DOMENICA 07 OTTOBRE 2018, 00:01, IN TERRIS

L'impotenza di Dio. Esortazione alla fede

Vita e preghiera nell'era della modernità

PIETRO CHESSA
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La volta della Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola
La volta della Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola
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a cifra della post-modernità, nell’era dell’imperio social, suggerisce uno slittamento semantico di grande momento: siamo passati, cioè, dal sacro re-ligare al profano re-legare. Di fatto, la fede è stata degradata a credenza privata individuale, incapace di ispirare le scelte umane nei luoghi degli affari e nei palazzi del potere. È la drammatica scissione tra le due facoltà spirituali dell’uomo: l’intelligenza e la volontà. Inoltre, una delle difficoltà maggiori, oggigiorno, sembra essere proprio quella di una pratica spirituale nella vita ordinaria, laddove un neo-spiritualismo sempre più diffuso raccoglie proseliti e consensi attorno al benessere psico-fisico della persona, lasciando disoccupato l’intelletto. Occorre però essere onesti sino in fondo ed ammettere che, se le pratiche di una spiritualità alternativa conquistano il favore crescente dei molti, il Cattolicesimo sembra essere divenuto impotente a sciogliere le intricate problematiche delle sorti collettive, con un ruolo da gregario in caso di sciagure, cataclismi naturali, turbolenze economico-finanziarie, disagio sociale, scandali e defezioni del ministero sacerdotale.


La poesia

Cosa manca? Catechismo e dottrina? Metodo e disciplina? Mancano la poesia, l’amore per la bellezza, l’estro ed il talento. Manca l’anima e, di conseguenza, manca Dio. Abbiamo dimenticato che Dio "Crea un’anima per ogni singolo per modo che la causalità dell’atto generativo nella specie umana si ferma alla formazione del corpo".Quanto è prorompente tale affermazione? Non sappiamo più nulla, non studiamo più con la consapevolezza di coltivare una vita eterna, ci siamo spenti dinanzi alle televisioni, drogati di pulsioni estemporanee che, personalmente, fatico a chiamare emozioni. Abbandoniamo i rigori dello specialismo e facciamo un tuffo nella Vita. Tuffatevi nei libri alla scoperta di voi stessi, tuffatevi nel cuore del prossimo, nel suo mistico vangelo, traetene materia per i vostri sogni, i vostri ideali, le vostre intuizioni, le vostre creazioni artistiche, la vostra carità. Molte persone, scrive Anselm Grün, "sono per così dire tagliate fuori dalla propria anima. Percepiscono solo una piccola parte di se stesse. E ciò impedisce loro di percepire Dio".


Recuperare un rapporto vivo

Contemplare un paesaggio, fuggire volutamente la folla alla ricerca di spazi quieti che favoriscano il raccoglimento, sottrarsi per libera scelta alle incombenze quotidiane: sciogliete i vostri nodi, esaminate i vostri conflitti interiori, offrite a Dio memoria, intelletto e volontà, come fece Sant’Ignazio di Loyola in punto di morte. In altre parole, recuperate un rapporto vivo, attivo con la parte migliore di voi stessi. Scrollatevi di dosso, una buona volta, affetti, sentimenti, drammi personali, paure, indigenze, infermità fisiche e psicologiche. Non ponete scissione, vincoli e lacciuoli allo scorrere del tempo; non cercate appigli di pensiero, non sottraetevi al buon combattimento della fede.


La via del distacco

Giovanni Crisostomo, sulla scia dell’antico stoicismo, ribadisce il concetto secondo il quale nessuno viene ferito se non da se stesso. Pensiamo solamente a quante e quali sollecitazioni innaturali, quotidiane, minacciano la nostra vita di relazione: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza (Mc. 7, 14-23). L’attuale civiltà dei consumi, giunta oramai al suo stadio terminale, si regge su di un dogma infrangibile: l’attaccamento all’uomo esteriore quale surrogato ideologico permanente. Siamo incapaci di sperimentare la via del distacco, quella che gli antichi denominarono meditatio mortis. Si può morire in molti modi, noi abbiamo scelto quello peggiore: morire da schiavi in un mondo di marionette, incapaci di discernere tra l’io e l’inconscio collettivo di cui siamo intrisi fino al midollo. Credete, forse, che tali rischi e pericoli fossero sconosciuti ai grandi vati d’Occidente?


