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Dieci anni senza padre Paolo Dall’Oglio, monaco sulla frontiera islamo-cristiana. Intervista a Riccardo Cristiano

Per noi da questo lato del Mar Mediterraneo, dal 29 luglio 2013 padre Paolo Dall’Oglio è stato inghiottito in un buco nero. Come la terra che lo ha per lungo tempo ospitato, la Siria, dal 2011 è stata risucchiata, dopo le manifestazioni e le proteste di piazza sulla scia della “primavera araba”, dalla guerra civile tra le forze governative, i ribelli e in cui successivamente sono entrati in scena gli jihadisti. Nell’autunno dello scorso anno la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta relativa alla sua scomparsa, data l’impossibilità di accertarne, dal punto di vista giudiziario, la sorte.

Comunità e dialogo

Nato a Roma nel 1954, gesuita, dopo aver studiato l’arabo, padre Dall’Oglio all’inizio degli anni Ottanta ricostruisce l’antico monastero di Mar Musa, a nord di Damasco, dove nel 1991 fonda, insieme a padre Jacques Moraud, siriano, la comunità monastica consacrata al dialogo islamo-cristiano “al-Khalil di Deir Mar Musa”. Lì, nel monastero incastonato nella regione montuosa del Qalamun, lo scopo di padre Dall’Oglio e dei suoi confratelli è quello di “tradurre in atto la visione dell’accoglienza di Abramo e l’interesse per l’ambiente (…), per uno sviluppo sostenibile, e a lavorare con pazienza per la costruzione di una società civile matura, garanzia di una democrazia non solo formale”, come lui stesso scrive in una lettera. La figura del monaco, osservava padre Dall’Oglio, deve essere quella di “un servo e un attivatore del lato spirituale in tutta la nostra vita“.

Espulsione e sparizione

Dopo trent’anni in Siria, il gesuita viene raggiunto da un decreto di espulsione, per via delle sue posizioni critiche verso il regime di Damasco e nel 2012 lascia il Paese. L’anno dopo vi rientra per due volte e dal 29 luglio di dieci anni fa non si hanno più notizie certe sulla sua sorte.

L’intervista

Nel decennale della sparizione di padre Dall’Oglio, Interris.it ha intervistato il presidente dell’Associazione Giornalisti amici di padre Paolo Dall’Oglio Riccardo Cristiano, autore del libro “Una mano da sola non applaude. La storia di Paolo Dall’Oglio letta nell’oggi”, edito da Àncora.

Perché ha scelto questo titolo per il suo libro?

“Poco prima che Paolo rientrasse clandestinamente in Siria – quella liberata, a Raqqa, dove non c’era più il regime e però cominciava a sentirsi ingombrante e ostile la presenza dell’Isis – mi venne a trovare in redazione. Durante la nostra intervista mi parlò di questo proverbio arabo: ‘Una mano da sola non applaude’. L’altra è la mano di Dio? Non lo so. Certo ogni progetto monista, cioè ogni visione che nega il pluralismo, va contro questa elementare verità. E’ così dai tempi della Torre di Babele, distrutta nella sua pretesa di eliminare il pluralismo dal progetto divino. La verità di questo proverbio è dunque profonda, ma subito accessibile a tutti nel suo significato evidente, come è per tutte le verità profonde”.

Ci racconta la sua amicizia con padre Paolo Dall’Oglio?

“Io non sono un amico storico di Paolo, in verità ne ho sentito parlare per la prima volta nel 2000 e poi l’ho risentito nel 2011. Nel 2012, quando il regime di Assad lo espulse dalla Siria perché si era permesso di esprimersi liberamente, come consentito a tutti dallo stesso regime in seguito all’accordo che stipulò con l’inviato dell’ONU, Kofi Annan, venne a Roma. E’ qui che ci siamo conosciuti. Lo sono andato a trovare nel suo monastero di Cori e ho subito sentito che le parole di un jihadista armato di tutto punto al quale lui aveva chiesto la liberazione di ostaggi cristiani, dicendogli che il Paradiso è uno solo, e cioè ‘tu mi sei entrato nel cuore’, erano vere anche per me. E’ una sensazione strana, da quel giorno mi è sembrato che conoscessi padre Paolo da sempre. Da allora e per circa un anno ci siamo sentiti tutti i giorni o quasi, discutendo di Siria e della nazione nuova. Da quando uscì dal Paese, divenne il portavoce di un popolo senza voce, un popolo deportato come Paolo e seviziato come i siriani rimasti in patria. Paolo, un monaco, è diventato l’ambasciatore della rivoluzione tradita da tutti e io quella stagione la ricordo, minuto dopo minuto”.

Padre Dall’Oglio era un “innamorato dell’Islam, credente in Gesù”. Come teneva insieme questa duplicità e qual era la sua visione del dialogo interreligioso?

