UN ALLIEVO DI DON MILANI: “VI RACCONTO UN PRETE SCOMODO”

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Formazione

A pochi giorni dal decreto attuativo della riforma della “Buona Scuola” è doveroso parlare di don Lorenzo Milani. Oggi probabilmente avrebbe sorriso perché il risultato di tante sue battaglie, non scevre da umiliazioni e sofferenze, cominciano a profilarsi all’orizzonte. Non solo il consolidamento del diritto allo studio ma anche i percorsi formativi adatti a formare insegnanti per la scuola e non il contrario.

Il 26 giugno 2017 saranno passati cinquant’anni dalla morte di don Milani, il ricordo del sacerdote e del suo insegnamento è più vivo che mai. Attuale e fresco. Una vita breve, morì a soli 44 anni, eppure i suoi messaggi, i suoi scritti anticipavano i tempi.

Agostino Burberi è stato uno dei primi ragazzini, anzi il primo, che il sacerdote incontrò quando arrivò a Barbiana (Fi). Un ricordo indelebile e un incontro che ha segnato la sua vita, di cui ha parlato a In Terris.

Oggi il pensiero di don Milani è ancora vivo significa che ha influenzato molto?
“Fortunatamente sì. Don Milani ha influito su una generazione, ma non su quella successiva. Si fece un po’ di nemici anche nella Chiesa, ma rimase sempre obbediente anche nella sofferenza. Sono state l’obbedienza e l’umiltà che consentirono di portare avanti un grande progetto, pur vivendo in un luogo sconosciuto dedicò la sua vita agli ultimi, noi eravamo gli ultimi, l’Africa di oggi”.

Quando lo ha conosciuto?
“Era il mese di dicembre del 1954, una sera in cui pioveva tantissimo; Barbiana non era neanche sulla carta geografica, tanto meno Don Lorenzo poteva sapere dove fosse la canonica. Arrivò solo, a piedi, perché non c’era una strada. Fui colpito dalla sua figura, io ero un ragazzino, lui era alto, lo ricordo con il tabarro zuppo di pioggia, è un’immagine che non dimenticherò mai. Facevo il chierichetto, eravamo solo due ragazzini. Non era facile essere cattolico, il Mugello era rosso, comunista. Il 7 dicembre fece la sua prima Messa, io lo assistetti, fece il giro del paese – o meglio- di tutte le case, parlando con i genitori e invitando a mandare i figli al doposcuola. Ricordo che l’aula era il salotto del parroco, una stanza povera eppure lì c’era il mondo”.

Prima di Barbiana aveva già sperimentato la scuola a Calenzano
“Si. In realtà la scuola l’aveva fondata prima a Calenzano, era aperta a tutti, cattolici e non. Suscitò scalpore ma lui veramente metteva insieme tutti, un po’ come fa Papa Francesco oggi. Quando andò via il nostro parroco credevamo a ragione che non ci avrebbero mandato nessun prete. Barbiana è in montagna c’erano solo 130 abitanti, facevamo fatica a vivere, anzi a sopravvivere. Nei 10 anni in cui don Milani è stato a Barbiana il paese si spopolò ulteriormente, arrivammo ad essere 25 abitanti. All’improvviso, inaspettatamente arrivò il nuovo parroco, ci dicemmo :’Cosa avrà fatto per essere qui?’. Capimmo che si trattava di un ‘prete scomodo’, uno che il Vangelo lo viveva sul serio. Lo dimostrò subito perché il suo apostolato lo fece aprendo la scuola, quello che poi sarebbe diventato l’istituto di Barbiana”.

Eravate in pochi
“All’inizio eravamo in 6, poi arrivammo ad essere una quindicina. Ci ha fatto crescere in cultura, era instancabile nonostante la malattia, aveva fondato una scuola di avviamento industriale, per farci imparare un mestiere, ma oltre alle cose pratiche ci infondeva i valori evangelici; d’altronde senza il Vangelo non sarebbe stato don Milani”.

Com’era il vostro rapporto?
“Per noi non aveva segreti, era aperto. La vita per lui era cominciata nel momento in cui era entrato in seminario, c’era un prima e un dopo. Era il nostro babbo, un papà. Credeva profondamente nella cultura che può cambiare la vita delle persone, per camminare nel mondo. Quando si ammalò lo aiutavamo con i più piccoli, ci insegnava che non serviva essere competitivi, ma solidali, esattamente il contrario di quanto accade oggi. Le lezioni non andavano avanti se tutti non capivano. Costruimmo una macchina fotografica e ci insegnò il percorso per arrivare a stampare le fotografie. Un’esperienza indimenticabile”.

L’incontro con don Lorenzo quanto ha influito nella sua vita?
“Direi in tutto, gli anni formativi li ho vissuti con lui. Insegnava tutto: l’amore per l’arte, per la natura, per la vita, il rispetto e la lotta per i più deboli, sono diventato sindacalista per questo. Mi ha influenzato nell’impegno sociale, non a fare carriera, ma a fare realmente qualcosa per gli altri, per i più fragili, non era facile portare avanti le battaglie”.

Ne ha portate avanti tante di lotte, era sempre sereno?
“La sua non è stata una vita facile, è stata tanto ostacolata. Il libro ‘Esperienze Pastorali’ gli causò tantissime sofferenze, abbiamo dovuto aspettare Papa francesco perché fosse tolto il vincolo del Santo Uffizio che ne impediva la pubblicazione. Andò meglio con ‘Lettera a una professoressa’, la scrisse dopo aver fatto un’analisi approfondita della scuola e degli obiettivi che si prefiggeva. Gli ultimi, i più emarginati erano i figli degli operai, non erano istruiti, odiavano la scuola, venivano bocciati e i ‘rossi’ si rivolgevano a lui. Ricordo che era già molto ammalato. Per lui la coerenza veniva al primo posto, diceva ‘non è importante come si fa scuola, ma come si è per insegnare'”.

Forse metteva paura…
“Non era un prete facile, bastonava tutti, ma lo faceva per evangelizzare, per convertire. Aveva la tonaca lisa, si spendeva tutto”.

Hanno detto così anche di don Oreste Benzi
“L’avrebbe stimato. Era un prete che si spendeva per gli emarginati, i ragazzi, le prostitute, gli ultimi. Anche lui ha sofferto”.

Il suo ultimo ricordo?
“Quando stava in fin di vita disse ‘sta avvenendo un miracolo, un cammello passa per la cruna dell’ago, mi ha aiutato a perdonare la mia vita precedente’. Era evidente che dopo aver conosciuto e vissuto il vangelo si sentiva un altro uomo. Così lontano dal milanese ricco borghese che era stato da giovane”.

Adesso lei come vive?
“Dedico il mio tempo a testimoniare i valori che lui ha insegnato, ad attualizzarli nelle scuole, lavorando perché l’esperienza della scuola di Barbiana non venga strumentalizzata, ma rimanga quella di don Milani, semplice e povera”.

foto tratta dall’Archivio della “Fondazione don Milani”

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