Comunità e cooperazione, il nuovo paradigma per un futuro più equo

L'intervista di Interris.it al dottor Giovanni Teneggi, responsabile nazionale comunità di Confcooperative, sulle sfide che attendono la cooperazione nelle comunità

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:01

La delicata fase storica che stiamo vivendo, connotata da emergenze epocali, quali ad esempio la pandemia da Covid – 19 e la guerra alle porte dell’Europa che stanno generando paura e smarrimento, richiede delle risposte inedite, con l’obiettivo di rinsaldare i legami tra le persone nelle diverse comunità, per far sì che le stesse diventino dei luoghi maggiormente inclusivi.

La cooperazione di comunità

Una delle risposte ai bisogni sopra citati è costituita dalla cooperazione di comunità, uno strumento di innovazione sociale che intende abbracciare il benessere collettivo. Ciò avviene attraverso la valorizzazione della partecipazione dei cittadini alla vita della comunità nei termini previsti dalla cosiddetta cittadinanza attiva, l’utilizzo dei beni del territorio e soprattutto l’inclusione delle diverse forme di fragilità affinché le stesse possano diventare una ricchezza per il tessuto sociale. Interris.it, in merito a questo tema, ha intervistato il dott. Giovanni Teneggi, responsabile nazionale Cooperative di Comunità di Confooperative nonché direttore dell’ente a Reggio Emilia.

L’intervista

Quale deve essere e qual è il ruolo della cooperazione nel rilancio delle comunità?

“Senz’altro un ruolo centrale, urgente, responsabile e competente. La cooperazione è sempre stata un dispositivo di creatività, anche istituzionale, legata a una visione e ad una compassione del tempo presente. Oggi non c’è nessun dubbio che, sia per dare senso alla contemporaneità del mondo digitale che stiamo vivendo e vogliamo cogliere come opportunità, sia per reagire ai drammi, alle grandi preoccupazioni e questioni aperte nel tempo attuale, costruire sistemi mutualistici tra le persone nei luoghi è ciò che serve, potremo dire ciò che manca. Certo, non serve solo questo e non manca solo questo. Occorre capacitare nuovamente le persone a essere, vivere, partecipare, costruire, manutenere ecosistemi, anche di luogo, capaci di regolare, dare rifugio, accogliere e compensare. Viviamo ovunque, in tutti i settori, un grande tempo di incertezza, nel quale temiamo che sistemi istituzionali, di relazione e controllo di ciò che avviene, vogliamo pensare sempre volti ad alimentare il benessere delle persone, ma alle volte ne abbiamo qualche dubbio, siano in crisi e sempre meno capaci di adempiere al loro ruolo, ossia limitare, contenere, risolvere i conflitti e aumentare la capacità di bene per le persone, su scala micro ma anche su scala mondiale. Di fronte a questo possiamo essere certi che, sia nelle visioni in scala 1 a 28 milioni, ossia del mondo nella sua globalità, sia nella scala 1:1 che riguarda i paesi, i quartieri, i condomini e le comunità provvisorie che possono essere rappresentate anche da una scuola e da un gruppo d’adozione, noi vediamo che, ciò che manca all’appello perché estinto, logoro, consumato, messo da parte e non cresciuto in molti casi, è la capacità delle persone di costruire comunità, ossia ecosistemi mutualistici, di scambio, distribuzione e co costruzione del valore. Sono appassionato a un film recente, nel quale uno scienziato, interpretato da Leonardo Di Caprio, grida su un canale televisivo “la cometa c’è, ne abbiamo certezza, la stiamo vedendo, ci colpirà”. Noi, con lo stesso grido, potremmo dire “non sappiamo più fare luogo, non sappiamo più fare comunità, non sappiamo più vivere insieme i territori” e, con la stessa urgenza, richiamarne l’effetto distruttivo. Mi sembra che, guardato dal buon senso della gente, dal lettore comune e dalle vicende quotidiane di ognuno di noi, questa affermazione non sarebbe messa in discussione da nessuno. Eppure, manca l’investimento, la risposta e la reazione. Questo è il campo della cooperazione. Persone che sanno, vedono e colgono la quotidianità come momento di apprendimento e si mettono all’opera per consentire una risposta a questo appello”.

Qual è il ruolo della cooperazione nell’incentivare l’inclusione e la partecipazione delle persone con fragilità all’interno delle comunità?

