La Cassazione: “Gli immigrati hanno l’obbligo di conformarsi ai nostri valori” La Suprema Corte ha respinto il ricorso di un indiano sikh, condannato per il porto illegale di un coltello considerato sacro

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Chi sceglie di vivere in occidente ha “l’obbligo” di conformarsi ai valori della società nella quale ha deciso di stabilirsi, nonostante siano “diversi dai loro“. Secondo la Corte di Cassazione – che ha confermato la condanna nei confronti di un indiano sikh il quale voleva circolare con un coltello “sacro” secondo i precetti della propria religione – “non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel Paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.

Per la Suprema Corte “in una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante”.

Respinto, quindi, il ricorso di Jatinder S. (32 anni), condannato a duemila euro di ammenda dal Tribunale di Mantova nel 2015, perché era stato sorpreso a Goito (Mn), dove c’è una grande comunità sikh, mentre usciva di casa armato di coltello. L’indiano aveva sostenuto che il “kirpan”, come il turbante “era un simbolo della religione e il portarlo costituiva adempimento del dovere religioso”. Chiedeva di non essere multato, e la sua richiesta è stata condivisa dalla Procura della Suprema Corte che, ritenendo il comportamento giustificato dalla diversità culturale, aveva chiesto di stracciare la condanna.

Ad avviso della Cassazione, invece, “è essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina”. Per il verdetto, “la decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha la consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza, ne impone il rispetto e non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.

La società multietnica, si legge ancora nella sentenza n. 24084 “è una necessità, ma non può portare alla formazione di arcipelaghi culturali configgenti, a seconda delle etnie che la compongono, ostandovi l’unicità del tessuto culturale e giuridico del nostro Paese che individua la sicurezza pubblica come un bene da tutelare e, a tal fine, pone il divieto del porto di armi e di oggetti atti ad offendere“.

Non è in discussione la libertà di religione, ha spiegato l’alta Corte, ma ci sono dei “limiti” stabiliti dalla legislazione “in vista delle tutela di altre esigenze, tra cui quelle della pacifica convivenza e della sicurezza, compendiate nella formula dell’ordine pubblico“. In proposito, gli “ermellini” ricordano che proprio in nome dei diritti e delle libertà altrui, dell’ordine pubblico e della sicurezza, la Corte di Strasburgo ha giustificato il limite all’utilizzo del velo islamico, e il divieto di indossare visibili croci cristiane in un ambiente di lavoro dove i sikh avevano accettato di non indossare turbanti e di portare il “kirpan”.

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