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“Ruth”: il microcredito di libertà che aiuta le vittime di violenza

L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere ha definito il termine violenza economica come “qualsiasi atto o comportamento che provochi un danno economico a un individuo. La violenza economica può assumere la forma, ad esempio, di danni alla proprietà, limitazione dell’accesso alle risorse finanziarie, all’istruzione o al mercato del lavoro, o mancato rispetto di responsabilità economiche, come gli alimenti”.

La situazione delle donne

La violenza economica nei confronti delle donne è molto diffusa ed indica tutte le forme di controllo sull’indipendenza economica, che le limitano o impediscono di disporre di denaro, fare liberamente acquisti o avere un proprio lavoro. In particolare, in Italia, secondo gli ultimi dati disponibili, circa il 49% delle donne ha dichiarato di essere stata vittima di qualche tipo di violenza economica, con un picco del 67% tra separate o divorziate, di cui il 28% ha subìto decisioni finanziarie prese dal partner senza un coinvolgimento preventivo. Interris.it, in merito a questo tema e al progetto “Ruth”, messo in atto da Caritas Italiana per aiutare le donne vittima di questo fenomeno, ha intervistato la referente progettuale, dott.ssa Caterina Boca.

Foto di Erik Witsoe su Unsplash

L’intervista

Dott.ssa Boca, come nasce e che obiettivi ha il progetto “Ruth”?

“Il progetto ‘Ruth’ nasce da un protocollo d’intesa sottoscritto tra il ministero delle Pari Opportunità, Caritas Italiana, Abi, Federcasse e l’Ente Nazionale per il Microcredito. L’obiettivo che si pone è la tutela delle donne vittime di violenza domestica, consentendo loro di accedere ad un’opportunità di microcredito sociale e, di conseguenza, potersi vedere finanziate, con un’agevolazione economica e un accompagnamento specifico, l’acquisto di beni o servizi che possono essere loro utili. La progettualità, quindi, si inserisce tra gli strumenti di tutela delle donne vittime di violenza ma, nello stesso tempo, è differente dagli altri, aiutando anche chi le accompagna in questo percorso di emancipazione, ad avere ulteriori mezzi di assistenza”.

La Convenzione di Istanbul equipara in maniera significativa la violenza economica a quelle di altro tipo. Quali sono le vostre speranze su questo versante per permettere una protezione ulteriore da questo tipo di violenza?

“La Convenzione di Istanbul, da questo punto di vista, è molto interessante. Talvolta, si può pensare che, la violenza domestica, sia esclusivamente quella di tipo fisico ma, quella psicologica ed economica, sono invece altrettanto gravi e producono notevoli danni. Ci sono donne a cui, i mariti, impediscono di usare il denaro che loro stesse guadagnano o cui devono rendere conto di ciò che acquistano. Altre, purtroppo, vengono costrette a intestarsi società o aziende, ritrovandosi con dei debiti a seguito di una gestione scorretta. Vi sono poi altri casi in cui, gli uomini, andando via di casa, lasciano parecchi debiti che non vogliono più pagare. I casi pertanto sono tanti e, queste donne, in molti casi, oltre a non avere la capacità economica di far fronte a queste spese, non sono capaci di farlo a causa dell’inibizione nell’uso del denaro a cui sono state costrette che impedisce loro di pianificare le spese. Alla luce di ciò, aver riconosciuto la violenza economica, è molto importante e, con progetti come questo, si può dare una risposta. Noi speriamo che, sempre di più, ci sia uno spazio di riflessione su tutte le forme di violenza che le donne possono subire. ‘Ruth’, su questo versante, è molto interessante perché aiuta ad introdurre strumenti di accompagnamento non usuali ed auspichiamo che si possano sviluppare sempre di più. Ciò è molto importante per far sì che, gli operatori sociali, possano individuare gli strumenti più adeguati a intervenire nella maniera migliore. In riguardo, ad esempio, ad alcune donne che hanno già fatto un graduale percorso e sono in autonomia, continuano ad essere seguite perché si trovano in una condizione di fatica economica. Le banche probabilmente, nella loro condizione, non darebbero loro un finanziamento e invece, in questo caso, oltre al denaro in sé, si accompagnano le donne nella pianificazione e nella gestione economica e questo ha una rilevanza importantissima”.

L’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, purtroppo, ha fatto segnare una recrudescenza del fenomeno della violenza sulle donne. Quali sono i vostri auspici per il futuro in merito all’incremento dei percorsi di accompagnamento delle vittime di violenza? In che modo, chi lo desidera, può entrare in contatto con le attività del progetto “Ruth”?

“In questi anni la Chiesa, attraverso le Caritas diocesane, ha contribuito e contribuisce tantissimo ad assistere le donne vittime di violenza. Abbiamo più di cento Caritas che, con servizi diversi, accompagnano le donne. In alcuni contesti viene fatto un lavoro stretto con i centri antiviolenza, che rappresentano i servizi per antonomasia rivolti alle donne. Talvolta, ci siamo resi conto che, molte di loro, trovano nei centri di ascolto un luogo in cui manifestare la propria condizione, grazie a quella dimensione in cui si sentono protette. La Caritas quindi, attraverso la sua rete, svolge un’opera silenziosa e preziosissima nei confronti delle donne. Tutto ciò va potenziato perché, ci rendiamo conto che, la situazione della violenza sulle donne è sempre più difficile. Siamo chiamati a farle sentire meno sole nel loro atto di coraggio di svincolarsi dalle situazioni di violenza. È importante accompagnarle con una rete che le protegga verso una dimensione nuova e più sicura. Così facendo, sempre più donne, saranno in grado di denunciare e svincolarsi dalle violenze. Il ministero delle Pari Opportunità ha istituito uno specifico fondo per il microcredito sociale gestito da Caritas attraverso le 19 Caritas diocesane alle quali ci si può rivolgere per chiedere informazioni sul progetto ‘Ruth’. Le donne che entrano nel progetto sono state segnalate dai Centri antiviolenza. Chiunque vuole avere maggiori informazioni può andare sul nostro sito oppure scrivere all’indirizzo di posta elettronica progettoruth@caritas.it per avere indicazioni più specifiche”.

Christian Cabello

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