Presidenziali in Russia, un test sulla guerra in Ucraina

Sono chiamati alle urne 112,3 milioni di elettori non solo in Russia ma anche in Crimea e nei territori ucraini annessi. Per il capo di Stato russo si profila il quinto mandato, il terzo di fila

Tre giorni di elezioni con un risultato molto probabilmente già scritto, che però servirà a Mosca per verificare quanto la popolazione è con il suo presidente e con le sue scelte. Da domani venerdì 15 marzo fino a domenica 17 marzo oltre 110 milioni di persone sono chiamati alle urne per esprimere la propria preferenza tra i quattro candidati in corsa per il Cremlino. Con la guerra in Ucraina in primo piano, la terza conferma dell’attuale inquilino Vladimir Putin è ritenuta certa. Una sicurezza ascrivibile almeno al livello di consenso di cui gode il capo dello Stato in carica, oltre l’80%, e al buon momento dell’economia russa – trainata dall’industria militare -, con il Fondo monetario internazionale (Fmi) che stima per quest’anno una crescita del 2,6%.

Le elezioni

A queste presidenziali dove per la prima volta si vota per tre giorni, e sempre per la prima volta in molte regioni sarà possibile usare il voto elettronico, sono chiamati ai seggi elettorali 112,3 milioni di aventi diritto, secondo la Commissione elettorale centrale, in Russia, in Crimea e nei territori ucraini annessi, Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia, Kherson. Elezioni che in quelle aree ucraine occupate violerebbero il diritto internazionale e sarebbero quindi illegali, denuncia l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani (Odihr) dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), che manifesta inoltre la propria preoccupazione per le misure adottati nei confronti di chi esprime il proprio dissenso all’interno della Russia. “Ciò sta colpendo numerosi dissidenti, dai difensori dei diritti umani ai leader della società civile, dagli oppositori politici ai critici della guerra in Ucraina”, ha dichiarato il direttore dell’Odhir Matteo Mecacci.

L’intervista

Le chiavi interpretative di queste elezioni saranno il dato dell’affluenza e quello dei voti espressi per Putin, secondo Mattia Massoletti, Research Assistant – Russia, Caucasus and Central Asia Centre dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). Perché in quelle percentuali, in quei numeri assoluti, il presidente russo cercherà la dimostrazione del sostegno della maggioranza dei russi alla sua leadership e alla sua decisione di invadere l’Ucraina. Lo studioso ha risposto alle domande di Interris.it.

È una consultazione elettorale con il risultato già scritto?

“Sì, Vladimir Putin sarà il capo di Stato della Federazione russa per altri sei anni. Ci sarà da capire quanto sarà il dato dell’affluenza e quanti saranno i voti a suo favore, perché ciò potrebbe andare a impattare sulla percezione che il popolo russo ha nei suoi confronti, così come sulla sua legittimità”.

Di quanto consenso gode Putin?

“Da un lato capire l’effettivo livello di consenso è difficile, data la svolta ancora più autoritaria che ha impresso al Paese, e che potrebbe aver ‘viziato’ qualche risposta. Dall’altro lato, pensare che Putin non goda comunque di un gran sostegno è utopistico. Secondo l’istituto indipendente di sondaggistica russo Levada, a gennaio il consenso dell’attuale presidente si aggirava intorno all’85%. Non il più alto di sempre, dato che il ‘picco’ forse è stato toccato a seguito dell’annessione della Crimea, ma comunque, dal 2000 fino ad oggi Putin si è assestato su percentuali di gradimento che vanno dal 60 al 90%”.

Che affluenza si prevede? E quale significato avrà una bassa, media o alta affluenza?

“L’affluenza potrebbe non essere molto alta ma queste elezioni si tengono in un contesto eccezionale, con la guerra in Ucraina in corso, e Putin ha bisogno di mostrare che in questa congiuntura importante la popolazione russa lo appoggia. Più gente andrà ai seggi e più il risultato sarà legittimato. A quel punto il presidente potrebbe far sfoggio della percentuale dell’affluenza e dei voti – presumibilmente alti – a suo favore. Per questo cercherà di mobilitare le élite a livello locale e regionale affinché spingano la gente alle urne, contando soprattutto sui pubblici funzionari e sui dipendenti delle aziende statali. Resta da capire se ci sarà il voto di protesta, con la mobilitazione per domenica 17 marzo chiamata da Yulia Navalnaya, vedova dell’attivista, politico e leader dell’opposizione russa Alexei Navalny, trovato morto in una prigione russa un mese fa”.

È un “test” sulla guerra in Ucraina?

