“CON TENEREZZA E MISERICORDIA DIO ASCIUGA LE LACRIME DAI NOSTRI VOLTI” Papa Francesco prega per i sofferenti, Bergoglio: "Il pianto di Gesù non può rimanere senza risposta da parte di chi crede in Lui"

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“Abbiamo bisogno di misericordia, della consolazione che viene dal Signore. Tutti ne abbiamo bisogno; è la nostra povertà ma anche la nostra grandezza: invocare la consolazione di Dio che con la sua tenerezza viene ad asciugare le lacrime sul nostro volto”. Le parole di Papa Francesco riecheggiano in San Pietro e commuovono le migliaia di pellegrini che gremiscono la navata barocca della basilica. Il Pontefice presiede la veglia per “asciugare le lacrime”, quelle che compaiono sui volti di centinaia di persone ogni giorno.

Le stesse che hanno bagnato i volti della famiglia Pellegrino, toccata dal dramma del suicidio di un figlio, o di Felix Qaiser, un rifugiato politico, giornalista pakistano appartenente alla minoranza cattolica presente nel Paese, scappato in Italia per mettere al sicuro la sua famiglia. O quelle di Maurizio Fratamico, la cui conversione ha ispirato quella di un altro Maurizio, che aveva smarrito la fede per poi ritrovarla.

Bergoglio ascolta con attenzione anche le storie di alcune donne, nel triplice ruolo di mogli, madri e nonne, rappresentate dalla Signora Mariella, e quelle delle religiose impegnate in varie missioni, come Suor Silvana, che ha dedicato la sua vita al mondo della scuola. O Alessia, che ogni giorno accudisce i malati terminali. Dopo la proclamazione del Vangelo che racconta l’episodio della risurrezione di Lazzaro, Francesco invoca “anzitutto la presenza dello Spirito Santo. Sia Lui – dice il Papa – ad illuminare la nostra mente, per trovare le parole giuste e capaci di offrire conforto; sia Lui ad aprire il nostro cuore per avere certezza della presenza di Dio che non ci abbandona nella prova. Il Signore Gesù ha promesso ai suoi discepoli che non li avrebbe mai lasciati soli: in ogni situazione della vita Egli sarebbe stato vicino a loro inviando lo Spirito Consolatore che li avrebbe aiutati, sostenuti e confortati”.

Con parole semplici traccia il susseguirsi di emozioni che colpiscono l’uomo davanti alla sofferenza: “Nei momenti di tristezza, nella sofferenza della malattia, nell’angoscia della persecuzione e nel dolore del lutto, ognuno cerca una parola di consolazione. Sentiamo forte il bisogno che qualcuno ci stia vicino e provi compassione per noi. Sperimentiamo che cosa significhi essere disorientati, confusi, colpiti nel profondo come mai avevamo pensato. Ci guardiamo intorno incerti, per vedere se troviamo qualcuno che possa realmente capire il nostro dolore”. Davanti a questo mistero, la nostra “mente si riempie di domande, ma le risposte non arrivano. La ragione da sola non è capace di fare luce nell’intimo, di cogliere il dolore che proviamo e fornire la risposta che attendiamo. In questi momenti, abbiamo più bisogno delle ragioni del cuore, le uniche in grado di farci comprendere il mistero che circonda la nostra solitudine”.

Sui tanti volti che ogni giorno incontriamo nelle strade si intravede la tristezza di ogni uomo. “Quante lacrime vengono versate ogni istante nel mondo; una diversa dall’altra; e insieme formano come un oceano di desolazione, che invoca pietà, compassione, consolazione”. Le più crudeli e amare, sottolinea il Papa, “sono quelle provocate dalla malvagità umana: quelle di chi si è visto strappare violentemente una persona cara; lacrime di nonni, di mamme e papà, di bambini… Ci sono occhi che spesso rimangono fissi sul tramonto e stentano a vedere l’alba di un giorno nuovo. Abbiamo bisogno di misericordia, della consolazione che viene dal Signore. Tutti ne abbiamo bisogno; è la nostra povertà ma anche la nostra grandezza: invocare la consolazione di Dio che con la sua tenerezza viene ad asciugare le lacrime sul nostro volto”.

