Processo per la morte di Gaia e Camilla: rinviata sentenza Genovese

Troppi dubbi sulla dinamica dell’incidente avvenuto il 21 dicembre del 2019. Il Gup ha deciso di ascoltare sia i periti sia i testimoni.

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20:35

Slitta, con una decisione a sorpresa, la sentenza sulla morte delle due 16 anni, Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli, travolte dall’auto di Pietro Genovese, figlio del regista cinematografico Paolo, il 21 dicembre scorso su Corso Francia.

La decisione del Gup

Il Giudice per l’udienza preliminare Gaspare Sturzo ha disposto con un’ordinanza di ascoltare in aula i testimoni dell’incidente e i periti che hanno svolto le consulenze tecniche. E ha fissato, quindi, due udienze, una il 4 e il 14 novembre, giorni nei quali saranno sentiti i periti, i testimoni e il medico legale. Si tratta di un’integrazione probatoria che viene chiesta dal giudice qualora ritenga carenti le ricostruzioni della Procura. È da chiarire, se Gaia e Camilla abbiano attraversato sulle strisce o meno. Due gli elementi sui quali si punta: la targa del Suv Di Genovese, trovata vicina alle strisce, e il corpo di Gaia, rinvenuto molto più avanti rispetto a quello dell’amica. Il medico legale aveva dichiarato non possibile che la ragazzina fosse stata colpita da un’altra auto. Ipotesi però che non è stata scartata dal giudice.

La difesa

Il collegio dei difensori, prima della Camera di Consiglio, aveva concluso il suo intervento. L’avvocato Franco Coppi aveva parlato di responsabilità esclusiva delle ragazze per la loro imperizia nell’attraversare la strada, ponendo all’attenzione del giudice un pronunciamento della Corte Costituzionale che estende il concorso di colpa anche a fattori non riconducibili alle vittime. Si tratta di un processo giocato tutto sull’interpretazione di complesse perizie e alcuni dati inconfutabili.

La pena richiesta del Pm

Pietro Genovese andava quasi al doppio della velocità consentita, 92 chilometri orari contro i 50 consentiti e, inoltre, aveva nelle vene un tasso alcolemico tre volte superiore ai limiti. Queste due circostanze hanno fatto sì che gli venissero contestate delle aggravanti da parte del Pm Roberto Felici nella sua richiesta di una condanna a cinque anni, ma che poi lo stesso Pm ha ritenuto equivalenti alle alle attenuanti generiche in quello che  va letto come un concorso di colpa. E qui la disputa si è fatta più accesa.

Il giovane, che si trova agli arresti domiciliari dal 26 dicembre, aveva proposto tramite i suoi legali un patteggiamento a 2 anni e 3 mesi. Questa proposta, però, è stata rifiutata dalla Procura perché considerata troppo mite e perché a Genovese era stata già ritirata la patente per violazioni del codice della strada.

Dubbi sulla dinamica dell’incidente

Già a poche ore dall’incidente, si erano cominciati a delineare dubbi se Gaia e Camilla stessero attraversando o meno sulle strisce. La prima perizia del tribunale dice di no, ma le parti civili hanno poi depositato una prova che può confutare questa interpretazione, ossia il ritrovamento della targa dell’auto in corrispondenza delle stesse strisce.

Altro dubbio: Gaia e Camilla sono passate col rosso? Probabilmente sì, anche se avevano cominciato ad attraversare col verde la prima carreggiata, correndo sotto la pioggia e trovandosi poi a metà mentre scattava il rosso di un semaforo pedonale che non prevede l’arancione ma solo il verde lampeggiante. E inoltre, Pietro Genovese era al telefono? Lui ha dichiarato di no. Le perizie non lo stabiliscono con certezza. La difesa ha calcolato 15 secondi tra l’ultimo accesso al cosiddetto “crash point”, ossia il momento in cui il gps interno al dispositivo, a causa dell’urto, non segnala più una posizione corretta. Il dato, messo a confronto con i 14 secondi impiegati dalla sua Renault Koleos per raggiungere il punto dell’impatto dal semaforo da cui è partito – ripreso dalle telecamere di un distributore di benzina -mostra secondo i legali che il 21enne non aveva il telefono in mano.

Un’ulteriore domanda è se c’era la reale possibilità da parte di Genovese di frenare o di evitare l’incidente. Secondo la difesa è una possibilità inesistente, in quanto  un’auto alla sua destra gli copriva la visuale. Secondo le parti civili, si tratta di un discorso solo teorico dato che se l’imputato avesse rispettato i limiti di velocità  non ci sarebbe stato l’impatto.

E poi il dubbio sul presunto tentativo di fuga dopo l’investimento, in quanto l’auto si è fermata oltre 200 metri più avanti. Potrebbe essere accaduto forse a causa del blocco automatico che avviene in caso di incidente.

I commenti dei legali

L’avvocato Giulia Bongiorno, legale dei familiari di Gaia, ha così commentato: “Siamo soddisfatti, quello disposto dal giudice è un approfondimento doveroso. Era stata fatta una ricostruzione sbagliata e nell’arringa abbiamo sottolineato gli errori. C’era stato un errore sin dall’inizio nell’individuazione del punto di impatto. Sono soddisfatta che il giudice non si sia accontentato della ricostruzione offerta che prevedeva un concorso di colpa delle ragazze. Ci sono risultanze processuali che smentiscono questo punto. È importante che non ci sia stata una decisione su una ricostruzione parziale e fuorviante».

L’avvocato Gianluca Tognozzi, difensore dell’imputato, ha così rimarcato: “visto che le sentenze si emettono al di là di ogni ragionevole dubbio è evidente che c’è qualcosa che il giudice vuole chiarire. Cosa sia, non lo sappiamo”.

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