Renzi, l’Italia non si Usa

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gentiloniana

Probabilmente a qualcuno verrà pure il dubbio che al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, interessino più le primarie americane delle amministrative di casa nostra. In fondo dalla competizione a stelle e strisce uscirà colui che, nel bene o nel male, siederà dalla parte più larga del tavolo delle trattative commerciali dei prossimi anni. Dall’altro lato ci saranno l’Europa e i Paesi emergenti, decisi a mettere sul piatto il proprio valore. Nella logica asimmetrica del mercato globale stare da una parte o dall’altra è fondamentale. E Renzi, come è noto, vorrebbe stare da tutte le parti. Impossibile, oltre che illogico. Da qui l’idea di dialogare con tutti, tentando di riottenere, al contempo, dagli Stati Uniti quella benevolenza commerciale che negli ultimi anni sembra esser venuta meno, almeno stando ai dati economici. Ecco perché le amministrative vengono vissute da Renzi come un male necessario, come un problema e non una risorsa. Napoli o Milano, Torino o Roma, sono solo dei grattacapi. Hillary Clinton o Donald Trump sono dei punti di riferimento, dei perfetti oggetti del desiderio per chi vive il momento storico come passeggero, pervaso dalla volontà di spostare sempre più in avanti il limite e la frontiera della propria azione politica.

Certo, poi ci sono le note a margine, rappresentate dalle intese commerciali con i colossi americani, le prospettive d’investimento nel nostro Paese delle multinazionali a stelle e strisce, dall’informatica e alle aziende tradizionali. E qui, come nella trama dei pupi siciliani, i fili si intrecciano. Da quanto emerso sino ad oggi uno degli obiettivi del premier è dare un destino certo e non aleatorio all’area dell’Expo di Milano, altrimenti destinata a diventare l’ennesima occasione mancata, la millesima cattedrale nel deserto dell’avventura italiana. E così viaggio negli Usa, primarie presidenziali e elezioni amministrative s’intrecciano, creando una trama a maglie larghe, dove il tessuto finale potrebbe essere anche pregiato.

La storia dei rapporti fra Usa e Italia è contrassegnata da grandi accordi e modesti risultati, enormi impegni e scarse applicazioni pratiche. Ovviamente è chiaro a tutti che la storia non si ripete mai uguale a se stessa, ma questa compulsiva ricerca da parte del premier di accordi internazionali, con il sostegno delle aziende pubbliche e private, denota una debolezza strutturale del sistema Italia che, evidentemente, zoppica vistosamente. Con molta probabilità negli ultimi anni è mancata la necessaria programmazione e l’attuale tentativo di recupero appare quanto mai estemporaneo e solo il tempo dirà chi ha ragione, sperando di essere noi a sbagliare la valutazione, per il bene della penisola.

A dire il vero anche Enrico Letta, dalla fine di aprile del 2013 alla fine di febbraio del 2014, quando era presidente del Consiglio e aveva problemi urgenti da affrontare in Italia, fece un’opportuna e importante “scappata” all’estero. E’ chiaro che il dubbio sul fatto che anche Matteo Renzi, incalzato da una serie di problemi da affrontare nel Paese e nel suo partito, abbia scelto la strada del “grande appuntamento all’estero” come aspirina tonificatrice viene eccome.

Dopo il Nevada, Chicago e Boston venerdì primo aprile Renzi sarà a Washington, dove dovrebbe incrociare Barack Obama. Poco dopo metà mese ci sarà l’ormai famoso e fantomatico referendum sulle trivelle entro le 12 miglia dalle coste, il premier si è attirato critiche durissime dal governatore della Puglia, Michele Emiliano, esponente in ascesa del Pd, che le trivelle le vorrebbe probabilmente “bruciarle”. E’ una polemica assordante (e gli italiani “televisivi” fanno fatica a capire), che s’inserisce nella più vasta diatriba tra maggioranza e minoranza del Pd. Sulle trivelle ci ha messo il “pepe” anche Pier Luigi Bersani: “Andrò a votare”, ha dichiarato in diretta risposta al suo segretario che predica di “andare al mare”. Ecco, non vorremo mai che il viaggio negli Usa altro non sia che un modo per rassicurare gli “alleati” sull’esito del referendum. Sarebbe davvero troppo. Ci ritroveremmo con un “grande statista” che cerca di riaccreditarsi all’estero, dopo qualche caduta antieuropeista, sostenuto da un partito “provinciale e confuso”.

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