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Dell’Arciprete (Unicef): “Nessun bambino dovrebbe mai morire in mare”

Negli ultimi mesi siamo spesso stati raggiunti da notizie di minori, bambini e anche neonati, che hanno perso la vita in un naufragio nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per arrivare sulle coste dell’Europa. Quasi trecento, stima l’Unicef, il fondo delle Nazioni unite per l’infanzia. Piccoli in fuga da povertà, siccità, conflitti e violenze, a cui si aggiungono i traumi e a volte anche gli abusi che subiscono lungo il tragitto, e che in molti casi affrontano questo viaggio, tutto o in parte, da soli, senza la protezione e il conforto degli adulti di riferimento.

Undici a settimana

Secondo l’agenzia Onu, dall’inizio dell’anno sono 289 i bambini dispersi o deceduti sulla rotta del Mediterraneo centrale, quella che dalla Tunisia e dalla Libia porta all’Italia. E’ una delle più pericolose, perché in molti casi i naufragi non vengono registrati o non lasciano sopravvissuti. Si tratta di una media di undici minori a settimana. Sempre per Unicef, dal 2018 ad oggi sono in totale 1.500 i bambini che hanno perso la vita o di cui si sono perse le tracce nella traversata. Tornando invece all’anno in corso, il fondo per l’infanzia delle Nazioni unite riporta i dati, al 9 luglio 2023, sugli arrivi in Italia del Portale dei dati operativi dell’UNHCR, e quelli sui migranti dispersi sulla rotta del Mediterraneo centrale del Progetto migranti dispersi dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), al 3 luglio 2023. Secondo l’Unhcr, tra gennaio e inizio luglio 2023 ci sono stati 90.605 arrivi in Europa via mar Mediterraneo, 69.599 dei quali (77%) attraverso la rotta centrale. Tra questi quasi 70mila migranti, il 16,7%, circa 11.600, sono bambini, con un aumento di due volte rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Foto di Unicef

L’intervista

Per capire la portata di questi numeri e in quale quadro si inseriscono, Interris.it ha intervistato Nicola Dell’Arciprete, coordinatore in Italia dell’Ufficio UNICEF per l’Europa e l’Asia centrale.

Come commenta queste cifre? Da cosa e da dove fuggono questi bambini?

“Quasi 300 bambini morti o dispersi nel Mediterraneo, 11 morti ogni settimana. E certamente, purtroppo, si tratta di numeri sottostimati. Sono morti evitabili, prevenibili, inaccettabili, nessun bambino dovrebbe mai morire in mare. Se guardiamo ai principali Paesi di provenienza dei migranti e rifugiati – recentemente molte delle partenze dalla Tunisia provengono da Paesi subsahariani – e ai rispettivi contesti socio-politici, sappiamo che continuano a persistere conflitti e condizioni di povertà estrema che portano tante persone a lasciare il proprio Paese verso destinazioni in cui sentirsi al sicuro o semplicemente alla ricerca di condizioni di vita più dignitose. Senza percorsi legali e sicuri di accesso in Europa e senza un meccanismo coordinato delle operazioni di ricerca e soccorso rischiamo un aumento di questi numeri”.

Nei primi tre mesi dell’anno, oltre la metà dei minori arrivati era rappresentata da minori registrati come non accompagnati. A quali rischi sono esposti in questi viaggi? Qual è la loro condizione?

“I minori stranieri non accompagnati sono bambini e adolescenti che viaggiano soli, senza figure adulte di riferimento. La maggior parte di loro ha tra i 16 e i 17 anni, recentemente stiamo assistendo anche all’arrivo di molti minorenni infraquattordicenni. Sono minorenni che vivono una tripla transizione: dal Paese di provenienza a quello d’arrivo, dalla minore età all’età adulta, fino ad arrivare al superamento dei dolori emotivi e delle difficoltà vissute con il viaggio e la fuga, a volte con i naufragi. Per via delle vulnerabilità specifiche hanno bisogno di un accesso tempestivo a servizi specializzati tra cui immediato supporto psicologico. Per le ragazze in particolare è sempre alto il rischio di sfruttamento e violenza, inclusa la violenza di genere, che richiede un eventuale rinvio a servizi specializzati. Inoltre si tratta di minorenni che devono recuperare mesi e anni di studio persi, inserirsi nel nuovo contesto. Per questo devono subito essere supportati da figure quali il tutore, capace di indirizzarli dal punto di vista legale, nel reinserimento scolastico e nel processo di inclusione sociale”.

