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Ucraina, Sant’Egidio: “La solidarietà è la nostra risposta alla guerra”

Alla vigilia dei due anni dall’inizio della guerra in Ucraina, la Comunità di Sant’Egidio tira le somme degli aiuti inviati nel Paese e compiuti in Italia per la popolazione ucraina.

Sant’Egidio è presente nel Paese da trent’anni con comunità composte da cittadini ucraini, che in questi due anni, pur condividendo le sofferenze, le paure, i disagi di tutta la popolazione, hanno realizzato un’estesa rete di aiuti umanitari. E raccontano come si vive il conflitto sulla propria pelle pur di aiutare gli altri.

Ucraina, due anni senza pace

Siamo ormai a due anni dall’inizio del conflitto in Ucraina, con i combattimenti che proseguono provocando nuove vittime e nuove distruzioni. In questo triste anniversario non dimentichiamo il dramma che stanno vivendo milioni di ucraini, una popolazione che ha sempre più bisogno di aiuti umanitari. Lo scrive la Comunità di Sant’Egidio.

«Le vittime civili non sono ‘danni collaterali’. Sono uomini e donne con nomi e cognomi che perdono la vita – ha affermato Papa Francesco nel discorso dello scorso 8 gennaio ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede – Sono bambini che rimangono orfani e privati del futuro. Sono persone che soffrono la fame, la sete e il freddo o che rimangono mutilate a causa della potenza degli ordigni moderni».

Ecco perché, prosegue la Sant’Egidio, attraverso i racconti di chi ci è stato, vale la pena scendere nei rifugi, ascoltare i lamenti e le preghiere di chi vi trascorre la notte durante i bombardamenti, e guardare i volti delle donne e dei bambini, in fila ai centri di distribuzione alimentare aperti da Sant’Egidio in due quartieri di Kiev, Leopoli e Ivano-Frankivsk.

Lì si tocca il dramma di un’emergenza umanitaria che si aggrava giorno dopo giorno, con oltre 5 milioni di sfollati interni mentre si affievolisce il flusso degli aiuti. Sì, perché purtroppo l’eternizzazione della guerra provoca paradossalmente anche questo: una mobilitazione internazionale più debole rispetto a quella che invece, nei primi mesi del conflitto, è riuscita a fare arrivare in Ucraina ingenti sostegni umanitari.

«Abbiamo registrato un calo nelle forniture di beni di prima necessità», spiega Yuriy Lifanse, responsabile della Comunità di Sant’Egidio in Ucraina, e lui stesso sfollato a Leopoli con la moglie e la figlia di un anno. Nonostante le notti insonni nei rifugi per i frequenti bombardamenti Yuriy, insieme agli altri volontari, continua a portare sostegno e generi di prima necessità a chi ne ha bisogno, come hanno sempre fatto, sin dall’inizio del conflitto, tutte le Comunità di Sant’Egidio presenti in Ucraina.

Sant’Egidio è presente nel Paese da trent’anni con comunità composte da cittadini ucraini, che in questi due anni, pur condividendo le sofferenze, le paure, i disagi di tutta la popolazione, hanno realizzato un’estesa rete di aiuti umanitari.

Ogni settimana migliaia di pacchi alimentari sono consegnati alle famiglie di sfollati e inviati nelle regioni meridionali e orientali del Paese, più esposte alle azioni belliche, raggiungendo in due anni circa 370.000 persone. Tutto ciò è reso possibile da una catena di solidarietà che parte dall’Italia e da altri paesi europei e che non può interrompersi finché dura il conflitto.

Bambini e minori: le vittime principali

I centri aperti da Sant’Egidio hanno anche risposto all’isolamento sociale degli sfollati e al disagio vissuto dai minori. A loro si dedica Olga Makar, che per Sant’Egidio coordina le attività delle Scuole della Pace, che portano avanti il sostegno scolastico e l’educazione alla pace: «I bambini spesso non sorridono, sono aggressivi, si chiudono in loro stessi. Per loro abbiamo aperto sei nuove Scuole della Pace», racconta. Una di queste è sorta a Irpin, la cittadina alle porte di Kiev, divenuta tristemente famosa all’inizio della guerra.

Infografica: Sant’Egidio

Oltre 2mila tonnellate di aiuti umanitari a Leopoli

Nel centro di coordinamento delle iniziative umanitarie di Sant’Egidio, realizzato a Leopoli, vicino al confine con la Polonia, sono giunti finora dall’Italia e da diversi Paesi europei 127 carichi di aiuti umanitari, pari a 2.000 tonnellate, per un valore complessivo di oltre 23 milioni di euro. Cibo, abbigliamento, coperte, prodotti per l’igiene personale, ma anche medicinali e materiale sanitario.

Da Leopoli Sant’Egidio ha spedito farmaci, anche salvavita, a 209 strutture sanitarie, 90 amministrazioni locali, 54 istituti per bambini, anziani e disabili e numerosi centri di accoglienza per profughi anche nelle aree più remote del Paese. La stima delle persone che hanno usufruito di questi aiuti sanitari è di circa 2 milioni.

