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Giovanni XXIII, il papa che vide il futuro

Una giornata, il 27 aprile del 2014, che, per certi versi, ha richiamato sensazioni giubilari. Quelle recenti, giusto all’alba del Nuovo Millennio, quando Roma divenne per un anno catalizzatrice della fede globale più di quanto già non fosse. Con un Pontificato in corso, quello di Giovanni Paolo II, che proprio in quell’atteso 2000 convocò nella Capitale i giovani di tutto il mondo per un’adunanza che consegnò alla Chiesa cattolica le nuove sentinelle del mattino, i testimoni della fede della contemporaneità. Quattordici anni dopo, Wojtyla diventava santo, condividendo gli onori degli altari con il suo predecessore Giovanni XXIII. Colui che, di fatto, alla modernità aveva aperto la strada, richiamando la Chiesa a un confronto con sé stessa. Necessario perché richiesto dai tempi. Proprio Papa Roncalli, eletto all’indomani degli anni bui e nel pieno della rinascita post-bellica, ebbe la lungimiranza di richiedere alle confessioni cristiane uno sguardo nuovo, conciliare sotto ogni aspetto, nella consapevolezza che un rinnovamento avrebbe, di lì al prossimo futuro, giovato alla Chiesa in ogni suo aspetto.

Giovanni XXIII e il futuro della Chiesa

Non è stata una scelta casuale, quella di Papa Francesco. Una canonizzazione congiunta significava un ideale continuum tra i due Pontificati, tra colui che per primo rese evidente il bisogno della Chiesa di interfacciarsi con l’oggi e chi, più di tutti, ha messo in atto i frutti del Concilio. Con un primo culmine proprio nell’agorà di Tor Vergata, quando i giovani cattolici risposero presente all’appello del Pontefice, rendendosi protagonisti di una nuova spinta evangelizzatrice. Ma sarebbe riduttivo incontrare nell’apice del Concilio e in una delle sue massime espressioni i punti di contatto tra i due Pontificati. Pur restando, il Vaticano II, lo zenit della Chiesa moderna: “Con la doppia canonizzazione – ha spiegato a Interris.it Marco Roncalli, pronipote e biografo di Giovanni XIII – Papa Francesco ha certamente indicato il Concilio Vaticano II come l’evento chiave per il cattolicesimo contemporaneo. Del nostro tempo ma anche futuro”.

Una visione sulla pace

Del resto, “è l’approccio di fiducia, nel mondo e verso gli uomini, quello che conta. Per questo occorrevano processi di aggiornamento, per usare la parola familiare a Papa Giovanni XXIII. E di riforma, per usare quella più cara a Paolo VI, il cui Pontificato è stato la prosecuzione nel solco di quello interrottosi con la morte di Papa Roncalli”. Eppure, entrambi i papi hanno attraversato la storia del loro tempo. E ognuno di loro, a suo modo, ha offerto il proprio contributo affinché il mondo potesse salvare sé stesso dalla distruzione totale: “Certamente, nei due Pontificati emerge una visione del papato che ha anche come compito quello dell’impegno per la pace, ben visibile in Papa Giovanni XXIII nell’aver scongiurato la crisi dei missili di Cuba. Ma anche in Papa Giovanni Paolo II, ad esempio nel conflitto intra-etnico dei Balcani e nelle due guerre del Golfo. Ricordando anche la loro visione dello sviluppo dei popoli come nuovo nome della pace”.

Un lascito di pace

In fondo, evangelizzazione e impegno per la pace sono concetti che viaggiano su binari paralleli, intersecandosi quel tanto che occorre per consegnare la figura del cristiano incarnato nella storia. Un impegno costante che Giovanni XXIII per primo fissò a memoria dei posteri, con il suo appello “agli uomini di buona volontà” nell’enciclica Pacem In Terris. Perché “la pace universale è un bene che interessa tutti indistintamente” e “a tutti quindi abbiamo aperto l’animo Nostro”. Concetti che, in qualche modo, furono respirati nell’aria romana che accompagnò la canonizzazione dei due papi. Con la netta sensazione che, quel giorno, la condivisione degli spazi della Capitale fosse in qualche modo quel lascito di pace che, con il loro impegno diretto, i pontefici consegnarono all’umanità.

Damiano Mattana

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