Le amarezze dei preti

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Quando Papa Francesco parla ai preti si ha l’impressione che li legga dentro. Li guarda, li scruta, li ama, poi, ottimo medico dell’anima, emette la diagnosi e propone la migliore delle terapie. Giovedì ha scritto ai preti di Roma, ma essendo il “vescovo del mondo” si è rivolto a tutti.  Ancora una volta ha messo il dito nella piaga quando ha elencato le amarezze dei preti. Amarezze di cui, non poche volte, gli interessati hanno vergogna persino a parlarne.  Amarezze che possono derivare dalla fede, dal rapporto col proprio vescovo o con i confratelli. Ogni vescovo è stato prete, ogni vescovo sa che Francesco ha detto il vero.

Non deve accadere mai che un prete vada a letto convinto di non essere compreso, stimato, amato dal suo vescovo. Quando durante la giornata accade un frainteso, un malcontento, un momento di tensione, ambedue, il prete e il vescovo, giunti a sera, da veri consacrati, dovranno fare a gara a chi arriva prima per gettare le braccia al collo dell’altro, chiarire tutto, e volersi più bene di prima. Il prete celibe può sperimentare la solitudine, soprattutto quando non ha alle spalle una famiglia che lo sostiene. Non è la solitudine, però, che gli fa paura. Nessuno gliel’ha imposta, liberamente l’ha scelta confidando nella grazia di Dio. La solitudine del prete non è mancanza di cose o di persone ma pienezza di Dio.

Un silenzio carico di Mistero, davanti al quale egli stesso s’inchina. Un silenzio abitato dalla preghiera, dalla riflessione, dallo studio. Dalle storie di vita dei fedeli, dai pesi che hanno messo sulle sue spalle. No, non è la solitudine a fare paura al prete ma l’isolamento. Isolamento in genere dovuto alle delusioni pastorali o alle incomprensioni sacerdotali. “La grande tentazione del pastore è circondarsi dei “suoi”, dei “vicini” e così, purtroppo, la reale competenza viene soppiantata da una certa lealtà presunta, senza più distinguere tra chi si compiace e chi consiglia in maniera disinteressata”. Può accadere, e di fatto accade tante volte, a diversi preti di trovarsi in questa condizione dolorosa. La profezia di cui tanto si parla, non sempre viene accolta con rispetto e attenzione. Chi vede più lontano non sempre è tenuto in debita considerazione.

Addolora non poco che preti come don Mazzolari, don Milani, siano stati compresi solo dopo la loro morte. Non tutti i preti hanno però la forza d’animo di questi giganti. Alcuni, nel non sentirsi parte del corpo vivo della Chiesa, rischiano di smarrire le forze e l’entusiasmo. Non deve accadere. Il prete ha bisogno di vivere in comunione. Una comunione concreta, effettiva, affettiva. Amare e sentirsi amati è fondamentale per tutti. Dio – amore ci chiama a essere uomini – amore, preti – amore. Una comunione vera che sa dialogare, confrontarsi, esprimere pareri, riserve, senza cedere all’inganno del voler avere ragione a tutti i costi. Parlo perché sento il “dovere” di farlo. Guai a me se non lo faccio, rischio di peccare di omertà, di omissione, di mancanza di carità. Una comunione rispettosa, che si alimenta di fiducia, di stima, di affetto. Nella verità. Ho bisogno di sapere che quando vengo contraddetto, rimproverato, richiamato dal mio vescovo o da un mio confratello, questi lo stanno facendo solo per il mio bene. Essere confermati nella fede, nelle scelte, nel lavoro pastorale è fondamentale per non disperdere inutilmente le forze. Ma le amarezze possono derivare anche da una falsa immagine che ci siamo fatti di noi stessi e che quando non riusciamo a raggiungere ci getta nello sconforto.

Il Papa ci invita a ricordare “che come sacerdoti non siamo chiamati a essere onnipotenti ma uomini peccatori perdonati”. Gran brutta cosa sarebbe voler essere superuomini se Dio stesso ha voluto farsi uomo. Tutti hanno il diritto di sbagliare, finanche i preti, finanche i vescovi, stavo per dire, finanche il Papa. Ci saranno giornate “storiche”, ricche di incontri, azioni, decisioni importanti e altre più ordinarie, a prima vista più grigie. Questo solo secondo una logica umana, davanti a Dio nessuno può sapere le cose come veramente stanno. Importante è agire secondo coscienza, con retta intenzione, per il bene dei fratelli, in comunione con la Chiesa, illuminati dalla Grazia. Non abbiamo vette da raggiungere se non quella della santità. Ricordando però che non c’è un santo uguale a un altro. Non tutti sono martiri, non tutti sono consacrati, non tutti hanno vissuto atti di eroismo.

C’è una santità, per così dire, dolce, serena, ordinaria, senza appariscenza. La santità di tante mamme, di tanta gente semplice, di tanti parroci di periferia, nota soltanto a Dio. Non esiste lo stampino della santità. La fantasia di Dio si esprime anche in questo. Attenzione, dunque. “Signore che cosa vuoi che io faccia?” La domanda di san Francesco deve essere fatta nostra a ogni ora del giorno.  Evitare di isolarsi, dunque. A differenza della solitudine abitata dalla grazia, l’isolamento lentamente distrugge il prete. Perciò occorre che i confratelli, il vescovo, la comunità si facciano custodi. Custodire per sentirsi custoditi. Chi si isola cade, pur senza volerlo, in atteggiamenti che pur non essendo peccaminosi, non si addicono alla vita di un prete. La noia, prima, mortale, nemica degli uomini in generale e del prete in particolare, prende il sopravvento. La preghiera, lo studio, il servizio ai poveri, iniziano a pesare.

Le antiche motivazioni che ti portarono un giorno ad abbracciare il sacerdozio potrebbe sbiadirsi. E magari ci si lascia andare, trascinando una vita piatta, senza più mordente, senza più quella capacità di stupirsi, fondamentale per vivere “la più bella avvetura”, quella di un uomo innamorato dell’Amore. È importante che le nostre comunità vengano a sapere dalla bocca del Papa che i loro preti rischiano di stancarsi. È bello che lo sentono, e lo facciano sentire, fratello, amico, padre, e se più giovane, addirittura figlio. Soli Deo gloria.

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