Ma sono attivi anche un centro della Comunità a Ivano-Frankivsk e due a Kiev, a cui si deve aggiungere la sede dei Giovani per la Pace (il movimento giovanile di Sant’Egidio), colpita dall’esplosione di un missile e da poco finalmente riaperta. «Questa casa, danneggiata dalla guerra, è ora piena di vita: ospiterà la scuola della pace, la preghiera e un centro per gli sfollati. Qui cucineremo la cena itinerante per i senza dimora», hanno scritto i giovani sui social.

L’Ucraina ha bisogno di pace e la solidarietà ne tiene viva la speranza, quando tutto intorno parla di morte. Per alimentarla c’è bisogno di un sostegno largo e generoso, che non può indebolirsi ma al contrario deve rafforzarsi: a due anni dall’inizio della guerra non dimentichiamo l’Ucraina, perché l’aiuto umanitario, ne siamo convinti, è realizzare già da oggi un pezzo di pace e di futuro.

“Dopo due anni di guerra manca davvero tutto nel Pase – specificano a Interris.it dalla Sant’Egidio -. Ma, dovendo fare una classifica, in questo momento abbiamo bisogno urgente di materiale scolastico, cibo, medicinali e vestiti. Ma in realtà scarseggia davvero tutto! Abbiamo bisogno di un grande gesto di solidarietà. E’ possibile effettuare una donazione e sostenere le iniziative umanitarie della Comunità di Sant’Egidio in Ucraina dal nostro sito www.santegidio.org“.

Un carico di aiuti umanitari giunto in Ucraina. Foto: Comunità di Sant’Egidio

La testimonianza di Yuriy Lifanse, responsabile della Comunità di Sant’Egidio in Ucraina

Ogni giorno arrivano dal fronte notizie della morte o del ferimento di nostri cari e di nostri amici, della distruzione di case, scuole e ospedali. Anche le città di Kyiv e di Leopoli, dove Sant’Egidio è presente e opera, e ancor più a Kharkiv, sono colpite dai bombardamenti. Succede di frequente, di notte quasi non dormiamo più, per essere pronti a correre nei rifugi.

Nella Comunità di Sant’Egidio, anche in passato, ho sentito l’invito a cambiare il mondo. Quando due anni fa è scoppiata la guerra in Ucraina, ho compreso meglio questo invito, perché il cambiamento del mondo significa la nostra sopravvivenza. Se il mondo andrà avanti così come va, moriremo: a Gaza e in Israele, in Sudan, in Siria e in Ucraina, in tanti altri paesi dove c’è la guerra, che il mondo non vuole vedere, perché è disinteressato ed io direi annoiato delle notizie di morte, sempre le stesse. Ma Sant’Egidio ci aiuta a vivere in un altro modo e questo ci dà la forza non solo di sopravvivere, ma anche di aiutare a vivere le persone, tante, che si rivolgono a noi.

Col passare del tempo gli aiuti internazionali sono diminuiti: non c’è più la spinta e la solidarietà che sentivamo all’inizio della guerra. Ma la gente qui continua a essere dipendente dagli aiuti umanitari, anzi la situazione si è aggravata. Siamo stanchi, ma sentiamo una forte responsabilità: non possiamo abbandonare le famiglie di sfollati che si sono rivolte a noi – sono soprattutto donne e bambini – e sentiamo che il nostro lavoro umanitario, sostenuto dalla generosità delle Comunità di Sant’Egidio in Italia e nel mondo e di quanti hanno risposto al loro invito a sostenere il nostro impegno in Ucraina, difende la dignità e prepara un futuro di pace per il nostro Paese.

Gli aiuti nel centro sfollati di Lviv. Foto: Comunità di Sant’Egidio

Olga Makar, coordinatrice delle scuole della pace in Ucraina, e i bambini sfollati

Centinaia di bambini che ho incontrato durante la guerra mi hanno insegnato come ascoltare il loro grido. Non molti bambini piangono per il loro dolore. Abituati a stare in silenzio. Non si parla della guerra, del padre in prima linea, della perdita di loro cari, dei sopravvissuti ai bombardamenti, dell’evacuazione, della casa distrutta, delle paure e delle ansie, della tristezza della nonna o del gatto smarrito. Spesso tacciono, sempre.

Sto pensando a un ragazzo che è venuto alla scuola della pace per qualche mese, ma solo durante il soggiorno estivo ha iniziato a dire qualcosa di più che solo sì o no. I bambini silenziosi sembrano “carini” o “simpatici” all’inizio; ma dopo tutti questi mesi, ho capito meglio: questi bambini stanno soffrendo molto.

Ci sono altri bambini che urlano impazienti. Di solito le loro grida sono contro gli altri, contro di te, litigano, provocano conflitti. Ieri un ragazzo ha urlato contro tutti noi: “Vi lascio e non torno più!”. “Vedo che sei molto arrabbiato”, gli ho detto. “Sì mi sono infuriato”. E dopo una lunga conversazione mi dice: “Non ho amici! Non c’è nessun amico da avere! Non ce la faccio più. Vado a pregare per trovare gli amici, ma ho già dimenticato tutte le preghiere”. Sta urlando perché non ha amici. Non ha amici perché urla. Per spezzare questo circolo vizioso, ci vuole tanto amore: generoso, paziente, fedele. Un amore forte da dire: “Hai un amico! Sono io”.

Milena Castigli

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