BORSELLINO, UN MARTIRE DI STATO Intervista al giudice Giuseppe Ayala

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Quel 19 luglio 1992, la famiglia Riina era davanti alla televisione, nella casa di vacanza. Rimasero tutti in silenzio, quando il telegiornale diede la notizia della Strage di Via D’Amelio, a Palermo, nella quale fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino e persero la vita gli agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Una Fiat 126, poi risultata rubata, era stata imbottita con 90 chilogrammi di una miscela esplosiva con tritolo, usata nelle zone di guerra. E fu un atto di guerra, infatti, quell’attentato ad uno dei migliori rappresentanti dell’organo indipendente dello Stato, la Magistratura, quella onesta e coraggiosa, che prova ad applicare la giustizia vera, che si fonda sulla verità e sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. La Magistratura custode della legalità. Fu uno degli atti più eclatanti e pubblici della guerra, perlopiù silenziosa e silente, condotta dai nemici della Repubblica, della democrazia, della sovranità popolare, della libertà.

Rimase in silenzio, il boss di Corleone, quella sera. Come in silenzio era rimasto il 23 maggio, quando il Tg1, in edizione straordinaria aveva mostrato, l’autostrada A29 sventrata all’altezza di Capaci, in quell’attentato delle dimensioni di un Colossal americano in cui fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, collega e amico di Borsellino. Era un silenzio partecipe e responsabile, quello di Riina, in entrambe le occasioni. Come racconta il figlio Giuseppe Salvatore, senza alcun sentimento di colpa e senza emozione, fu rotto dalla figlia più piccola di Riina, allora dodicenne, Lucia, che chiese: “Papà, dobbiamo ripartire?”. E dunque, nel silenzio tutti sapevano, in famiglia. E forse, non soltanto all’interno della famiglia Riina. Qualcuno anche all’interno delle “stanze dei bottoni” delle Istituzioni. Un grande silenzio, “il” grande Silenzio, accompagna quegli eventi, di una guerra ai giusti nella “Guerra dei giusti”, come il giudice Giuseppe Ayala ha intitolato un suo libro.

Fu tra i primi ad accorrere in Via D’Amelio, quel giorno, Ayala. Era stato da poco eletto deputato nelle liste del Partito Repubblicano. Quella famosa foto che ritrae Borsellino e Falcone sorridenti e vicini era stata scattata il 27 marzo del ’92 – racconta a In Terris –, in occasione di un incontro pubblico in suo sostegno nella campagna elettorale, alla quale Borsellino era intervenuto proprio per l’amicizia che li legava, pur essendo di idee politiche differenti. Fu Ayala a tenere per primo tra le mani la famosa borsa da lavoro da cui Borsellino non si separava mai, con la sua preziosa e ormai dolorosamente leggendaria“agenda rossa”, di quel colore vivido, come la sua umanità, rosso, come il sangue versato nel servizio alla legalità, da martire del Diritto, come Moro fu della democrazia. Qualcuno l’ha definita la “scatola nera” della Strage e della storia della nostra Repubblica. Poi, secondo quanto ha dichiarato anche ai giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta, Ayala consegnò la borsa con l’agenda rossa a un ufficiale dei Carabinieri. Non si è più trovata. Come la piena verità su questo brutto, orribile pasticciaccio di Via D’Amelio, dopo 24 anni.

Ai funerali degli agenti di scorta, nella Cattedrale di Palermo, la gente gridava: “Fuori la mafia dallo Stato”. Ed è questo, il terribile sospetto che urla nel silenzio. Che quelle morti, di Falcone e Borsellino, siano state organizzate ed eseguite con la complicità, se non proprio per volontà, di alcuni apparati dello Stato. Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato ucciso, ha parlato di una “strage di Stato”. La moglie di Paolo Borsellino, Agnese Piraino Leto, ha dichiarato ai magistrati che, proprio pochi giorni prima di essere ucciso mentre si recava in visita alla madre, il marito le aveva confidato che c’era un rapporto tra la Mafia e componenti deviate dello Stato, e qui andrebbero ricercati i “mandanti occulti”.

In Terris ha intervistato il magistrato Giuseppe Ayala, per anni stretto collaboratore di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, prima di essere eletto in Parlamento, e amico di entrambi. Conclusa l’esperienza politica, anche come Sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia nei Governi Prodi e D’Alema e in Commissione Antimafia, era rientrato in magistratura come consigliere di Corte d’Appello all’Aquila. Dal 2011 è in pensione.