Credits Stefano De Luigi VII Photo IItaly

Quale tipo di accoglienza, protezione e supporto, ricevono una volta sbarcati? E quali prospettive ci sono per questi minori, accompagnati e non?

“Una volta sbarcati i minorenni dovrebbero essere trasferiti in maniera tempestiva in strutture adeguate su misura per loro. Purtroppo spesso questo non accade per via della mancanza di posti disponibili in strutture di seconda accoglienza, per cui i tempi si dilungano più del previsto, lasciando bambini e adolescenti, a volte intere famiglie, in attesa in soluzioni emergenziali. È necessario invece accelerare i percorsi di accoglienza in strutture capaci di supportare l’inserimento di minori e famiglie nel nuovo contesto socio-economico. Ricordiamo poi la possibilità di incentivare percorsi quali l’affido familiare, la scelta migliore – e ancora la meno utilizzata – nel caso dei minorenni soli”.

In cosa consiste il progetto “PROTECT – Protecting Children on the move”?

“Da fine del 2016 l’UNICEF è operativo in Italia con un programma a favore di bambine, bambini, adolescenti, donne e famiglie rifugiati e migranti. Quest’anno l’UNICEF ha inoltre potenziato l’azione in frontiera attraverso PROTECT, progetto finanziato dalla Commissione europea attraverso il Fondo asilo, migrazione e integrazione (Fami). Tra le azioni portate avanti in frontiera – nelle principali aree di arrivo e transito – ricordiamo l’orientamento, il supporto legale e psicosociale, le azioni di mitigazione, contrasto e risposta alla violenza di genere, e il rinvio a servizi specializzati. Tra gli interventi di protezione, anche forme di supporto e accoglienza su base comunitaria, attraverso il diretto coinvolgimento della società civile, come nel caso della tutela volontaria, del mentoring per l’affiancamento dei neomaggiorenni e dell’affido familiare. L’organizzazione ha inoltre attivato percorsi di sviluppo delle competenze e inclusione sociale, favorendo l’ascolto e la diretta partecipazione dei minorenni in condizioni di vulnerabilità nei processi che li riguardano”.

Mentre in Europa è corso di negoziazione il nuovo Patto sull’immigrazione e asilo, cosa chiede l’Unicef ai governi? Che tipo di percorsi sicuri e legali vanno implementati e quali altri se ne possono mettere in campo?

“L’UNICEF chiede ai governi una migliore protezione dei bambini vulnerabili in mare e nei paesi di origine, transito e destinazione. Chiediamo di garantire che questo impegno sia parte integrante del Patto Ue sulla migrazione e l’asilo, attualmente in fase di negoziazione.  Come? Proteggendo i diritti e il superiore interesse dei bambini in linea con gli obblighi previsti dal diritto nazionale e internazionale; fornendo ai bambini percorsi sicuri e legali per la migrazione e la richiesta di asilo; rafforzando il coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio e garantendo un rapido sbarco in luoghi sicuri. Ancora, una volta arrivati, è necessario rafforzare i sistemi nazionali di protezione dell’infanzia per includere e proteggere bambine/i e adolescenti a rischio di sfruttamento e violenza, in particolare i minorenni stranieri non accompagnati, e garantendo l’accesso alle informazioni per fare scelte sicure e informate sulle loro opzioni e la partecipazione ai processi che li riguardano”.

Lei a fine luglio si recherà a Lampedusa. Quali sono il fine e il senso di questa missione?

“L’azione dell’UNICEF in emergenza vuole rispondere ai bisogni specifici dei minorenni migranti e rifugiati, dei ragazzi e delle famiglie, che supportiamo – insieme ai nostri partner operativi – con il nostro intervento. Per questo è per noi importante essere presenti sul campo per fornire supporto concreto e garantire il corretto espletamento delle procedure che garantiscono l’attuazione del superiore interesse del minore”.

Lorenzo Cipolla

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