Il delicato nodo dell’organico della magistratura italiana

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Toghe di magistrati appese in un ufficio del Tribunale di Roma in una immagine di archivio. ANSA / ALESSANDRO BIANCHI

L’organico della magistratura italiana è sottostimato rispetto alle esigenze della popolazione. La Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa–Cepej, in un rapporto del 2018, con dati riferiti all’anno 2016, attestava che in Italia ci sono circa 10.6 giudici ogni 100.000 abitanti: meno della metà della media europea, che è 21.5. Analoghe carenze riguardano il personale di cancellieria e degli ufficiali giudiziari: in Italia sono presenti appena 35 ausiliari ogni 100.000 abitanti, pure qui la metà rispetto alla media europea, che è di 68.7.

A fronte delle conseguenti intollerabili dilazioni nella definizione dei giudizi civili e dell’esteso intervento della prescrizione per chiudere processi penali pendenti ab immemorabili, il PNRR non contiene alcuna misura aggiuntiva rispetto a quelle ordinarie, già previste a regime. Il Piano conferma anzi che ciò non è sufficiente “per portare il numero di magistrati in Italia in linea con la media dei paesi europei”, ma – incomprensibilmente – non si adopera per affrontare la questione. Se si considera che, a causa della pandemia, negli ultimi due anni si è svolto un solo concorso in magistratura, con prove ridotte, e che i primi dati sugli ammessi all’orale sono sconfortanti, come ha di recente ricordato il ministro della Giustizia (ma la commissione di concorso non dipende dal Ministero?), è agevole concludere che i dati prima esposti oggi sono peggiorati, e che non viene garantito neanche il ricambio di chi va in pensione. Né è serio evocare il nuovo Ufficio del processo, che assorbirà parte significativa delle risorse del PNRR, sia perché esso durerà appena due anni, sia perché sarà già tanto se non rallenterà ulteriormente la trattazione dei giudizi.

In un contesto così critico, perché non ricorrere a rimedi eccezionali, per es. a nuovi concorsi con una corsia preferenziale riguardante gli attuali giudici onorari? cioè di quelle migliaia di operatori della giustizia che, pur non inseriti nell’organico della magistratura e pur avendo un incarico a tempo (mal remunerato), curano ruoli non minuscoli soprattutto in primo grado, sia nel civile sia nel penale, ovvero esercitano – sempre davanti ai Tribunali – le funzioni di pubblico ministero.

La prospettiva del progressivo assorbimento di tale figura nella magistratura ordinaria sarebbe imposta anche dalla recente sentenza n. 41/2021 della Corte Costituzionale, che ha avanzato riserve sul loro impiego nelle Corti di appello, in considerazione della loro posizione precaria. Non è dignitoso che, in numero così esteso, professionisti siano impegnati quasi a tempo pieno nell’amministrazione della giustizia, e siano nel contempo lasciati privi di certezze lavorative, nonostante l’esperienza. Si può scegliere fra quote loro riservate nell’ambito di concorsi ordinari, ovvero – e in modo più netto – un concorso per titoli loro dedicato, da svolgere rapidamente: quel che è ineludibile è lo stanziamento di una parte delle risorse per il loro inserimento in ruolo. Chi obietti sulla adeguatezza dei profili per un verso non considera le forti competenze accumulate da non pochi magistrati onorari, per altro verso non spiega perché – nutrendo tali riserve – si permette loro di amministrare larghi settori della giustizia civile e penale; e infine non considera che profili professionali assai opinabili connotano non pochi magistrati togati. L’alternativa è allargare le braccia, e ricordare di non avere la bacchetta magica, lasciando tutto così come è.

Alfredo Mantovano del Centro Studi Livatino

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