I giovani: dono e sfida per la Chiesa

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In Christus Vivit, il documento che raccoglie i frutti del Sinodo del 2018 sui giovani, il Papa lo ammette: “Al Sinodo si è riconosciuto che un numero consistente di giovani, per le ragioni più diverse, non chiedono nulla alla Chiesa perché non la ritengono significativa per la loro esistenza. Alcuni, anzi, chiedono espressamente di essere lasciati in pace, poiché sentono la sua presenza come fastidiosa e perfino irritante” (n.40). Ed è recente la frase ad effetto di Ultimo, rapper molto ascoltato dai ragazzi: “Tra i coetanei che conosco nessuno va in chiesa o andrà a votare” (Ultimo ha 28 anni). E Nicola, studente universitario, così si esprimeva alcuni anni fa in una lettera a Repubblica: “Dio, se permettete, è ormai un’idea obsoleta. Uno studente fuorisede ha troppo a cui pensare: gli esami, il colloquio, il tirocinio, l’affitto. Troppo per cui lottare per preoccuparsi di Dio. Perché se una cosa l’abbiamo imparata è che siamo soli”.

Dopo il Sinodo sui giovani, sono peraltro arrivati il covid e le guerre,  il disagio giovanile sembra essersi ingigantito, e dalle chiese i giovani sono sempre più assenti…

Siamo soli”, scriveva quel ragazzo. E a me pare di riconoscere in questa parola un silenzioso, inconsapevole grido di aiuto. Costretti troppo spesso a cavarsela da soli, i ragazzi non ce la fanno, e chiedono a noi adulti di ritrovare una capacità di compagnia e di vicinanza. Nella GMG di Lisbona, lo scorso agosto, hanno incontrato un vecchio Papa e si sono sentiti da lui visti e riconosciuti! Ma chi trovano, nel quotidiano delle Parrocchie e della vita?

Ora, Papa Francesco li riconosce interlocutori privilegiati del prossimo Giubileo (Pellegrini di speranza: questo il tema, davvero attuale!): “Di segni di speranza hanno bisogno anche coloro che in sé stessi la rappresentano: i giovani. Essi, purtroppo, vedono spesso crollare i loro sogni. Non possiamo deluderli…Il Giubileo sia nella Chiesa occasione di slancio nei loro confronti: con una rinnovata passione prendiamoci cura dei ragazzi, degli studenti, dei fidanzati, delle giovani generazioni! (bolla d’indizione del Giubileo, n. 12).

Confesso una nostalgia: quando ero Parroco e insegnavo religione al liceo, i giovani li incontravo, e passavo con loro molto tempo. Oggi, da Vescovo, è più difficile. Talora, però, mi cercano ancora: come singoli, magari per confessarsi o per parlare, o a piccoli gruppi, soprattutto dell’Azione Cattolica o dell’AGESCI. Mi sembra che proprio così si manifesti l’ambivalenza del desiderio dei giovani: essere lasciati in pace, ma anche cercati! Perchè “è una gioia nascondersi, ma è un disastro non essere trovati” (Winnicott).

Lo hanno riconosciuto loro stessi, durante i lavori del Sinodo di Savona, che ho promulgato il 17 marzo: “in noi non si spegne la richiesta di felicità, di coerenza e di radicalità: la cerchiamo negli adulti, la pretendiamo dalla Chiesa e in fondo la vogliamo per noi…Sogniamo un molto adulto che incuriosisca, accompagni e sostenga” (Libro del Sinodo, n. 106).

Voglio allora concludere questa paginetta forse confusa, fermandomi per un attimo proprio sulle parole spesso silenziose che i giovani stanno dicendo alla Chiesa. Nel loro cammino di vita e di ricerca, non sono chiusi a una prospettiva trascendente, ma cercano lontano (magari nella saggezza dell’Oriente), o nel profondo (trovando qualche volte nella psicanalisi conforto e salvezza). Nella percezione di moltissimi di loro, “l’esperienza religiosa infatti, anche quando è stata positiva e ha lasciato un buon ricordo, si identifica con ciò che appartiene a quella fase della vita che occorre superare per diventare adulti” (Bignardi).

Chiedono di essere riconosciuti nella loro unicità, e di essere incontrati per quello che sono: come la donna samaritana al pozzo di Giacobbe (cfr. Gv 4) o come l’Etiope lungo la strada da Gerusalemme a Gaza (cfr. At 8). Perchè soltanto una Notizia capace di incrociare la loro vita reale li potrà interessare; e allora forse anche Gesù non resterà uno straniero sconosciuto, ma un Amico che cammina con loro, come quella sera sulla via di Emmaus.

Sono un dono e una sfida per la Chiesa, e spero che nei giorni del Giubileo riusciranno, per pura grazia ma non senza l’impegno responsabile della Chiesa, ad attraversare qualche Porta stretta, capace di farli incontrare col Volto santo di Gesù, il più bello tra i figli dell’uomo. Perchè “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (GS n.22): alla Chiesa è chiesto solo di essere tramite discreto e rispettoso, perché l’incontro con il Volto avvenga. Come e quando vorrà Dio. E non importa se non lo verremo a sapere!