Bergoglio completa il “mea culpa” di Wojtyla

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Nel cuore dell’Anno Santo, Karol Wojtyla chiese pubblicamente perdono per gli sbagli dei suoi predecessori e per una serie di storici peccati della Chiesa: le guerre di religione, gli scismi, le persecuzioni contro gli ebrei, il sostegno al colonialismo, la discriminazione etnica e sessuale, la quiescenza contro le ingiustizie sociali. Ricordo, da credente e da cronista, l’emozione di quella domenica di marzo del 2000 a San Pietro. Durante una delle cerimonie più importanti del Giubileo, Giovanni Paolo II si inginocchiò nel più grande “mea culpa” della Chiesa per i suoi errori. Ieri Francesco, il successore che ha canonizzato Karol Wojtyla, ha completato la sua opera chiedendo scusa ai rom per tutte le volte in cui “non siamo stati capaci di riconoscervi, apprezzarvi e difendervi nella vostra peculiarità”. E’ stato uno die momenti simbolicamente più forti dell’intensissima “tre giorni” di Jorge Mario Bergoglio in Romania.

In Terris ha raccontato, tappa per tappa, un viaggio destinato a passare alla storia per l’accelerazione impressa al dialogo ecumenico. Cattolici e ortodossi non sono mai stati così vicini come nell'incontro di venerdì pomeriggio.  “Individualismo e indifferenza sono come bestemmie, profanano il nome tuo, Padre”, ha sospirato Francesco nella preghiera del Padre Nostro recitata nella nuova Cattedrale ortodossa. Nei suoi discorsi Francesco ha evocato più volte la visita compiuta da Giovanni Paolo II vent’anni fa quando il muro di Berlino era crollato da un decennio ma le sue macerie erano ancora visibili e dolorose. E in un paese che da trent’anni non è più sottomesso alla tirannide comunità, Jorge Mario Bergoglio ha indicato la strada di uno sviluppo economico incentrato sulla dignità dell’essere umano e che non lasci indietro gli ultimi.

Nel corso dell'omelia della Divina Liturgia domenicale con la beatificazione dei 7 vescovi martiri greco-cattolici, pronunciata nel campo Campo della Libertà di Blaj, Francesco ha ricordato che queste terre conoscono bene la sofferenza della gente “quando il peso dell’ideologia o di un regime è più forte della vita e si antepone come norma alla stessa vita e alla fede delle persone, quando la capacità di decisione, la libertà e lo spazio per la creatività si vede ridotto e perfino cancellato”. Il decano dei vaticanisti, Gianfranco Svidercoschi, ex vicedirettore dell’Osservatore Romano, traccia efficacemente la continuità negli ultimi due pontificati sulle orme di Giovanni Paolo II, il Papa che “ha fatto vedere il volto umano di Dio” attraverso la fede, la testimonianza, la missione, l’impegno per la difesa della dignità di ogni persona, la santità che, prima ancora di essere riconosciuta ufficialmente, ha segnato l’intera sua esistenza.

Benedetto XVI e ora papa Francesco, ciascuno con la propria sensibilità evangelica e in rapporto alle nuove situazioni e alle nuove emergenze, hanno seguìto quella via. C’è infatti una sicura continuità nei pontificati, al di là delle ovvie diversità e, più ancora, delle contrapposizioni che non pochi vorrebbero trovarvi. Il “mea culpa” di Blaj completa idealmente quello giubilare del 2000. “A Caino non importa il fratello – ha detto Bergoglio alla comunità rom -. È nell'indifferenza che si alimentano pregiudizi e si fomentano rancori. Quante volte giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze! Quando qualcuno viene lasciato indietro la famiglia umana non cammina”.

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