“Depositum fidei”, testimonianza di fedeltà alla dottrina

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Custodire la dottrina per conservare l’eterna attualità del Vangelo. Il “depositum fidei” è un’espressione del linguaggio teologico. Ripresa da alcuni passi delle lettere di San Paolo a Timoteo. Con essa viene indicato il contenuto integrale della fede cristiana che da Cristo e dagli apostoli è stato affidato al magistero ecclesiastico. Per essere custodito, sviluppato. E, nella sua inalterata purezza, trasmesso di generazione in generazione. L’intera vita di Joseph Ratzinger ha avuto come obiettivo la salvaguardia del “depositum fidei”. E cioè delle verità di fede. Migliaia di testi scritti e di discorsi pronunciati in pubblico hanno offerto, in qualunque circostanza e contesto, una limpida testimonianza. Quella di una ferrea volontà di difesa della retta dottrina. Nell’omelia di Natale del 1978, per esempio, Joseph Ratzinger tracciò quasi un programma di azione pastorale per il cattolicesimo mondiale. Fissando le tappe dell’azione evangelizzatrice. E parlando da difensore dei dogmi e regista “in pectore” di una predicazione planetaria. Insomma, parlò da catechista del mondo, da maestro di dottrina. Con una visione e una determinazione a chiarire ciò che è decisivo per consentire l’annuncio efficace e coerente del Vangelo. Già la prima enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est” (2005),
insisteva sul rapporto tra giustizia e carità. Sui compiti diversi che spettano alla Chiesa e alla politica. Sul posto e sul ruolo dei laici cristiani nelle organizzazioni della società civile.dottrina“La Chiesa, nel corso del suo anno liturgico, ripercorre l’intera storia della salvezza– disse il futuro Benedetto XVI–. Per molte settimane si presenta a noi con l’atteggiamento di Osea o di Elia. E cioè ammonendoci. Scuotendoci. Esortandoci. Volendo strapparci dal nostro egoismo. Dalla nostra avidità. Dal nostro autocompiacimento. Ma nell’ Avvento giunge l’ora del Dio buono, del Dio che consola. Diviene evidente che la Chiesa non è solo un’agenzia morale, un’organizzazione umanitaria. Che essa non esige solo il rispetto di vari precetti, indica bisogni e pone richieste. Ma che è lo spazio della grazia, in cui Dio le va incontro soprattutto come colui che dona e che dà”. E, aggiunge Joseph Ratzinger, “Dio non ci ha tolto la nostra umanità. Ma la condivide con noi. Egli è entrato nella solitudine dell’amore distrutto come uno che condivide il dolore. Come consolazione. Questo è il modo divino della redenzione”. Quindi, precisa Ratzinger, “possiamo capire nel modo migliore che cosa significhi cristianamente redenzione a partire da qui. Non trasformazione magica del mondo. Non che ci viene tolta la nostra umanità, ma che siamo consolati. Che Dio condivide con noi il peso della vita. E che ormai la luce del suo condividere l’amore e il dolore sta per sempre in mezzo a noi”. Parole di cristallina teologia. Nella mite e responsabile consapevolezza dei ruoli sempre più fondamentali che di lì a poco gli sarebbero stati affidati. Al vertice delle gerarchie ecclesiastiche. Prima a Monaco di Baviera, poi in Curia. E infine sul Soglio di Pietro. Dalle vette astratte della ricerca accademica, del pensiero filosofico e della riflessione su Dio al meno teorico e più pragmatico vertice della piramide vaticana.

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Gli stemmi papali: a sinistra quello realizzato per Benedetto XVI, a destra quello per Francesco

Un’inflessibile fedeltà alla dottrina lungo quattro decenni. L’assoluto rispetto per il “depositum fidei” ha trasformato Joseph Ratzinger nell’emblema dell’ortodossia cattolica. Ma è anche stato motivo di incomprensioni e opposte forzature nella pubblicistica e sui mass media. Sotto il fuoco incrociato delle critiche sono finiti persino i paramenti liturgici indossati da Benedetto XVI nelle celebrazioni. O la scelta di presentarsi pubblicamente ai fedeli sempre abbigliato in modo solenne. Con uno stile e un atteggiamento umile ma rigoroso e sacrale. Nella Roma antica la moglie di Cesare non era tenuta solo a essere seria, ma anche ad apparire tale. Secondo Joseph Ratzinger il Papa non doveva solo essere Papa, ma anche mostrarsi Papa nel contegno. E nel rigore del suo proporsi nelle sembianze esteriori. Come fossero il riflesso di un imperturbabile ordine spirituale, interiore. Un modo di rapportarsi al mondo circostante solidamente ancorato alla tradizione. E a una sobria e distaccata alterità rispetto alle mutevoli e fugaci sensibilità estetiche della contemporaneità. In linea con una ricercatezza formale che non disdegnava capi di abbigliamento e accessori desueti. Bollati talvolta come eccessivamente leziosi e antimoderni. Quali i pastorali ottocenteschi, il camauro,  le scarpe rosse. In otto anni sul soglio di Pietro sono stati versati fiumi di inchiostro sull’attenzione al look di un Papa difensore delle verità di fede. Attento a esprimere anche nell’abito il senso della propria missione e il prestigio di una storia bimillenaria.
Non sono mancati luoghi comuni persistenti e non veritieri sull’azione pastorale di Benedetto XVI. Incluso quello di una sorta di ossessiva e reazionaria predilezione per i temi bioetici (difesa della vita, della famiglia, della libertà di educazione). A scapito di quelli sociali (lavoro, accoglienza, uguaglianza, Welfare). Insomma, un Papa che, per evangelizzare a colpi di dottrina, avrebbe trascurato l’impegno solidale della Chiesa. Guardandosi dallo schierare il mondo cattolico contro l’iniqua distruzione delle ricchezze su scala planetaria e a salvaguardia degli ultimi. Per sfatare il mito fallace di un Ratzinger disinteressato alle questioni sociali, scese in campo, nel febbraio 2014, la Compagnia di Gesù. “Aggiornamenti Sociali” è la rivista internazionale che da sessant’anni incrocia fede cristiana e giustizia. Negli snodi cruciali della vita politica ed ecclesiale. dottrinaPadre Hanri Madelin, ex provinciale dei gesuiti in Francia, ristabilì la verità storica fugando le falsità. E ribaltando definitivamente lo stereotipo della presunta indifferenza di Ratzinger per la dottrina sociale della Chiesa. “Del Papa che ha stupito il mondo con la propria rinunzia al pontificato si sottolineano per lo più la grande cultura e la predilezione a trattare questioni riguardanti la Chiesa cattolica. Il contenuto dei suoi dogmi e la sua collocazione tra le altre Chiese – sottolineò Madelin – Poiché, prima di accedere al pontificato, il cardinale Ratzinger ha a lungo presieduto la Congregazione per la dottrina della fede, se ne ricordano i moniti contro alcune interpretazioni. Da lui giudicate contrarie a una certa ‘ortodossia romana’. Si rammentano i suoi contrasti e i suoi richiami all’ordine. Nei confronti dei sostenitori di vari filoni della teologia della liberazione in America Latina. La figura di Benedetto XVI non sembra dunque avere una particolare connotazione sociale. Secondo il gesuita, però, “questa immagine è incompleta. On quanto trascura l’apporto originale di Papa Joseph Ratzinger alla dottrina sociale della Chiesa. Cioè il fatto di inserirla all’interno di una visione globale e personale che attinge l’essenziale delle sue risorse nei tesori della teologia”.

 

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