Umanità e odierno

Abbandoniamo, ancora una volta, i sistemi concettuali e le vane parole, rimontiamo all’essenziale ed esploriamo le antologie del filosofo francese Pierre Hadot, inerenti la filosofia (pagana e cristiana) comemodo di vivere. Nell’era dei cinguettii elettronici e delle massime scrollate su tablet e cellulari l’Uomo postmoderno riabilita, subconsciamente, uno stile lapidario che fu della letteratura monastica, delle pratiche intimamente esperite e vissute, delle sentenze filosofiche applicate alla vita ordinaria: l’attenzione verso se stessi, la vigilanza del cuore, la concentrazione sul presente, il pensiero della morte, l’esame di coscienza etc. Scrive Hadot: "Così come i platonici proponevano una sequenza di lettura dei dialoghi di Platone corrispondente alle tappe del progredire spirituale, i cristiani come Origene faranno leggere ai loro discepoli il libro biblico nel seguente ordine: Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, che corrispondevano rispettivamente, secondo Origene, all’etica, che dona una preventiva purificazione; alla fisica, che insegna ad andare oltre le cose sensibili, e all’epoptica, o teologia, che conduce all’unione con Dio". Noi, Umanità sradicata dell’odierno, manchiamo totalmente di una visione sullo sfondo della prossima vita. La nostra non è concentrazione sul qui ed ora della coscienza ma un vero e proprio radicamento nello psichismo inferiore. Noi creiamo un sospetto legame di verità con questo evento, conquesti oggetti, con questi affetti poiché l’anima che non edifica un appiglio superiore è costretta nelle maglie di un illusorio monitoraggio degli accadimenti mondani. Tutto ciò che esula dallo schema entro il quale ci muoviamo, in stato di acuta letargia e colpevole accidia, manda in pezzi le nostre convinzioni, altera le nostre abitudini, sbriciola le nostre certezze. La preghiera del Magnificat afferma che il Signore "ha spiegato la potenza del suo braccio/ ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore/ ha rovesciato i potenti dai troni/ ha innalzato gli umili".


Un mondo da recuperare

Ecco la sempiterna rappresentazione delle vicissitudini del cuore umano, la lotta tra la carne e lo spirito, che di moralistico non ha proprio nulla ma può applicarsi alla stragrande maggioranza delle nostre vite. L’impotenza di Dio, come suggerisco provocatoriamente di chiamare questo delicato momento storico, definisce la devirilizzazione dell’essere umano: un blocco permanente a livello intellettuale, l’incompiuto dell’anima che sfocia nell’infantilismo, nell’irrazionale, nel cammino dell’ombra, nell’attaccamento morboso alla sofferenza; le battute d’arresto nello studio, dentro le scuole e le università; e ancora le paranoie sulla propria performance sessuale, le amare frustrazioni professionali; l’incapacità a non giudicare, a nonsvalutarsi, a perdonarsi. Esiste tutto un mondo perduto da recuperare, nella fattispecie il mondo della meditazione, degli esercizi filosofici, dell’Iniziazione, della maestranza e figliolanza spirituali. Nella nostra intrinseca miseria riscopriamo il senso di un’insospettabile libertà: i condizionamenti persistono alla luce di ciò che vorremmo essere per l’Altro, prima ancora di avere imparato ad esercitare l’arte di consacrarci alla Vita, senza timore di venirne ricusati, irragionevolmente. Fuorviati dalla fantasia nevrotica della buona riuscita delle nostre intraprese mondane facciamo un idolo di tutte le nostre sconfitte e mandiamo al macero le coscienze giovanili: i colloqui di selezione per le grandi aziende, i test d’ingresso per l’università, l’inglese certificato, l’esperienza all’estero, i concorsi pubblici, le depressioni per la mancata accettazione di un trauma imprevisto, tutte circostanze per le quali facciamo sempre più fatica a rinvenire la ben che minima traccia di Dio, mentre coltiviamo la superstizione della fortuna e della statistica.


Invertire la rotta

In tale maniera esorcizziamo un mondo abbandonato dalla divina Provvidenza; una società in cui lavocazione è una fantasia che svanisce al cospetto delle domande a risposta multipla, dei test psico-attitudinali, di un contratto di stage, di un lavoro automatico e meccanizzato che se ne infischia di colui che ha letto Platone e Marco Aurelio, Sant’Agostino o Dostoevskij. Se esiste una cifra del decadimento attuale della nostra civiltà essa risiede nell’ignoranza delle nostre biografie, delle storie di vita, delle umane traversie. La generazione del Curriculum Vitae ha reso un tributo all’impotenza di Dio. Riusciremo ad invertire la rotta? In preda alla notte oscura dell’anima un vegliardo mi disse: "È il Signore che passa". Anni dopo compresi che non erano stati gli eventi esteriori ad aver profondamente segnato la mia esistenza, bensì la loro chirurgica contiguità con le infermità spirituali di cui ero il reggitore occulto ed inconsapevole: "Assolvimi dalle colpe che non vedo" (Sal 18). Siamo ancora in tempo per tornare a celebrare l’onnipotenza di Dio, laddove riusciremo nell’impresa di risvegliare in noi una vocazione all’eterno; una chiamata trascendente, ad alto potenziale sovrannaturale, irriducibile alla privata diacronia dei nostri drammi personali. Lascia tutto e troverai tutto.

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