La transizione ecologica: uno dei pilastri del Pnrr

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In tema di transizione ecologica l’Italia ha un impegno molto serio: azzerare le emissione nette di anidride carbonica entro il 2050. L’International Energy Association ha presentato una road-map che spiega gli impegni da perseguire: nel 2030 bisognerebbe arrivare a vendere il 60% di macchine elettriche; arrivare al 50% di edifici a emissioni zero entro il 2040; entro il 2045 il 50% dei riscaldamenti dovranno essere a pompa di calore. E’ necessario fare dei passi avanti nei settori della produzione energetica, nel campo energetico per le grandi industrie, negli allevamenti intensivi e nell’agricoltura e negli edifici.

Per riuscire nell’impresa bisogna stimolare famiglie e imprese con degli incentivi, ma finora questa strada è stata usata soprattutto per quel che concerne gli edifici, con il 100%, ma fino al Dl Semplificazioni è stato complicato – soprattutto per i condomini – accedere a questo tipo di bonus per via di alcune complessità burocratiche. Sugli altri settori non c’è molto stimolo e l’impegno è molto duro e sulle spalle delle aziende che sanno – o dovrebbero sapere – che è conveniente muoversi in questa direzione se vogliono essere competitive anche negli anni a venire.

La transizione ecologica è uno dei pilastri del Pnrr e da questo dipende anche l’arrivo di una percentuale degli aiuti economici stanziati dall’Unione europea. Nel Pnrr si parla del 30% dei progetti con obiettivo clima, ma in realtà tutti i progetti devono rispettare il principio Dnsh – “Do No Significant Harm” –  ossia nessun investimento deve far fare passi indietro sui uno dei pilastri fondamentali della sostenibilità ambientale che sono mitigazione climatica, adattamento climatico, qualità dell’aria, qualità dell’acqua, salute negli ecosistemi ed economia circolare. In realtà tutti i progetti devono avere un taglio ambientale, ad esempio, non è possibile con il Pnrr costruire o rafforzare delle strade perché questo incentiverebbe il traffico su gomma rispetto a quello su ferro e, inevitabilmente, aumenterebbero le emissioni del traffico automobilistico.

La transizione ecologica potrebbe, però, rappresentare un punto di partenza per gli investimenti sui giovani e sul loro futuro lavorativo. Quando bisogna cambiare il modo in cui si concepiscono i prodotti e quindi c’è una grande rivoluzione industriale, ci sono molte opportunità di lavoro, più di quelle che si distruggono. Ma è molto importante che i giovani entrino in una logica di green jobs, ossia per tutti i lavori si devono avere delle competenze in più, come essere consapevoli dell’impatto ambientale che provoca il proprio lavoro.

La via verso questa rivoluzione green sembrerebbe essere un po’ obbligata, anche a causa della situazione di emergenza in cui ci troviamo. Ma dobbiamo essere consapevoli che se non ci incamminiamo su questa strada il rischio di avere un aumento della temperatura superiore a 1,5 gradi è molto elevato e questo potrebbe mettere in moto dei meccanismi che rischiano di essere catastrofici, anche se non sappiamo con certezza cosa potrebbe realmente accadere. E’ qualcosa che sì dobbiamo fare, ma è soprattutto una grande opportunità.

E’, inoltre, necessario collegare il tema ambientale con quello sociale. E’ chiaro che se mettiamo il peso della transizione ecologica sulle spalle dei più deboli, si potrebbero verificare proteste come quelle dei gilet gialli in Francia. E’ molto importante essere attenti a quelli che potrebbero essere gli effetti redistributivi.

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