personale – da un piccolo sasso che gli aveva ostruito un rene.

La ‘’percezione’’ dell’Apocalisse ha indotto le opinioni pubbliche, sobillate dai media, a chiedere ai governi provvedimenti di emergenza, i quali – da noi – hanno seminato il panico dentro e fuori dal Paese. Poi ci si è accorti di aver esagerato; ma quando si mandano certi messaggi in contesti che hanno orecchie tese per ascoltarli e prenderli sul serio, non si torna indietro, quanto meno in breve tempo. L’errore che si è fatto – e tanti ne sono responsabili – non è dipeso dall’aver sovrastimato la diffusione, ma la gravità del virus e dei suoi effetti. Certo, non esiste ancora un vaccino e non esisterà per chissà quanto tempo ancora; ma se le persone contaminate, anche in modo grave, guariscono vorrà pur dire che le cure esistono e sono efficaci. Il problema è un altro: saranno gli ospedali in grado di affrontare con mezzi eccezionali un’epidemia diffusa e “percepita’’ come affetta da una gravità prioritaria? Un Paese non può suicidarsi per paura di ammalarsi. Ma i danni sono già stati provocati e sono visibili. Accantoniamo per un momento la ‘’questione cinese’’, che ha messo in crisi sia le esportazioni che le importazioni e che ha ben evidenziato il lato debole della globalizzazione: la Cina è – come è stato detto – la fabbrica del resto del mondo.

Al suo sistema produttivo è commissionata gran parte della componentistica e dell’assemblaggio dei prodotti di alta tecnologia. Nel suo saggio ‘’La nuova geografia del lavoro’’ (Mondadori, 2018) Enrico Moretti cita il caso dell’iPhone, un prodotto ad altissimo livello di tecnologia, costituito da centinaia di componenti elettronici sofisticati, unici e delicati. Eppure – scrive Moretti – i lavoratori americani entrano in gioco solo nella fase iniziale dell’innovazione. Il resto del processo, compresa la fabbricazione dei componenti elettronici più complessi, è stato completamente delocalizzato all’estero. Seguiamo, allora, su di un immaginario mappamondo il tragitto produttivo di questo oggetto entrato ormai nella vita di tutti i giorni. L’iPhone viene concepito e progettato da ingegneri della Apple a Copertino in California. Questa è la sola fase nella fabbricazione del prodotto e consiste nel desing, nello sviluppo del software e dell’hardware, nella gestione commerciale e nelle altre operazioni ad alto valore aggiunto. In questo stadio, il costo del lavoro è un problema secondario. Gli elementi-chiave sono la creatività e l’inventiva degli ingegneri e dei designer. I componenti e i circuiti elettronici sono fabbricati oltreoceano a Singapore o a Taiwan.

Arriva poi la fase dell’assemblaggio e della produzione vera e propria. E’ questa la tappa che richiede più alta intensità di manodopera, in cui, pertanto, la componente costo del lavoro assume rilievo. La lavorazione dell’iPhone sbarca in Cina, in una fabbrica alla periferia di Shenzhen che è forse la più grande al mondo con i suoi 400mila dipendenti. Così a chi compra il prodotto on line, esso viene spedito da questo kombinat che, più che ad una fabbrica, somiglia ad una città, con supermercati, cinema, dormitori, campi sportivi. L’iPhone è formato da 634 componenti, ma la maggior parte del valore aggiunto proviene dalla originalità dell’idea, dalla progettazioni ingegneristica e dal desing. La Apple ha un utile di 321 dollari per ogni iPhone venduto, pari al 65% del totale e ben più di qualsiasi fornitore di componenti. Eppure – ricorda Enrico Moretti – l’unico lavoratore americano che tocca il prodotto finale è l’addetto alle consegne dell’UPS. Assistiamo cosi, nella globalizzazione, ad un nuovo modello di divisione internazionale del lavoro.

Ma se la grande fabbrica cinese chiude a causa dell’epidemia, l’iPhone rimane un’idea disseminata in 634 componenti che non servono a nulla. E’ poi evidente che la mobilità delle persone ritorna indietro di secoli. E per un Paese come il nostro che deve il 13% del pil al turismo non è certo un segnale incoraggiante. Ma in giro per il mondo non si va soltanto per fare i turisti. Nella società globalizzata si muovono le persone, i prodotti, le tecnologie, i semilavorati, i macchinari, i cicli produttivi. Ma anche il made in Italy più tipico, dalla moda al cibo. E con i prodotti viaggiano le idee, i progetti, le attività economiche. Bloccare tutto questo vuol dire recessione, crisi, cultura del sospetto, discriminazione. Le persone si porterebbero appresso il marchio del coronavirus come un handicap insuperabile. E tutto questo a causa di una malattia che è ritenuta grave, magari senza esserlo particolarmente, in una scala di valori che contenga tutte le possibili patologie della nostra epoca. Bisogna imparare ad accontentarsi di valutazioni relative. E soprattutto ricordarsi dell’antico sillogismo socratico: tutti gli uomini sono mortali, è la premessa maior; io sono un uomo, è quella minor: quindi io sono mortale, è la sintesi.

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