Il mandato di Francesco ai giovani iracheni

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Il mandato papale ai giovani dell’Iraq è arrivato durante l’incontro interreligioso a Ur. Nella patria di Abramo, il padre delle tre religioni monoteiste, Francesco ha lanciato un accorato appello. “I giovani non possono vedere i loro sogni stroncati dai conflitti del passato!”. Perciò è “urgente educarli alla fraternità. Educarli a guardare le stelle“. Sarà questo, secondo il Pontefice, “il vaccino più efficace per un domani di pace”. Perché i giovani sono “il nostro presente e il nostro futuro!”. E, avverte Jorge Mario Bergoglio, “solo con gli altri si possono sanare le ferite del passato“. Da qui l’impegno perché “si realizzi il sogno di Dio”. Cioè che “la famiglia umana diventi ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli”. E che, “guardando il medesimo cielo, cammini in pace sulla stessa terra”.La sollecitudine papale affonda le proprie radici nel Vaticano II. La storica assise episcopale ha posto la Chiesa in uno stato di Concilio permanente. Ricordandole che mai può accomodarsi per compiacersi degli obiettivi già raggiunti. O dichiarare ormai conclusa con successo la revisione dei suoi apparati. Del suo approccio al mondo. E dello spirito con il quale porge il Vangelo all’umanità di oggi. È una salutare inquietudine. La stessa che Francesco raccomanda alla Chiesa da quando è stato eletto. E che è necessaria agli uomini e alle donne di buona volontà per rimanere spiritualmente giovani e gioiosi. E far sì che tutti possano vedere e accogliere la buona notizia, che è il Vangelo.Conversando con i giornalisti sul volo di ritorno dalla Gmg di Rio de Janeiro, Francesco ha ricostruito le radici ecumeniche e conciliari del proprio pontificato. Attraverso il debito di riconoscenza verso Angelo Roncalli. “Giovanni XXIII è un po’ la figura del prete di campagna. Del prete che ama ognuno dei fedeli. Che sa curare i fedeli”, ha sottolineato papa Bergoglio. “E questo lo ha fatto come vescovo, come nunzio. Tante testimonianze di Battesimo false ha fatto in Turchia in favore degli ebrei! Era un coraggioso. Prete di campagna, buono. Con un senso dell’umorismo tanto grande e una grande santità”. E ancora: “Quand’era nunzio, alcuni non gli volevano tanto bene in Vaticano. E quando arrivava per portare i conti, o chiedere a certi uffici, lo facevano aspettare. Mai se ne è lamentato. Pregava il rosario, leggeva il breviario. Un umile, un mite”.

Giovanni XXIII, puntualizza Francesco, era anche “uno che si preoccupava per i poveri. Quando il cardinale Casaroli è tornato da una missione in Cecoslovacchia e Ungheria è andato da lui a spiegare come era stata la missione, la diplomazia dei piccoli passi. Lo ha ricevuto in udienza. Venti giorni dopo moriva Giovanni XXIII. E quando Casaroli se ne andava lo fermò, ‘Ah, eccellenza, una domanda: lei continua ad andare da quei giovani?’. Perché Casaroli andava a trovare al carcere minorile di Casal del Marmo, giocava con loro. E Casaroli: ‘Sì, sì’. ‘Non li abbandoni mai’. Questo a un diplomatico che arrivava da un viaggio così impegnativo. Un grande“. EmergenzaPoi, continua Francesco, “il Concilio, un uomo docile alla voce di Dio. Perché quello gli è venuto dallo Spirito Santo, e lui è stato docile. Pio XII pensava a farlo. Ma le circostanze non erano mature per farlo. Giovanni XXIII non ha pensato alle circostanze. Ha sentito quello e lo ha fatto. Un uomo che si è lasciato guidare dal Signore“. Inquadrare teologicamente ed ecclesiologicamente la svolta conciliare consente di capire Francesco. E di rintracciarne i tentativi di attuazione nel pontificato riformatore di Jorge Mario Bergoglio. Il Papa dei giovani e della misericordia. Come in Iraq.

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