SULLE ORME DI DON ORESTE

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oreste benzi

“Ecco, io creo nuovi cieli e una nuova terra”. Questa visione profetizzata da Isaia ha affascinato don Oreste Benzi fin da giovane e alla sua realizzazione si è dedicato con passione e tenacia. Una fede che non si limita alla devozione ma spinge alla rivoluzione, come ha sottolineato in uno dei suoi ultimi interventi pubblici, alla Settimana sociale dei cristiani di Pisa. Nel decennale della sua morte, la Comunità Papa Giovanni XXIII si raduna per due giorni a Rimini per chiedersi proprio “a che punto siamo nella costruzione dei cieli nuovi e nuova terra”. A poche settimane da questo appuntamento, ne parliamo con il responsabile generale della comunità, Giovanni Paolo Ramonda.

Solitamente l’appuntamento annuale della Comunità era di tre giorni, stavolta solo due. Perché?
“Perché il terzo giorno lo faremo a fine ottobre, in una data vicina all’anniversario della morte. Sarà una giornata aperta a tutti, per far conoscere la vita, il pensiero e come si stanno attuando oggi le intuizioni profetiche di don Oreste. Non un classico convegno ma un appuntamento vivace e creativo, con momenti artistici e testimonianze. Ci saranno personaggi importanti, ma soprattutto daremo voce ai poveri”.

Intanto però c’è questo evento. Come ci si sta preparando?
“C’è stato un anno di riflessione per fare memoria. Non in senso nostalgico, ma per comprendere i suoi insegnamenti, le sue intuizioni. Ogni zona e ogni settore della Comunità sta meditando sulle parole di don Oreste. Io invito tutti a pregare con Pane Quotidiano, lì c’è il suo cuore. Poi ci sono i libri. Inoltre io ho curato dei momenti formativi approfondendo le ‘cinque vie’ di don Oreste: incarnazione, contemplazione, povertà, vita pubblica, obbedienza come dono totale della sua vita”.

Hai conosciuto don Oreste e la Comunità a 20 anni. Cos’è che ti ha attirato?
“La sua autenticità. Don Oreste aveva molto chiaro che lui voleva seguire il Vangelo per attuarlo nel mondo di oggi, portandolo anche ai lontani. Non si limitava a proclamarlo ma lo viveva anzitutto in prima persona”.

Da allora di anni ne sono passati 40. Oggi cos’è che ti attira?
“Il fatto che riconosco in questo cammino la via che il Signore ha tracciato per me e mia moglie per costruire il regno di Dio. Mi colpisce come la vita della comunità sia attualissima, chiara, limpida: la condivisione diretta con i poveri e gli emarginati è un linguaggio che capiscono tutti, credenti e non credenti, cristiani, musulmani, buddisti, induisti…”.

Qual è, secondo te, la mission della Comunità Papa Giovanni XXIII oggi?
“Ascoltare il grido dei poveri e poi, senza se e senza ma, rispondere, magari con forme precarie e imperfette ma rispondere. Come dice papa Francesco, meglio una Chiesa incidentata che chiusa con il rischio di ammuffire. Ci sono nuove emergenze, profughi in aumento, schiave della prostituzione, vittime dell’aborto… Nel nostro piccolo cerchiamo di rispondere con la vita”.

La presenza della Comunità nel mondo si sta allargando. A quanti Paesi siamo arrivati?
“39 Paesi. E ci chiamano in altri: Messico, Cuba, Sierra Leone, Capoverde, Togo…”.

C’è una strategia di diffusione?
“La strategia è stare in ginocchio, avere la parola di Dio nel cuore, superare le forze istintive che ci porterebbero a mettere le pantofole. Don Oreste ci invitata ad essere incendiari, a fare la rivoluzione con la nostra vita, non facendola pagare agli altri. Per compiere questa rivoluzione dobbiamo essere organizzati, ma sempre in funzione del carisma”.

Don Oreste invitava anche ad essere “contemporanei alla storia”. Cosa significa?
“Stare dentro i problemi della povera gente, vivere in noi stessi i loro problemi sentendoli come nostri. Don Oreste ci chiedeva però di essere nel mondo ma non del mondo. Noi dobbiamo essere dove vanno tutti, ma tenere lo sguardo rivolto a Cristo per avere la giusta comprensione”.

Cosa chiede oggi la storia per esserle contemporanea?
“Una linea tracciata dalla lettura dei segni dei tempi è che ci vuole una giustizia distributiva che dia a tutti la possibilità di lavorare per mantenere sé e la propria famiglia. Dobbiamo superare le disparità tra chi ha stipendi e pensioni scandalose e chi non ha neppure il necessario. La via della condivisione ci salverà. Il mondo sarà vivibile in quanto sarà attento ai più deboli. È il passo dei più deboli che segna la storia”.

Tratto da “Sempre”

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