Una società più accogliente per guarire dalla “tocofobia”

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Paura di partorire, maternità

Il termine “tocofobia”, coniato venti anni fa, è utilizzato per definire, sempre più scientificamente, la paura del parto nel mondo moderno. Il vocabolo deriva dalle parole greche tokos (parto) e fobos (paura). A coniarlo, furono le psichiatre inglesi Kristina Hofberg e Ian Brockintong, in un articolo pubblicato nel 2000 sul British Journal of Psychiatry (rivista medica del settore).

Si tratta di un vero e proprio terrore che può originarsi prima della gravidanza o successivamente, nel dar luce al figlio.

Ciò che è un naturale stato di pensiero per un evento del genere, si trasforma in un terrore vero e proprio che accompagna la donna e disturba tutti i mesi che conducono al parto (tocofobia primaria), periodo che dovrebbe esser vissuto con serenità e gioia anziché con malessere. L’ansia può scaturire anche da precedenti esperienze di gravidanza che hanno avuto serie complicazioni o sono state vissute in modo doloroso (tocofobia secondaria).

In molti casi, la paura prende il sopravvento e si preferisce eliminare il problema alla radice: rinunciare all’idea di aver figli, ricorrere a misure di sterilizzazione o interrompere una gravidanza.

Molto donne vivono in maniera devastante, a livello mentale e fisico, il contrasto quasi insanabile tra il forte desiderio di aver figli e l’inibente paura per l’evento del parto, visto come un momento terribile, doloroso e rischioso sia per la mamma sia per il bambino. Alcune volte, ci sono delle predisposizioni, delle patologie fisiche e psicologiche preesistenti che incidono negativamente sull’andamento della gravidanza.

La mancata accettazione del dolore finisce per irrigidire i muscoli, i tessuti, per abbassare la soglia del dolore e, in conclusione, rendere il parto più arduo per tutti i soggetti coinvolti.

La tocofobia induce molte donne che ne soffrono a chiedere con insistenza il ricorso al parto cesareo che presenta, in realtà, maggiori rischi.

Superato l’evento della nascita, vissuto come traumatico, l’ansia può condurre alla depressione post partum.

Nel 2016 è stato pubblicato (da Edizioni Centro Studi Erickson) il “Manuale di psicopatologia perinatale. Profili psicopatologici e modalità di intervento”. Il volume affronta le principali psicopatologie legate alla gravidanza e al parto, è curato dagli psicologi e psicoterapeuti Pietro Grussu e Alessandra Bramante.

L’Istituto Ipsico che si “occupa di clinica, formazione e ricerca nell’ambito della psicologia, della psichiatria e della psicoterapia cognitivo-comportamentale”, al link https://www.ipsico.it/news/paura-del-parto-tocofobia/, afferma “La paura del parto o tocofobia provoca ansia intensa, sofferenza o terrore che si sviluppa durante la gravidanza ed è caratterizzato da ‘evitamento’ del parto. Secondo degli studi dal 5% al 16% delle donne in gravidanza soffrono di questo specifico stato fobico (Adams et al., 2012)”.

Secondo un articolo del periodico di costume Vanity Fair, scritto da Monica Coviello il 20 febbraio 2018 “Paura del parto: ne soffre una donna su 7”, visibile al link https://www.vanityfair.it/news/approfondimenti/2018/02/20/tocofobia-paura-del-parto-che-cosa-e, si legge anche “Circa 14 su 100. Tante sono le donne che, secondo una ricerca della Nordic Federation of Societies of Obstetrics and Gynecology su 853.988 future madri di 18 Paesi diversi, soffrirebbero di tocofobia”.

In un articolo del 12 dicembre 2019, di Maria Teresa Bianco, visibile al link https://www.chedonna.it/2019/12/12/limmensa-paura-che-colpisce-1-donna-su-10-la-tocofobia/, si legge “Si stima un’incidenza che oscilla tra il 2% e il 15% delle donne affette da tocofobia, 1 donna su 10 ne è affetta”.

I contributi e i dati del fenomeno non mancano. La dottoressa Angela Noviello, psicoterapeuta, al link https://www.angelanoviello.it/ansia-in-gravidanza/, afferma “Secondo gli ultimi dati statistici più del 14% delle donne soffre del cosiddetto disturbo d’ansia generalizzata nel periodo della gravidanza e più del 5% ha avuto degli attacchi di panico.

Lo scorso 21 dicembre, l’Istat ha pubblicato, al link  https://www.istat.it/it/files//2020/12/REPORT-NATALITA-2019.pdf, quanto segue “NATALITÀ E FECONDITÀ DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE | ANNO 2019. Ancora un record negativo per la natalità. Continuano a diminuire i nati: nel 2019 sono 420.084, quasi 20 mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 156 mila in meno nel confronto con il 2008. […] Il numero medio di figli per donna continua a scendere: 1,27 per il complesso delle donne residenti (1,29 nel 2018 e 1,46 nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità)”. Altro dato interessante “31,3 anni L’età media in cui si diventa madri (3 anni in più rispetto al 1995)”.

Divengono importanti i corsi e le informazioni degli addetti ai lavori, soprattutto per le prime gravidanze, volte a ridimensionare, con una finalità di natura “adattiva”, tutte le paure legate a quello che si usa definire “lieto evento”.

Questa educazione al parto deve essere in grado di assorbire e rispondere, in maniera adeguata, all’incremento generalizzato delle fobie e allo strascico latente, a livello di tensione, dovuto all’attuale pandemia.

È fondamentale agire a livello educativo, sia dal punto di vista fisico che mentale, per preparare la donna a vivere la fase precedente al parto e quella successiva in maniera sana e gioiosa. Altro elemento su cui agire è quello del massimo coinvolgimento della partoriente in modo che sia resa più tranquilla, consapevole e si possa sentire pienamente parte attiva con una giusta dose di autonomia e padronanza.

Nei secoli precedenti, anche nel celebrato Rinascimento, la donna era considerata solo in funzione della sua capacità di procreare. Nella maggioranza delle società moderne, fortunatamente, si sono compiuti grandi passi in avanti; in alcune donne, tuttavia, rimane un latente senso di responsabilità per il parto, per un compito (personale e sociale) che viene vissuto più come un dovere e a cui segue un senso di frustrazione nel caso in cui non si dovesse adempiere.

Ancor prima di “caricare” la donna del peso del travaglio occorrerebbe “sgravarla” da quello sociale che le viene imposto da alcune “direttive” consolidate nella comunità, soprattutto in Paesi ancora alla ricerca di un equilibrio civile. Partorire non è un obbligo ma una scelta consapevole che va vissuta con il massimo della serenità e della gratitudine per la nuova vita che sta nascendo.

 

 

 

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