Sequestro beni a storici boss della Stidda. Conobbero il beato Livatino

Antonio Maira subì diverse condanne; quella più pesante in un processo dove la pubblica accusa era sostenuta dal giovane Pm Rosario Livatino

ULTIMO AGGIORNAMENTO 8:56

Beni per un valore di 400mila euro sono stati sequestrati dal personale della sezione misure di Prevenzione patrimoniali della Questura di Agrigento ai fratelli Antonio e Giuseppe Maira, rispettivamente di 71 e 65 anni, di Canicattì.

Giudicato dal beato Livatino

Antonio, sottolineano gli investigatori, è stato un personaggio di primo piano nel panorama criminale della provincia agrigentina: negli anni ’80 come appartenente alla “Stidda” subì diverse condanne, tra cui quella più pesante inflittagli in un processo dove la pubblica accusa era sostenuta dall’allora giovane Pm Rosario Livatino, il giudice proclamato Beato domenica scorsa dopo essere stato ucciso nel ’90 da quattro killer.

Secondo diversi collaboratori di giustizia, il giudice sarebbe stato assassinato proprio perché aveva inflitto forti condanne ad affiliati della “Stidda”, tra cui appunto Antonio Maira che era stato condannato dal Tribunale di Agrigento nel 1986 a 22 anni e mezzo di reclusione, pena poi ridotta in appello a 17 e sei mesi.

Rosario Livatino e il luogo dell’omicidio

La Stidda

La Stidda è un’organizzazione criminale italiana di tipo mafioso, che opera in prevalenza in Sicilia, in particolare nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Catania e Ragusa.  Secondo il collaboratore di giustizia Leonardo Messina, nella metà degli anni ottanta i mafiosi del gruppo Riggio-Annaloro-Stuppia di Riesi (provincia di Caltanissetta), che erano stati legati al boss Giuseppe Di Cristina – ucciso dai corleonesi nel 1978 – e “messi fuori confidenza”, cioè espulsi dalla loro Famiglia, organizzarono dei propri gruppi criminali, assoldando specialmente bande di microcriminalità minorile e malavitosi comuni nei paesi della Sicilia centro-meridionale.

La Stidda, disse Leonardo Messina collaborando con la giustizia, “sono gli uomini d’onore, buttati fuori [dalla mafia stessa, ndr], che combattono Cosa nostra; è la stessa mafia e non un’altra organizzazione che viene da fuori”.

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