Cinquant’anni di Caritas Italiana: come è cambiata la povertà nel Paese

Intervista al vicedirettore di Caritas Italiana, Paolo Beccegato, sull’importante anniversario che vede protagonista il sodalizio della carità promosso da Paolo VI all’indomani del Concilio

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Per chi è nato negli ultimi 50 anni, il mondo è sempre stato così: con la Caritas dedita da sempre al servizio degli ultimi, dei poveri, degli emarginati, fedelmente abbracciata al proprio Vescovo e innestata quindi nel corpo vivo e mistico della Chiesa. Ma in realtà la storia della Caritas Italiana è diversa e molto recente. 

Sebbene la carità nella Chiesa sia sempre esistita, la Caritas Italiana, infatti, è stata istituita esattamente 50 anni fa, il 2 Luglio 1971, sotto papa Paolo VI, all’indomani del Concilio Vaticano II con le sue spinte innovatrici e profetiche. 

L’obiettivo della nuova istituzione incoraggiata dal Pontefice era quello di dare nuove risposte alle esigenze della società italiana, rimanendo fedeli alla chiamata di cristiani impegnati nel mondo, ma ancorati al Vangelo.

Ne parliamo con Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas Italiana.

Paolo Beccegato, vice direttore di Caritas Italiana (Immagine da Tv2000)

Dott. Beccegato, come è cambiata la Caritas in questi 50 anni della sua storia? Come sono cambiate le povertà?

“In estrema sintesi possiamo dire che gli anni Settanta ha visto per noi il nascere e il radicarsi sul territorio. Si veniva dalle cosiddette ODA, Opere Diocesane di Assistenza con mandato emergenziale e assistenziale nel lungo dopoguerra. Dopo il Concilio papa Paolo VI ha voluto accentuare invece  la funzione pedagogica delle opere di carità. Non solo portare la carità della comunità cristiana come se fosse un’organizzazione, ma promuove una cultura della carità, una mentalità, e farlo inizialmente proprio dall’interno della comunità cristiana stessa.

Oltre a questo l’obiettivo della Caritas doveva essere quello di cercare la giustizia sociale, promuovere e fare studi ricerche, affinché la carità fosse ‘intelligente’ e capace di visione,  verso la comunità cristiana e verso la società tutta.

Gli anni Settanta furono anni molto duri: le emergenze legate ai terremoti, ma anche il terrorismo, nonché anni molto combattuti internamente per creare senso di comunità e coesione sociale. Gli anni Novanta hanno poi visto un grande impegno all’estero, con il nostro intervento nella guerra dei Balcani e dei Grandi Laghi d’Africa, oltre alle grandi emergenze come l’uragano Mitch che ha colpito il Centro America e lo Tsunami in Asia del 2004. A seguire, gli anni 2000 hanno visto Caritas Italiana protagonista ancora all’estero con gemellaggi intrapresi con le altre Caritas nazionali. 

Al netto della pandemia, la grande crisi 2007-2008 e poi quella del 2011-2012 ci ha visto ancora impegnati per via del raddoppiamento della povertà assoluta in Italia. In questi anni difficili sono infatti aumentati in tutta Italia i centri di ascolto Caritas, le mense, gli empori della solidarietà, per far fronte a due grandi ondate di povertà. Il colpo di grazia, purtroppo, è arrivato con la pandemia, che ha creato nuove forme di povertà. Perdita del lavoro, fenomeni di usura, ma anche l’aspetto psicologico con la fragilità di tante persone che è venuta fuori in seguito alla situazione di emergenza sanitaria e di pericolo. Così ci siamo organizzati per dare una risposta più complessa, fatta non solo di aiuti materiali ma anche psicologici. Senza contare anche la ricerca di coesione sociale, così precaria in questo momento. Ancora una volta una carità più intelligente”.

SudanCosa è cambiato oggi nei volontari Caritas?

“Senza dubbio c’è stato un progressivo innalzamento dell’età media dei volontari nel corso del tempo, e questo non è stato positivo. Con la pandemia siamo stati obbligati a tutelare i volontari più anziani e chiamare i giovani, oltre a quelli già presenti tramite il servizio civile.. Perché ricordiamo che non possiamo solo fare affidamento sulla piccola componente professionale che lavora in Caritas, ma abbiamo bisogno di molti volontari giovani. Adesso si tratta di ricomporre tutto questo in un sano equilibrio. Fare un buon mix tra la freschezza dei giovani e la saggezza dei più anziani. Prevediamo in questo senso una stagione molto bella”.

Qual è la visione che ha la Caritas oggi sulla società italiana?

“Purtroppo la situazione è molto preoccupante. Continuano ad aumentare le disuguaglianze nel nostro Paese, così come in molti altri Paesi esteri; inoltre i cambiamenti climatici, il tema dei rifugiati e le migrazioni, i conflitti, sono sfide che ci provocano e ci chiamano a una riflessione. Va detto che la pandemia ha fatto arricchire molti settori industriali, ma ne ha fatti impoverire molti di più. Il futuro è un sfida che ci aspetta”.

Come sarebbe l’Italia di oggi senza la Caritas?

“Negli ultimi 50 anni nel nostro Paese è cresciuto molto il terzo settore e questa è una bella manifestazione di partecipazione e di democrazia attiva. Ci sono tante piccole realtà che lavorano in modo lodevole per la collettività. Noi cerchiamo sempre di collaborare, di fare sinergia e sussidiarietà che sia orizzontale o verticale, ma non rinunciamo al nostro ruolo di denuncia delle ingiustizie. Cerchiamo costantemente di proporre attraverso pubblicazioni e studi (come i Dossier che raccogliamo tramite i centri di ascolto) di dire la nostra, di far sentire la nostra voce e di dare voce a chi non ne ha. Il senso profondo del mandato di Paolo VI è senza dubbio anche in questo”.

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