Omicidio Meredith, concessa la semilibertà a Guede

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:47

Rudy Guede, l'uomo che è stato giudicato colpevole per l'omicidio di Meredith Kercher e che sta scontando 16 anni di reclusione per il reato per cui è stato condannato, ha inoltrato un'istanza al tribunale di Roma con la quale chiedeva di essere affidato agli assistenti sociali. Il tribunale della Capitale ha respinto l'istanza concedendogli però la semilibertà e consentendogli di collaborare con il Centro studi criminologi di Viterbo per alcune ore al giorno, rientrando in carcere la sera. Il provvedimento scaturito dall'udienza che si è tenuta lo scorso 20 settembre, è stato notificato oggi a Guede. 

Le motivazioni

I giudici hanno così in parte accolto un'istanza del suo legale, l'avvocato Fabrizio Ballarini. Secondo i pareri degli operatori e gli psicologi della casa circondariale di Viterbo presso la quale è già stato detenuto per 12 anni, esaminati nel procedimento davanti ai giudici romani, Guede si è sempre comportato “in maniera esemplare” e il tribunale ha “preso atto” della qualità del percorso didattico e umano dell'ivoriano. Pertanto il tribunale ha stabilito che possa collaborare con il Centro studi criminologici di Viterbo. Cosa per altro che già avveniva ma in base all'articolo 21 del regolamento carcerario.

L'omicidio di Meredith

Era il primo novembre 2007 quando Perugia, nota città universitaria dell'Umbria, veniva scossa dalla morte di una giovane studentessa inglese. Meredith Kercher venne ritrovata priva di vita con la gola tagliata nella propria camera da letto, all'interno della casa che condivideva con alcuni studenti. Per l'omicidio è stato condannato in via definitiva, con rito abbreviato, il cittadino ivoriano Rudy Guede, come unico responsabile dell'omicidio. In primo grado, come concorrenti nell'omicidio, furono condannati dalla corte d'Assise di Perugia nel 2009, la statunitense Amanda Knox e l'italiano Raffaele Sollecito. I presunti coautori del delitto furono successivamente assolti e scarcerati dalla Corte d'Assise d'appello nel 2011 per non aver commesso il fatto. 

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