Green new deal, ovvero economia al verde

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Con la fine di settembre il governo Conte bis ha approvato l’aggiornamento del DEF per il 2020, una previsione di circa 29 miliardi di manovra con la previsione di interventi, tra nuove entrate e riduzioni di spesa, per circa 14,4 miliardi e una “flessibilità” di circa 14,4 miliardi pari allo 0,8% del PIL. Il deficit tendenziale risulta così fissato all'1,4% mentre il deficit programmatico al 2,2%, questa volta senza preventive obiezioni da parte dell’UE. Un punto importante che dovrebbe portare nuove risorse per la prossima Legge di Bilancio è individuato nella riduzione “delle spese fiscali e dei sussidi dannosi per l'ambiente e nuove imposte ambientali, che nel complesso aumenterebbero il gettito di circa lo 0,1 per cento del Pil” (circa 1,7-1,8 miliardi) che si ricollega all’ipotesi di un Green New Deal per l’Italia.

Correva l’anno 2007 quando Thomas Friedman scriveva sul New York Times: “Se hai messo un mulino a vento nel tuo giardino o dei pannelli solari sul tuo tetto, ti ringrazio. Renderemo il mondo verde, però, solo quando cambieremo la natura stessa della produzione elettrica, spostandola dal carbone sporco e dal petrolio al carbone pulito e alle fonti rinnovabili. Questo è un enorme piano industriale, molto più grande di quanto ti abbiano mai detto. Come con il New Deal, se ne intraprendessimo una versione verde, ci sarebbe il potenziale per creare un una nuova industria dell’energia pulita per spingere la nostra economia nel 21° secolo”, ma è stato solo con l’ultima campagna elettorale americana per le elezioni di mid term che il termine è entrato quasi nell’uso comune.

Alexandria Occasio Cortez, la deputata statunitense più “mediatica”, ne ha fatto quasi una bandiera arrivando, nel febbraio di quest’anno, a presentare una corposa risoluzione al Congresso per votare un piano che porti la produzione elettrica al 100% sulle rinnovabili a zero emissioni, il cambio del parco auto verso l’elettrico, la creazione di linee TAV, l’introduzione di una pesante carbon tax, oltre che a un aumento del pubblico impiego, un salario minimo più elevato, la creazione di un sistema sanitario universale, etc. Come di consueto, ovviamente, quando le idee scarseggiano anche in Italia si arriva a scimmiottare i nuovi miti che, ciclicamente, appaiono oltre oceano. Dopo il “Yes we can” obamiano adottato a suo tempo da Walter Veltroni ecco che anche l’attuale premier Giuseppe Conte non vuole smentire la tradizione annunciando un Green New Deal Italiano al “Climate Summit” dell’ONU.

Quando si parla di politiche ambientali, nel nostro Paese, subito dovrebbero alzarsi le antenne poiché, la storia insegna, queste sono sempre state “portate a terra” con inutili aggravi fiscali che mai hanno portato a un effettivo miglioramento. Esempi pratici sono la carbon tax introdotta nel 1998 e gli incentivi alle energie rinnovabili che vanno ad appesantire la bolletta energetica di ogni cittadino prima con la voce tariffaria A3 e oggi con la voce ASOS che rappresenta circa il 14% della spesa elettrica ma che è solo una parte degli oneri “verdi” pagati annualmente: nel conto, infatti, vanno sommati anche gli incentivi all’efficienza energetica (tariffa UC7 nella bolletta elettrica e tariffa RE nella bolletta del gas) e alle rinnovabili termiche (tariffa RE nella bolletta del gas).

Mentre un serio piano di sviluppo sostenibile, chiamiamolo anche Green New Deal come fatto finora, potrebbe essere un’occasione rivoluzionaria per gli investimenti sull’innovazione e un moderno piano di approvvigionamento energetico integrato per un grande piano di rilancio economico, come riportato dalla citazione di Friedman in incipit, ma come al solito le prime, disordinate, dichiarazioni dagli esponenti di governo indicano che questo potrebbe essere null’altro che un paravento per inasprire la pressione fiscale introducendo nuovi balzelli da stato etico su bibite zuccherate, merendine, voli aerei e diesel.

In pratica dalle dichiarazioni di Salvini sul taglio delle accise sui carburanti solo l’anno scorso si passa non solo a voler innalzare quella esistente sul gasolio per equiparare il prezzo a quello della benzina ma il taglio ventilato delle SAD (sussidi ambientalmente dannosi) andrebbe a comportare un aumento immediato del prezzo del gasolio per veicoli agricoli con un danno piuttosto evidente per tutto il settore primario. L’impostazione che pare stia venendo fuori, infatti, è un progetto in cui si vogliano penalizzare i comportamenti ritenuti errati o dannosi indipendentemente dalle ricadute economiche, in uno stato affogato nelle tasse come l’Italia pensare di introdurre nuovi balzelli sarebbe folle, eppure questo è l’indirizzo che si sta delineando dalle dichiarazioni di questo o quell’esponente di governo, non un progetto integrato per uno sviluppo sostenibile, infatti, ma nuove voci di imposta per andare a scoraggiare un comportamento ovvero, anche più credibilmente, per fare cassa a livello erariale.

L’idea del ministro Fioramonti di tassare merendine e bevande zuccherate è una bestialità che potrebbe impattare su migliaia di posti di lavoro e alcuni punti di PIL perché, ad esempio, Coca Cola HBC Italia, che non è la Coca Cola multinazionale, è una società di beverage che lavora in Italia e impiega direttamente o indirettamente circa 26.000 persone e produce lo 0.05% di PIL, così come Ferrero ha oltre 35.000 dipendenti producendo da sola circa lo 0.67% di PIL; opporsi, quindi, alla sua idea bislacca non è un regalo alle multinazionali ma al Paese stesso come solo questi due casi mostrano.

Un vero Green New Deal non si costruisce su un modello decrescista che potrebbe piacere solo a Latouche e seguaci, ma con un vero e proprio progetto di sviluppo che vada a favorire nuovi investimenti tecnologici sia verso soluzioni produttive meno impattanti con l’ambiente sia a livello di produzione e dispacciamento energetico. La soluzione al problema ambientale, infatti, passa necessariamente per una maggiore crescita e un continuo progresso tecnologico che andrebbe incentivato anche attraverso la leva fiscale e non secondo bucoliche utopie da salotto o da comizio elettorale.

Le coperture agli sgravi che devono comporre la leva, però, non possono essere trovate semplicemente traslando il prelievo su altri capitoli ma attraverso un vero e proprio taglio della spesa improduttiva della macchina pubblica che la CGIA di Mestre ha recentemente calcolato in oltre 200mld di euro all’anno, una cifra doppia rispetto a quella che stima i mancati introiti dovuti all’evasione fiscale. In pratica servirebbero meno imposte (soprattutto su energia e lavoro) e un sistema fiscale più lineare ed efficace a sostegno di un settore pubblico efficiente, e non più imposte etiche per deprimere consumi e lavoro a contrasto di comportamenti ritenuti errati; tutto questo per permettere la creazione di un modello di crescita sostenibile, cosa che passa obbligatoriamente anche per una crescita del reddito disponibile a cittadini e imprese. Il problema è che è più difficile pensare a cosa fare che a cosa vietare o scoraggiare, un dilemma che rappresenta, invece, la vera sfida per il futuro.

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