GIOVEDÌ 12 OTTOBRE 2017, 00:01, IN TERRIS

I killer invisibili

Il criminologo Enrico De Simone ci spiega cosa può trasformare in un mostro l'uomo comune

LUCA LA MANTIA
Killer
Killer

Da Breivik a Paddock, passando per le centinaia di persone comuni diventate all’improvviso killer efferati. Bombe a orologeria che incontriamo sul tram, al lavoro, nell’androne del nostro palazzo, ma di cui troppo spesso non percepiamo il letale ticchettio. Così, quando deflagrano, portandosi via vite, sogni e speranze, la nostra unica chance è di non trovarci nei paraggi. Dell’uomo comune che si trasforma in mostro abbiamo parlato con il criminologo clinico Enrico De Simone.

Partiamo da Las Vegas. Il killer aveva 64 anni, era incensurato, una vita molto agiata. Poi ha organizzato nei minimi dettagli la strage perfetta. Com’è possibile che un istinto criminale così forte e radicato possa rimanere in nuce per tanti anni, senza dare il minimo segnale?
“Si tratta di una persona probabilmente affetta da una psicopatologia latente. Una malattia che tiene il soggetto in una condizione di normalità durante lo svolgimento di tutte le mansioni e le attività quotidiane e che può degenerare in situazioni di stress o di cui egli risente in modo particolare, portandolo al compimento di crimini come questo. E’ una sorta di cortocircuito mentale che fa passare lo psicopatico a una fase di totale distacco rispetto ad azioni efferate”.

Niente a che vedere con il classico raptus insomma…
“Esatto, in questi casi se da una parte il soggetto è predisposto al compimento di atti criminali, dall’altra la sua sfera cognitiva ed elaborativa non viene minimamente intaccata. Questo lo rende in grado di porre in essere azioni articolate e sofisticate, anche con l’utilizzo di mezzi e luoghi, senza dare segni di alterazione mentale, la quale si manifesta, invece, con l’attuazione del disegno criminoso. La sua sfera cognitiva e organizzativa non sono assolutamente menomate, anzi, funzionano perfettamente. Lo dimostrano la scelta del luogo e la capacità di introdurre armi senza destare sospetti, peraltro in un palazzo controllato in modo ferreo. Tutto era stato studiato nei minimi dettagli. Pertanto il killer non solo non aveva menomazioni nella sua capacità elaborativa ma è stata proprio quest’ultima a consentirgli di uccidere tutte quelle persone”.

Esistono fattori ambientali o ereditari in grado di trasformare una persona qualunque in killer efferato?
“Ci teorie che parlano di possibile ereditarietà, ma sono superate da quelle, multifattoriali. Le quali tengono conto non soltanto della predisposizione naturale – è il caso del cosiddetto ‘delinquente nato’ – ma anche di fattori esterni, sociali, familiari e culturali che condizionano il potenziale criminale. Questo però si verifica soprattutto nei casi di delinquenza comune. In fatti come quelli di Las Vegas bisogna parlare di una forma di psicopatologia, individuabile attraverso lo studio della vita pregressa del soggetto, il quale non può non aver dato segni di disagio alle persone che gli stavano vicino”.

Quali comportamenti possono considerarsi sospetti?
“Possono essere di vario tipo, perché dipendono dalla psicopatologia da cui è affetto il soggetto. Un segnale sospetto può essere l’atteggiamento di chiusura nei confronti degli altri, il rifiuto ad avere rapporti sociali. In questo caso è possibile che la persona interessata si stia creando una vita e un pensiero parallelo. Diventa quindi importante capire cosa legge, di cosa si interessi, quali programmi in televisione segua. Accorgimenti che possono far capire che il soggetto si sta isolando dal suo contesto. Le modalità scelte per la strage di Las Vegas, cioè lo sparare in modo indiscriminato contro una folla inerme, fanno presumere un sentimento di odio verso tutti e verso quella stessa vita e società che il killer sino a quel momento aveva accettato”.

L’idea che nelle comunità possano esistere tante, insospettabili, mine vaganti spaventa. Come ci si protegge dall’uomo comune?
“Non è semplice. Parliamo di persone che conducono una vita normale, che non hanno frequentazioni da cui possa desumersi una particolare tendenza a delinquere e, nella maggior parte dei casi, non hanno mai fatto uso di stupefacenti. Ma hanno forme di disagio interiore che riescono a mantenere celate. Però, ripeto, chi vive vicino a queste persone può accorgersi di stranezze, di comportamenti particolari. Tornando al caso di Las Vegas, ad esempio, chi frequentava Paddock non può non essersi accorto di una qualche forma di interesse per le armi. Non ci si improvvisa killer o esperti di quel particolare tipo di armi. Né ci si può improvvisare esperti di luoghi idonei a creare più danni possibili alle persone. Chi gli stava vicino qualche segno deve averlo notato. La percezione di questi segnali è l’unica forma di difesa che abbiamo”.

Esiste una difficoltà d’intervento delle forze dell’ordine in casi così complessi?
“In Italia esistono mezzi di prevenzione che, probabilmente, altri Stati non hanno. Come la severa normativa sulle armi, che prevede anche una visita psicologica sull’attitudine del soggetto a detenere strumenti d’offesa. Esiste poi un diffuso meccanismo di controllo sociale, affidato alle forze dell’ordine e non solo. Pensiamo alla scuola, alla famiglia, che quasi sempre segnalano casi di conflittualità interiore e di disagio sociale”.

E’ importante, quindi, fare rete e informare le forze di polizia quando si notano situazioni sospette…
“Assolutamente. Lo abbiamo visto con il fenomeno dei foreign fighter. I cambiamenti di comportamento, il percorso verso la radicalizzazione religiosa sono stati spesso percepiti da amici e parenti che poi hanno provveduto a segnalarla. Le forze dell’ordine, nell’ambito delle funzioni di polizia di prossimità, invitano sempre i cittadini ad avere una maggiore sensibilità nel percepire e segnalare, soprattutto in situazioni di grande allarme sociale”.

Nell’ultimo periodo si sono verificati diversi delitti passionali, specie fra i giovanissimi. Il fenomeno è in aumento?
“Gli ultimi dati ci dicono che in tutta Italia c’è stato un calo generale della delittuosità, compresa quella legata agli omicidi. Anche nel caso dei delitti passionali bisogna però ricordare che esistono sensori sociali in grado avvertirci per tempo di quanto sta per succedere. La prima cosa da fare è percepire l’allarme della persona che viene fatta oggetto di minacce e intimidazioni, anche perché esistono provvedimenti restrittivi la cui violazione può comportare l’arresto”.

Si parla spesso del rapporto tra internet e criminalità. Quanto può incidere un uso sregolato del web su una persona potenzialmente pericolosa? 
“Il mondo virtuale offre una possibilità infinita di occasioni criminali: truffe, estorsioni, molestie online, pedopornografia e tanto altro ancora. Negli ultimi anni, poi, c’è stato un incredibile salto di qualità; basti pensare all’ingente numero di denunce riguardanti reati informatici. La grande sfida del futuro sarà, dunque, quella di creare un sempre maggiore numero di esperti informatici nelle forze di polizia, perché i cittadini si trovano sempre più a contatto con uno strumento che procura loro problemi e che utilizzano senza conoscerne le vere potenzialità”.

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