“Sì, Putin ha definito più volte la guerra come esistenziale per la Russia – basti pensare che ha annunciato la sua candidatura dopo un incontro con dei veterani provenienti dal Donbass. La sua legittimazione elettorale gli servirà per legittimare la tesi che la maggioranza dei russi sostiene anche la guerra contro l’Ucraina. Si vota anche nei territori ucraini annessi nel settembre 2022 e in Crimea, con la Russia che, dal suo ‘avvento’ tratta queste zone già come parte integrante della Federazione”.

Qual è la situazione socio-economica della Federazione russa?

“Già negli anni prima del 24 febbraio 2022 l’economia russa era in stagnazione. Ora il Paese rimane a galla grazie all’industria militare che produce a ritmi forsennati, spingendo in alto la crescita e assorbendo manodopera. Secondo l’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, in base ai dati di gennaio 2024 quest’anno la crescita sarà del 2,6% – per far capire, la crescita dei Paesi dell’Eurozona è data al 0,9%. Inoltre, la disoccupazione al 2,9% è ai minimi storici dalla nascita della Federazione russa e ci sono stati aumenti salariali. Questi numeri però non sono per forza un segnale di ‘buona salute’. I salari medi crescono anche perché la forza lavoro nei settori civili si assottiglia, dato che viene impiegata nell’industria bellica o al fronte. Secondo gli economisti, anche russi, questa situazione potrebbe esacerbare l’inflazione, al 7,4%, in rialzo dall’agosto dell’anno scorso. Il ritorno all’economia civile sarà difficile, sia perché non si sa quanto ancora si trascinerà la guerra sia perché un terzo del budget federale per il 2024 sarà destinato alle spese militari, a discapito del welfare, dell’istruzione, della sanità”.

Ci possono essere differenze tra il voto delle metropoli russe e delle periferie?

“In un Paese immenso, con undici fusi orari e centinaia di etnie e lingue diverse, è possibile ci siano differenze tra i grandi centri e le regioni più periferiche. I russi ‘etnici’ non vengono mandati al fronte, il governo si è adoperato affinché la capitale politica, Mosca, e quella culturale, San Pietroburgo, dove si concentrano le persone più attive culturalmente e intellettualmente, venissero toccate il meno possibile dalla guerra. Discorso diverso per le regioni non a maggioranza russa, per esempio, da dove provengono molti degli uomini mandati al fronte. Comunque, nel complesso, fondamentali per determinare le dinamiche dell’affluenza e del voto saranno fondamentali sempre le già menzionate élite locali e regionali.”

Chi sono gli altri candidati?

“Non si tratta di esponenti di una vera e propria opposizione a Putin ma di quella definita ‘sistemica’, dato che manca un’effettiva pluralità di scelta – è una pluralità di facciata. Già in lizza nel 2004, Nikolai Kharitonov, del Partito comunista, secondo le proiezioni potrebbe arrivare al 5%. Anche il segretario del partito liberal-democratico Leonid Slutsky, marcatamente nazionalista, è dato intorno 5-6% dei voti. Nessuno dei due candidati è però un personaggio particolarmente carismatico. Il terzo è Vladislav Davankov, del partito Nuova gente. È il candidato più giovane e più liberal-progressista, ma neppure lui effettivamente contrario a Putin e alla guerra, anche se a, differenza degli altri che la sostengono pienamente, si ‘limita’ a chiedere la resa dell’Ucraina”.

Dopo un quarto di secolo che bilancio tracciare della leadership di Putin, quattro mandati presidenziali e due da primo ministro?

“Molti russi continuano a percepire Putin come il deus ex machina che ha riportato l’ordine e la stabilità in Russia dopo il caos di Eltsin e degli anni Novanta. La normalizzazione è passata attraverso l’aumento dei salari, il miglioramento generale delle condizioni di vita della gente – favorito anche dall’aumento del prezzo degli idrocarburi sul mercato internazionale – e la vittoria sui separatisti ceceni. Tutto ciò però è andato di pari passo con la centralizzazione del potere nelle sue mani, oltre che con il progressivo soffocamento della società civile, della libertà di stampa e dei diritti individuali”.

Qual è il sentiment generale della popolazione russa?

“Gran parte della popolazione russa sembra aver adottato una condizione di ‘conformità passiva’ alla situazione che si è profilata con lo scoppio della guerra. In Occidente si sottolinea spesso che i russi non protestino e siano sostanzialmente ‘tenuti al guinzaglio’ da Putin. Va però ricordato che oltre 20mila persone sono state arrestate in situazioni legate a proteste contro l’invasione dell’Ucraina. Tanti russi provano ad andare ad avanti come se nulla fosse, ma non ritengo corretto dire che siano passivi per scelta. Il sistema russo attuale è estremamente repressivo, e una parola detta al posto sbagliato al momento sbagliato può costare molto caro. Inoltre, nonostante tutto, come testimoniato dall’ampia partecipazione popolare alle cerimonie di esequie di Alexei Navalny, la società civile in Russia è tutt’ora viva”.