LOTTA AL TERRORISMO, ORLANDO: “IL MODELLO ITALIANO FUNZIONA” Per quanto riguarda il rischio di radicalizzazione nelle carceri, il ministro ha affermato che è "sicuramente un fenomeno che va seguito"

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“Come ha giustamente ricordato Alfano, tutti i paesi sono esposti a questo rischio. Il nostro è un modello che fino a qui ha funzionato. Un modello da un lato di integrazione, dall’altro abbiamo anche il vantaggio di non avere le generazioni che si sono manifestate più sensibili alla radicalizzazione in altri paesi, dove l’immigrazione è iniziata prima”. E’ quanto ha dichiarato il Ministro della Giustizia , Andrea Orlando, durante l’intervista concessa a Sky Tg24 Pomeriggio.

“C’è poi anche – ha proseguito il ministro – un’attività consolidata di magistratura e servizi che fino a qui ha funzionato, anche perché, ahimè, si è dovuta sperimentare con fenomeni sicuramente diversi ma di assoluta gravità come il terrorismo degli anni ’70 e ’80, poi col fenomeno mafioso. Quindi senza alcun elemento di sicumera, senza nessuna valutazione dobbiamo rafforzare un modello che ritengo però abbia una sua efficienza e una sua capacità di risposta e anche di analisi dell’evoluzione di questo tipo di fenomeni”.

Per quanto riguarda il rischio di radicalizzazione nelle carceri “è sicuramente un fenomeno che va seguito, perché come abbiamo visto anche in altri paesi la radicalizzazione avviene molto più frequentemente e con più facilità nei luoghi di segregazione”, ha sottolineato Orlando. “Ma non parlerei di dati allarmanti, se teniamo conto che sono complessivamente 300 persone quelle che in qualche modo hanno dato segni di attenzione alle parole d’ordine jihadiste, su una popolazione carceraria di 54.000 detenuti, non possiamo parlare di un fenomeno di massa”.

“Il fronte su cui c’è da lavorare moltissimo – ha aggiunto – è quello dello scambio di informazioni con gli altri paesi. A nostro avviso, a mio avviso in particolar modo, una risposta strutturale potrebbe venire da una Procura Europea che si occupasse di questi temi. Noi – ha proseguito – ci siamo anche unilateralmente resi disponibili a fornire informazioni, ma non sempre altri paesi europei hanno lavorato nella stessa direzione. Questo resta un problema grosso, come abbiamo visto anche in alcune vicende terroristiche che hanno avuto come presupposto il passaggio di confini e anche il fermo di alcuni dei protagonisti, che poi non ha conseguito effetti concreti o reazioni concreti, perché non c’è stato appunto questo scambio di informazioni”.

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