L’integrazione possibile. La lezione di trent’anni di immigrazione in Italia

Nel 2020 il valore aggiunto generato dai lavoratori stranieri in Italia è stato pari a 146,7 miliardi di euro, cioè al 9,5% del Pil

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Immigrazione

Chi ritiene impossibile l’integrazione è smentito da un modello di inclusione. Cioè da quanto si è realizzato nell’ultimo trentennio sull’asse Romania-Italia. Ai 30 anni di immigrazione romena in Italia è dedicata la ricerca “Radici a metà. Trent’anni di immigrazione romena in Italia”. L’indagine scientifica è promossa dall’Istituto di Studi Politici “San Pio V”. E realizzata dal Centro Studi e Ricerche Idos. L’inchiesta è stata presentata a Roma alla Pontificia Università Gregoriana. Ed esce oltre un decennio  dopo “Romania. Immigrazione e lavoro in Italia” (2008). E “Romeni in Italia tra rifiuto e accoglienza” (2010).Immigrazione

Immigrazione come risorsa

Le pubblicazioni realizzate da Idos per Caritas Italiana hanno significativamente contribuito a contrastare il panico e i pregiudizi romenofobici. Esplosi all’interno
della società italiana nel fatidico 2007. L’annus horribilis dei romeni in Italia.
Spiegano i promotori dell’iniziativa: “È stato possibile dare avvio a questa terza ricerca grazie alla sensibilità lungimirante dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”. Con cui IDOS ha condiviso l’obiettivo di contribuire a inquadrare l’immigrazione romena in Italia. In tutti i suoi aspetti (positivi o negativi). Con correttezza e obiettività”. I romeni in Italia erano poco meno di 10.000 in occasione del censimento del 1991. Nel 2018 hanno sfiorato il milione e duecentomila presenze. E sono oggi la prima collettività straniera, con 1.076.412 presenze. Pari al 20,8% del totale degli stranieri”.immigrazione

Progressivo inserimento

Alla presenza, crescente e distribuita sul territorio, si associano numerosi indicatori del progressivo inserimento dei cittadini romeni in Italia. Imperniati tutti su un solido radicamento a livello familiare. Laddove non è possibile mantenere la coesione familiare, l’emigrazione delle donne ha creato problematiche sociali. Spesso irrisolte. Che hanno portato anche a campagne di “moral panic” tese a colpevolizzare in alternativa l’Italia. Da qui l’espressione “Sindrome Italia”. O le dirette interessate. Che invece si prodigano al meglio delle possibilità per assicurare una continuità emotiva e una guida da lontano. Tuttavia rimane ampiamente irrisolto il problema del “care shortage”. E quindi della doppia vulnerabilità di madri e bambini “left behind”. Le banche dati INPS riferiscono di 602.312 lavoratori romeni. Di cui 128.001 lavoratori domestici.immigrazione

Occupazione

Secondo la Labour Force Survey si assiste ad una significativa differenziazione di genere. Le donne risultano prevalentemente occupate nei servizi domestici. Come addette non qualificate ai servizi di pulizia di uffici. Oppure negli esercizi commerciali. E nel settore alberghiero in qualità di bariste e cameriere. Gli uomini, in quattro casi su dieci, lavorano nelle costruzioni. Soprattutto come muratori. Non è un caso, quindi, che i comparti di punta siano l’edilizia (20,1%). I servizi alle famiglie (19,6%). E l’agricoltura (7,3%). Nel 2020, nei due terzi dei casi (68,9%) svolgono una professione poco qualificata o operaia. Contro il 29,8% degli italiani. Mentre solo il 5,9% riesce a ricoprire una professione qualificata. Rispetto al 39,1% degli italiani. Tale condizione migliora solo parzialmente in caso di possesso di un titolo di studio elevato.immigrazione

Titolari di impresa

E’ in crescita il protagonismo nel settore dell’imprenditoria. Dove i titolari di impresa nati in Romania sono 50.230. Di cui 30.426 nelle costruzioni. Negli anni più recenti l’imprenditoria romena ha trovato nuova linfa. Grazie alla progressiva apertura a nuovi ambiti di attività, trainata dal ruolo crescente delle donne. Nel 2020 il valore aggiunto generato dai lavoratori stranieri in Italia è stato pari a 146,7 miliardi di
euro. Cioè al 9,5% del Pil. I romeni in Italia rappresentano oggi il 20,8% della
presenza straniera. Quindi è doveroso riconoscere ai lavoratori romeni di contribuire ogni anno ad almeno il 2% del Pil italiano. Interrogati sulla percezione della propria identità, la maggior parte dei romeni ha dichiarato di sentirsi un “cittadino europeo” . Cresce con l’aumentare del livello di istruzione e del tempo trascorso nella Penisola, la probabilità di dichiararlo. A scapito di “immigrato romeno”. Oppure “romeno temporaneamente insediatosi in Italia” e “(futuro) cittadino italiano”.immigrazione

Effetto Covid

Ha inciso molto la crisi pandemica. Con i vari regimi di lockdown. Le chiusure di frontiera temporanee. Le quarantene. L’attivazione dei green pass. Tutti ciò ha inferto un duro colpo allo stagionalato dei romeni. E ha prodotto un peggioramento delle condizioni lavorative ed economiche delle presenze stabili. Favorendo nell’immediato un’ondata temporanea di ritorni. La cui sostenibilità andrà valutata negli anni a venire.  La parte maggioritaria della comunità si sente inclusa. E pienamente accettata nella società italiana. Al riguardo è stata interrogata attraverso una websurvey. Nonostante la comunità abbia sofferto sporadici episodi di discriminazione. Il legame creatosi nel tempo ha reso l’Italia quasi una seconda patria. Sentimento che è evidente soprattutto tra i giovani. Per i quali è sostanzialmente impossibile definirsi interamente romeni o italiani. Ciò per la complessità identitaria delle seconde generazioni. Per il sentirsi “mezzo e mezzo”. Nutrendosi e aprendosi a due radici socio-culturali. Una situazione che rappresenta un valore aggiunto nella odierna società globalizzata. Nella quale il loro futuro difficilmente si giocherà solo in un orizzonte ristretto tra Italia e Romania.

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