Il Papa: “La luce di Dio non va da chi splende della propria”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:22

La parola Epifania indica la manisfestazione del Signore a tutte le genti, rappresentate dai Magi. E Papa Francesco lo ha ricordato nel corso della Solennità nella Basilica di San Pietro, durante la quale ha spiegato che, mostrandosi ai sapienti venuti dall'Oriente, “si svela così la bellissima realtà di Dio venuto per tutti: ogni nazione, lingua e popolazione è da lui accolta e amata. Simbolo di questo è la luce, che tutto raggiunge e illumina”. Desta però sorpresa come si manifesta: “Nel Vangelo è narrato un via-vai attorno al palazzo del re Erode, proprio mentre Gesù è presentato come re”. E i Magi lo troveranno “ma non dove pensavano: non nel palazzo regale di Gerusalemme ma in un’umile dimora a Betlemme”. Accadde così anche alla sua nascita e accadrà di nuovo quando Gesù, sui trent'anni, si farà battezzare da Giovanni Battista nel deserto: “Ecco la sorpresa: Dio non sale alla ribalta del mondo per manifestarsi”. Si potrebbe quasi pensare, ha spiegato il Pontefice, che “sarebbe stato meglio se la stella di Gesù fosse apparsa a Roma sul colle Palatino, dal quale Augusto regnava sul mondo; tutto l’impero sarebbe diventato subito cristiano”. Ma non è questa la vera manifestazione: “La luce di Dio non va da chi splende di luce propria. Dio si propone, non si impone; illumina, ma non abbaglia”.

La profezia realizzata

E' sempre grande, ha avvertito il Santo Padre, “la tentazione di confondere la luce di Dio con le luci del mondo. Quante volte abbiamo inseguito i seducenti bagliori del potere e della ribalta, convinti di rendere un buon servizio al Vangelo! Ma così abbiamo girato le luci dalla parte sbagliata, perché Dio non era lì. La sua luce gentile risplende nell’amore umile. Quante volte poi, come Chiesa, abbiamo provato a brillare di luce propria! Ma non siamo noi il sole dell’umanità. Siamo la luna, che, pur con le sue ombre, riflette la luce vera, il Signore”. E' lui la vera luce, che va da chi la accoglie: “Occorre alzarsi, cioè levarsi dalla propria sedentarietà e disporsi a camminare. Altrimenti si rimane fermi, come gli scribi consultati da Erode, i quali sapevano bene dov’era nato il Messia, ma non si mossero. E poi bisogna rivestirsi di Dio che è la luce, ogni giorno, finché Gesù diventi il nostro abito quotidiano. Ma per indossare l’abito di Dio, che è semplice come la luce, bisogna prima dismettere i vestiti pomposi. Altrimenti si fa come Erode, che alla luce divina preferiva le luci terrene del successo e del potere. I Magi, invece, realizzano la profezia, si alzano per essere rivestiti di luce. Essi soli vedono la stella in cielo”.

Una via alternativa

Per trovare Gesù, in fatti, non è possibile seguire vie preimpostate ma scegliere una via alternativa, la sua. Come i Magi, che tornarono al loro paese per un'altra strada, “per trovare Gesù c’è da impostare un itinerario diverso, c’è da prendere una via alternativa… la via dell’amore umile”. Si tratta di una via “alternativa al mondo, come quella percorsa da quanti a Natale stanno con Gesù: Maria e Giuseppe, i pastori. Essi, come i Magi, hanno lasciato le loro dimore e sono diventati pellegrini sulle vie di Dio. Perché solo chi lascia i propri attaccamenti mondani per mettersi in cammino trova il mistero di Dio. Vale anche per noi. Non basta sapere dove Gesù è nato, come gli scribi, se non raggiungiamo quel dove. Non basta sapere che Gesù è nato, come Erode, se non lo incontriamo”.

I doni

Solo “quando il suo dove diventa il nostro dove, il suo quando il nostro quando, la sua persona la nostra vita”: è allora che in noi si compiono le profezie, “Gesù nasce dentro e diventa Dio vivo per me”. Come i Magi, non basta rimanere sulla soglia a osservarlo ma è necessario entrare nella sua casa, prostrarsi a lui: “Nei loro gesti c’è un contatto stretto col Signore, un’apertura radicale a Lui, un coinvolgimento totale in Lui. Con Lui utilizzano il linguaggio dell’amore, la stessa lingua che Gesù, ancora infante, già parla. Infatti i Magi vanno dal Signore non per ricevere, ma per donare”. Per questo è necessario chiedersi se, a Natale, abbiamo portato dei doni a Gesù per la sua festa: “Se siamo andati dal Signore a mani vuote, oggi possiamo rimediare”. E, ricalcando i doni di oro, incenso e mirra, Papa Francesco ha invitato a offrire in dono l'adorazione, privando se stessi del primo posto e credendosi bisognosi, “non autosufficienti”; la preghiera, perché “occorre 'bruciare' un po’ di tempo, spenderlo per il Signore”; e la misericordia, perché “il Signore gradisce che ci prendiamo cura dei corpi provati dalla sofferenza, della sua carne più debole, di chi è rimasto indietro, di chi può solo ricevere senza dare nulla di materiale in cambio. E' preziosa agli occhi di Dio la misericordia verso chi non ha da restituire, la gratuità”.

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