“Paolo è una delle poche persone che ho conosciuto che non aveva bisogno della paura. La paura è un collante fenomenale e la usiamo proprio per questo. Lui già negli anni Ottanta aveva capito che il muro di Berlino stava per crollare e che presto avremmo rischiato di affrancarci dalla paura, dunque sarebbe stato costruito un nuovo nemico: l’islam. Il discorso vale anche per loro, Bin Laden ha fatto esattamente questo. Così Paolo scelse di andare sulla frontiera islamo-cristiana, il Levante, un mondo che se non torna cosmopolita finirà di morire, suicida. Quindi negli anni Ottanta ha cominciato il suo cammino arabo, per diventare arabo, e c’è riuscito. Era un arabo non solo perché parlava quella lingua, ma perché era entrato in quella cultura, in quella storia. Dunque è diventato un arabo cristiano, ma senza pregiudizi contro i musulmani. Capiva come Gesù in persona lo chiamasse ad amare i musulmani, quindi l’Islam. Paolo è tra i pochi europei che ha scritto che l’Alleanza c’è anche nel Corano e forse Ismaele indica che c’è un’elezione anche nell’esclusione. Islam poi non vuol dire ‘sottomissione’, letteralmente vuol dire ‘abbandono’, abbandono a Dio. E’ molto diverso e si inserisce perfettamente nella tradizione abramitica: Abramo, l’amico di Dio, non il sottomesso. E’ stata una lunga storia teologica islamica che, per via del desiderio di sottomissione a se stessa, al proprio potere, ha cambiato il senso di questo vocabolo. Dunque chi trasforma l’islam in sottomissione si uniforma a una teologia che ha inteso trasformare l’islam. Ma l’Islam popolare è con il mondo plurale, non contro, e infatti l’Islam popolare ha capito padre Dall’Oglio, ha capito il suo amore sincero, nel nome del pluralismo del progetto divino che in Gesù gli chiedeva di amare i musulmani. Dunque la duplicità c’era, evidente, come c’è in ogni innamorato. In lui poi c’erano altre duplicità, era un mistico con l’urgenza del fare sociale così come un intellettuale dedito al lavoro manuale. Tutto questo gli era naturale e lo rendeva una calamita, perché l’uomo senza duplicità, almeno a me, risulta arido, monocorde, statico, rigido”.

In riferimento al Medio Oriente, padre Dall’Oglio denunciava la “palude”, il “pantano”, in cui stava scivolando quella parte di mondo. A cosa si riferiva?

“Qual è il problema? La risposta dei più è ‘il terrorismo’, così ci siamo convinti che sradicando il terrorismo avremmo risolto il problema. Ma non è stato così e non solo perché il ‘terrorismo’ ha delle cause, ma anche perché, pur essendo un problema reale, non è il solo. Questo problema cresce tra altri, le ingerenze di tanti servizi segreti, la presenza di trafficanti di armi, di droghe, di corruzione dalle dimensioni iperboliche. Ecco il pantano, l’‘oscura cloaca’ dove ogni complotto è possibile fino a renderci indecifrabile la realtà, al punto da averne paura e doverla semplificare. Paolo ha identificato nel pantano il vero problema, e nella trasparenza l’unico antidoto. Quella che manca, soprattutto nel definire e trattare i regimi per quello che sono”.

Dopo dieci anni senza notizie sul suo destino, in che modo padre Dall’Oglio ci parla ancora oggi?

“Dall’Oglio aveva capito tantissime cose, impossibile dirle tutte. Cito quella per me più importante: gli opposti estremismi nel ’pantano’ avrebbero trovato il modo di convincerci che sconfiggendo il nemico o dell’uno o dell’altro avremmo risolto il problema. Sanno benissimo, gli opposti estremismi, che l’uno da solo, senza l’altro, non ci sarebbero riusciti. Poi, alla fine, si sarebbero giocati tra di loro l’ultima partita, non prima però di averci conquistato tutti all’un campo o all’altro”.

La firma del Documento della fratellanza umana firmato da papa Francesco e dal rettore dell’Università islamica di al-Azhar, l’imam Ahmad al-Tayyeb nel febbraio 2019 ad Abu Dhabi è una novità propedeutica, un primo passo nella direzione dell’armonia islamo-cristiana auspicata da padre Dall’Oglio?

“Certamente. Il Documento di Abu Dhabi non è mai stato presentato nella sua piena epocalità! E’ un documento epocale perché entrambi i firmatari ci prospettano il pluralismo come cardine del disegno divino. Bisogna leggere per capire e rendere merito a questo documento di valore universale: ‘La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano’. Dunque non solo si procede nel solco del Concilio che ha riconosciuto i ‘semi di verità’ presenti nelle altre confessioni, ma si procede insieme con la massima autorità teologica di quell’Islam, sunnita, che soffre di essere ancora l’unica religione che non ha conosciuto esperienze di riforma. Se non è un fatto straordinario, epocale, questo…”.

Al tempo della sua espulsione dalla Siria, il patriarca caldeo cardinal Louis Sako gli offrì la possibilità di andare nel Kurdistan iracheno. Dieci anni dopo, lo stesso cardinale Sako, promotore del viaggio apostolico di papa Francesco in Iraq, ha lasciato il Paese in seguito alla decisione presidenziale di ritirare il decreto che lo riconosceva responsabile dei beni della Chiesa. Cosa ci dice questo fatto della situazione in Medio Oriente?

“Contro di lui ci sono tutte quelle forze che non vogliono la fratellanza, e quindi la pari cittadinanza. Proprio come è stato nel caso di padre Dall’Oglio. Tutte queste forze o tacciono o avversano il patriarca Sako. Quante voci mediorientali si sono levate per lui dal mondo cristiano? Quante se ne levarono per padre Paolo quando fu espulso. Nessuno è perfetto, ma Sako oggi incarna, simbolizza, rappresenta una Chiesa che non aderisce a progetti politici, nascano a Teheran o a Riad. L’uomo che ha portato Francesco nella città santa degli sciiti, che non è l’iraniana Qom, ma l’irachena Najaf, per incontrarvi l’ayatollah al-Sistani, che rifiuta l’eresia khomeinista, ha avuto la sua solidarietà e quella del patriarca di Gerusalemme monsignor Pierbattista Pizzaballa. Mi ricordo che padre Dall’Oglio disse che i fondamentalisti credono che fuori dalla vera fede ci sono solo false credenze e quindi una falsa umanità. Questo è vero di qua e di là. Tutto si lega, la fratellanza tutto sfida”.

Lo scatto che ritrae padre Paolo Dall’Oglio è stato gentilmente concesso dalla fotografa Cécile Massie

 

Lorenzo Cipolla

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