I politici: “Risarcire i cristiani dell’Orissa”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:48

In India si torna a parlare delle persecuzioni contro i cristiani dell’Orissa che nel 2008 provocarono la morte di molte persone e la fuga di altre 56 mila. La loro unica colpa era credere in Gesù Cristo. A distanza di nove anni, un gruppo di leader cristiani, di attivisti per i diritti umani e operatori sociali hanno chiesto di rendere esecutivo, con urgenza, il verdetto della Corte Suprema sulla riapertura delle indagini e sui risarcimenti dovuti ai cristiani dell’Odisha, vittime delle violenze.

L’incontro

Come riporta l’Agenzia Fides, in un incontro tenutosi nei giorni scorsi nel distretto di Kandhamal una delegazione dei leader, composta da rappresentanti cattolici, battisti e di altre confessioni, ha rilevato che un importo in denaro, da destinare alle famiglia cristiane vittime di quella violenza, è giunto al distretto ed è dunque ora compito dell’amministrazione locale eseguire le disposizioni della Corte. I leader hanno avuto un breve incontro con i funzionari statali e con il Ministro delle minoranze nel governo dello stato di Orissa. La delegazione ha anche informato su altre questioni relative alla vita di emarginazione e esclusione sociale delle minoranze cristiane, portandole all’attenzione delle autorità civili e consegnando un memorandum.

Le violenze contro i cristiani

All’epoca, nel distretto di Kandhamal, quasi 100 persone sono state uccise e 56 mila cristiani furono costrette alla fuga durante le violenze che ebbero inizio nell’agosto del 2008 e durò quasi quattro mesi. A scatenare le violenze fu l’assassinio del leader indù Swami Lashmananada Saraswati, nel corso della sua vita ha portato avanti una lunga campagna di opposizione ai missionari cristiani. E furono proprio i cristiani ad essere accusati dell’omicidio (solo successivamente rivendicato dai gruppi maoisti). Da qui l’inizio del massacro, durante il quale circa 300, tra chiese e istituti cristiani, e oltre 600 case vennero distrutti. Non solo: alcuni fedeli furono bruciati vivi per aver rifiutato di convertirsi alla religione indù.

Le denunce delle autorità religiose

Dopo le violenze, l’arcivescovo cattolico di Cuttack-Bhubanewar, mons. Raphael Cheenath SVD (morto nel 2016), depositò una denuncia alla Corte Suprema chiedendo giustizia per le vittime. La Corte si è pronunciata il 2 agosto del 2016, condannando l’accaduto e stabilendo un risarcimento supplementare di 300 mila rupie per i familiari di persone decedute; in caso di lesioni subite dalle vittime durante la violenza, compensazioni dalle 30 mila alle 10 mila rupie, a seconda della gravitò delle lesioni; una indennità per la distruzione di una casa (50 mila da parte del governo statale e di 20.000 da parte del governo centrale) o per il suo danneggiamento.

Le indagini

Nel corso delle indagini, la Corte ha rilevato che sono stati aperti fascicoli per 315 casi ufficiali di violenza comunitaria ma, nei pochi processi completati, solo 78 di essi hanno generato una condanna. Per questo è stata chiesta la riapertura delle indagini invitando lo Stato a perseguire i colpevoli. Secondo i leader cristiani, lo stato di Orissa dovrebbe assicurare la protezione dei testimoni, finora rimasti in silenzio per paura di intimidazioni e minacce ricevute, e costituire una gruppo di magistrati per promuovere un’indagine libera e giusta. Ad oggi, la sentenza della Corte Suprema resta inapplicata: “Chiediamo di eseguirla al più presto. Sono trascorsi più di nove anni dalla violenza comunitaria e, dopo una lunga battaglia giudiziaria,finalmente è giunto il tempo della attuazione“, affermano i leader cristiani, chiedendo il riesame dei casi e lo stanziamento dei risarcimenti. “Sarebbe come applicare un balsamo sulle ferite delle vittime”, si legge nel Memorandum che chiede, inoltre, il rilascio di sette cristiani innocenti, condannati ingiustamente per il presunto omicidio del leader indù Laxmanananda.

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