“È fondamentale. Dalla cooperazione e dalle cooperative ci dobbiamo innanzitutto attendere una rappresentazione di tutta la realtà umana, piena di pluralismo, peculiarità, caratteri e fragilità. Riconoscere il carattere della fragilità, della vulnerabilità e del limite, non perché attribuiti ad una categoria, a un’area di diversità, questione o problema da risolvere, ma assunta come condizione universale dell’incarnazione del nostro stare sulla Terra. Questo dovrebbe essere il primo elemento fondamentale e, assunta questa immagine, ci attendiamo dalle cooperative e dalla cooperazione, un’azione sociale, economica e imprenditoriale che parta dall’inclusione. Ma anche questo termine, per certi versi, potrebbe portare a quel limite iniziale, partendo dalla necessità e dalla maggiore efficienza del considerare le distintività personali e la fragilità di ognuno come un punto di ricchezza e di inizio. Penso che quello, sia anche il luogo, la rappresentazione, la postura ed il metodo progettuale e creativo di tutto ciò che facciamo, più efficace in termini di apprendimento, migliore soluzione e vita per l’umanità nella sua globalità presa tutta nelle sue fragilità. Tant’è che, molto spesso, si ha un’idea di fragilità, vulnerabilità e di limite distorto. Ad esempio, quanta fragilità, limite e urgenza di affronto, compassione e quindi creatività risolutiva ha l’agio. Ossia, tutta quella parte di mondo, realtà, esperienza e quotidianità che noi consideriamo superficialmente normale, di benessere e valore comune, molto spesso facendone tendenza e moda. Faccio tale esempio spesso parlando di montagne e di città. Si dialoga delle montagne come aree di limite, diverse, da integrare e includere nei grandi flussi urbani e metropolitani. Vivendo questi secondi come efficienza, efficacia, presenza e i primi come limite, distanza e inaccessibilità. Parlando di spopolamento, sono più preoccupato in merito a quello dell’agio urbano, dove perdiamo vite, biografie e relazioni che non lo spopolamento fisico del disagio montano. Se noi contassimo vite e biografie, se non addirittura le anime e i nessi di relazione invece che i corpi e la mera materialità superficiale, forse saremmo più preoccupati dello spopolamento urbano e metropolitano, piuttosto che di quello delle aree rurali e montane. Dovremo usare lo stesso principio su altre dimensioni della vita, cambiare il metro e cominciare a ritenere la fragilità come la condizione di tutti da superare insieme”.

misericordie

Quali sono i suoi auspici per il futuro in merito a questi temi?

“Il mio auspicio per il futuro è che prevalga razionalità, osservazione e apprendimento nella quotidianità e intelligenza. Dico queste parole perché, in genere, a chi si occupa di cooperative, cooperazione e comunità, vengono attribuite le parole follia, sogno e, alle volte, addirittura, rispetto alla narrazione che utilizziamo, poesia. Controintuitività ad allertare sul fatto che, nel mondo, c’è una razionalità e una intelligenza, che vuole soluzionismo avulso dalla fatica di luogo comunitaria e relazionale. Invece appunto, solo la poesia, richiamando al sogno, alla follia e all’epicità della comunità, si può occupare della costruzione di luogo. Invece, mi sembra di poter dire che è proprio irrazionale questo pensare comune. Cioè, guardando razionalmente, con apprendimenti nella quotidianità e nell’esperienza di tutti, richiamando quindi ad una visione e a uno sviluppo intelligente della terra e del mondo, è proprio la costruzione di luogo e comunitaria, l’elemento più percepibile come giusto e urgente. Paradossalmente, tutte le volte che si dice a noi cooperatori “che bella poesia” o “che follia necessaria” bisognerebbe reagire, alzarsi in piedi e dire “follia a chi?”. È il mondo delle tendenze selettive ed estrattive, che non bada più a senso e cooperazione come elementi di remunerazione e di controllo, dichiara e denuncia la sua irrazionalità. Luciano Floridi, uno dei più grandi filosofi viventi, proprio sul tempo digitale che viviamo, in una visione filosoficamente razionale del tempo che stiamo vivendo, richiama questi due termini, senso e cooperazione. Lui dice che, il digitale, la globalità e la contemporaneità, anche in tutte le tecnologie richiamabili, è la grande opportunità del nostro tempo, ma se non lavoreremo a produrre senso e capacità di controllo di tale complessità che si traduce in cooperazione, il rischio che ci distrugga è imminente”.

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: scriviainterris@gmail.com
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.