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Ma in questo quadro di dolore e sofferenza, “noi non siamo soli. Anche Gesù sa cosa significa piangere per la perdita di una persona amata. E’ una delle pagine più commoventi del vangelo: quando Gesù vide piangere Maria per la morte del fratello Lazzaro, non riuscì neppure Lui a trattenere le lacrime. Fu colto da una profonda commozione e scoppiò in pianto. L’evangelista Giovanni con questa descrizione vuole mostrare la partecipazione di Gesù al dolore dei suoi amici e la condivisione nello sconforto. Le lacrime di Gesù hanno sconcertato tanti teologi nel corso dei secoli, ma soprattutto hanno lavato tante anime, hanno lenito tante ferite. Anche Gesù ha sperimentato nella sua persona la paura della sofferenza e della morte, la delusione e lo sconforto per il tradimento di Giuda e di Pietro, il dolore per la morte dell’amico Lazzaro”.

Come scrisse sant’Agostino, “Gesù non abbandona quelli che ama. Se Dio ha pianto – prosegue Francesco -, anch’io posso piangere sapendo di essere compreso. Il pianto di Gesù è l’antidoto contro l’indifferenza per la sofferenza dei miei fratelli. Quel pianto insegna a fare mio il dolore degli altri, a rendermi partecipe del disagio e della sofferenza di quanti vivono nelle situazioni più dolorose. Mi scuote per farmi percepire la tristezza e la disperazione di quanti si sono visti perfino sottrarre il corpo dei loro cari, e non hanno più neppure un luogo dove poter trovare consolazione. Il pianto di Gesù non può rimanere senza risposta da parte di chi crede in Lui- ammonisce -. Come Lui consola, così noi siamo chiamati a consolare.

Nei momenti di smarrimento, della commozione e del pianto, “emerge nel cuore di Cristo la preghiera al Padre”. Il Pontefisce, ancora una volta ribadisce che “la preghiera è la vera medicina per la nostra sofferenza”. Tramite essa “possiamo sentire la presenza di Dio accanto a noi. La tenerezza del suo sguardo ci consola, la forza della sua parola ci sostiene, infondendo speranza. Gesù, presso la tomba di Lazzaro, pregò dicendo: ‘Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto’. Abbiamo bisogno di questa certezza: il Padre ci ascolta e viene in nostro aiuto. L’amore di Dio effuso nei nostri cuori permette di dire che quando si ama, niente e nessuno potrà mai strapparci dalle persone che abbiamo amato”.

Anche San Paolo nel suo “Inno all’Amore” (cfr. Rm 8,35.37-39) ricorda che “la forza dell’amore trasforma la sofferenza nella certezza della vittoria di Cristo e nostra con Lui, e nella speranza che un giorno saremo di nuovo insieme e contempleremo per sempre il volto della Santissima Trinità, eterna sorgente della vita e dell’amore”. Sull’altare è esposto alla venerazione dei fedeli il reliquiario della Madonna delle lacrime di Siracusa, ad impetrare la materna protezione di Maria nel mese a lei dedicato. E proprio alla Vergine Francesco dedica la conclusione del suo intervento: “Vicino ad ogni croce c’è sempre la Madre di Gesù. Con il suo manto lei asciuga le nostre lacrime. Con la sua mano ci fa rialzare e ci accompagna nel cammino della speranza”.

Ai presenti è stato distribuito, per volere del Papa, come simbolo di conforto e speranza, l’Agnus Dei, un oggetto di devozione da lui benedetto. Realizzato con cera bianca in forma di un ovale, la medaglia reca da un lato l’impronta dell’Agnello Pasquale, dall’altro il logo del Giubileo della Misericordia. Il suo utilizzo, secondo alcuni risale al secolo IV, ma è certamente documentato nel secolo IX, quando l’arcidiacono della chiesa romana il Sabato santo rompeva il cero pasquale in uso fino a quel giorno, e, sciolta la cera, vi univa dell’olio benedicendo la miscela, che veniva poi colata in stampi e distribuita nell’ottava di Pasqua ai fedeli. A partire dal 1470, con Papa Paolo II, l’Agnus Dei viene utilizzato anche durante gli anni Giubilari.

A riceverlo direttamente dalle mani del Papa sono 10 persone in rappresentanza di tutti coloro che recano sulle loro spalle il fardello della sofferenza: da chi ha perso prematuramente un figlio, a chi il proprio figlio lo ha visto morire in un incidente stradale. O di chi ha perso un congiunto durante lo svolgimento del proprio lavoro. Accanto a loro ci c’è anche il diacono Eugène, un giovane proveniente dal Ruanda che nel corso del genocidio del 1994, ha perso molti famigliari. Ma anche detenuti, come Angelo, che ha vissuto il dramma del carcere per reati legati alla camorra e alla malavita, o Agostino, caduto vittima del gioco d’azzardo.

 

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