Dottor Ayala, qual è il suo primo pensiero, in questo anniversario?
“Di tristezza e di rabbia. Il tempo non lenisce il dolore, c’è sempre un ricordo forte che si ravviva. Quando ci fu l’attentato dell’Addaura a Falcone, nel 1989, in cui si salvò, Giovanni parlò espressamente di ‘menti raffinatissime’ e ‘centri occulti di potere’, capaci di orientare Cosa Nostra. Quello era lo scenario più attendibile, allora, per Falcone, per capire le ragioni della sua eventuale uccisione. E quello schema resta valido, per la sua morte e per quella di Borsellino”.

Il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Alessandra Bonaventura Giunta, in una ordinanza ha scritto che la Strage di Via D’Amelio è stata “certamente influenzata” da una “trattativa tra uomini delle Istituzioni e Cosa Nostra”, benché non siano emersi “elementi di prova utili a formulare ipotesi accusatorie concrete a carico di individui ben determinati”…
“Il 23 maggio 1992, quando Falcone fu assassinato con gli uomini della sua scorta, ero a Roma, Partii subito per Palermo. Appena arrivato all’aeroporto, fui intervistato da una troupe di Rai3 e dissi proprio questo: ‘Non è solo la Mafia’. Falcone e Borsellino erano venuti a conoscenza di questi rapporti tra pezzi deviati dello Stato e la criminalità organizzata e perciò sono stati uccisi”.

C’è speranza che la verità venga alla luce e i “mandanti occulti” siano individuati e puniti?
“Perdere la speranza è come arrendersi al male e all’ingiustizia, ma sinceramente nutro un certo scetticismo, su queste come su altre vicende oscure italiane”.

Qual è il suo ricordo più forte di Borsellino?
“Il più forte è legato alla fotografia che lo ritrae insieme a Giovanni Falcone. Fu scattata il 27 marzo di quell’anno, in occasione di una iniziativa elettorale in mio sostegno. Ero candidato nel Partito Repubblicano. Giovanni Falcone aveva idee politiche simili alle mie, Paolo Borsellino era notoriamente di destra. Ma per pura amicizia, quella sera venne anche lui con Giovanni. Lo ricordo così, come un amico sincero”.

Cosa ricorda, invece, di quel terribile giorno, quando lo vide morto, straziato? Insieme al dolore, che sentimenti ha provato?
“Ancora oggi, è difficile da descrivere. Quando sono arrivato sul posto, sono inciampato sul cadavere di Paolo. Era devastato, irriconoscibile. Sono entrato nel panico, non ricordo più nulla. Ho provato un sentimento di sconfitta. Erano passati 55 giorni dall’uccisione di Falcone. Gli eroi della legalità avevano perso, questa era la prima sensazione. Tra l’altro, io ero nella lista degli obiettivi della mafia. Dopo la mia elezione in Parlamento, Cosa Nostra non aveva più interesse per la mia morte. Nel vederlo così, a terra, senza vita, insanguinato, con il corpo straziato, insieme al dolore ho provato una grande amarezza, non soltanto umana”.

Cosa ha lasciato in eredità a lei come magistrato? Cos’è cambiato?
“Conclusa la mia esperienza politica, sono tornato a fare il magistrato ‘a fari spenti’, all’Aquila, in Corte d’Appello, senza più occuparmi di criminalità organizzata. Credo, però, che da allora qualcosa d’importante sia cambiato nella lotta alla mafia. Dal punto di vista della risposta dello Stato non è stato un fallimento. Non dico che si sia vicini alla sconfitta di Cosa Nostra, ma sono stati raggiunti risultati importanti. L’eredità di Falcone e Borsellino, di amore per il proprio Paese, per la giustizia, per la legalità, non è andata perduta”.

Sulla trattativa Stato-Mafia, che mi dice?
“Ho grande rispetto per i colleghi magistrati. C’è un processo pendente, il cosiddetto Borsellino quater. Confido in una sentenza equilibrata e giusta. Non dico nulla. La chiamo buona educazione istituzionale”.

Che fine ha fatto “l’agenda rossa”? Lei fu tra i primi a tenerla in mano, quel 19 luglio 1992. C’è speranza che, nel lungo corso della giustizia, venga finalmente alla luce, insieme alla verità?
“Non sapevo che Paolo avesse quell’agenda. Ho tenuto in mano la sua borsa per pochi secondi, ma ero stato eletto deputato, non avevo titolo a tenerla. Così l’ho consegnata a due ufficiali dell’Arma dei Carabinieri. È acquisito agli atti un video che riprende un ufficiale in borghese che si allontana con la borsa, poi si è persa traccia di quest’agenda. È chiaro che ci sono alti coinvolgimenti istituzionali in quest’attentato. Paolo teneva rubriche puntuali, complete e precise su tutto, che erano di aiuto a tutti noi per trovare gli atti che ci servivano. Se si trovasse, l’agenda rossa sarebbe certamente utilissima a fare luce su tanti fatti oscuri, ma non nutro grandi speranze che ciò avvenga”.

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