COSI’ MUORE IL CALCIO

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STADI VUOTI

“Andare allo stadio è diventata un’impresa. Nemmeno al Comune c’è tanta burocrazia”. Davide sguscia fuori dalla fila accalcata al tornello 17 dell’Olimpico di Roma e ricorda quando seguire la propria squadra era l’atteso rito domenicale. “Si partiva a metà mattina e si arrivava prima di pranzo, la partita era il clou di una giornata passata all’aria aperta, insieme a ragazzi come te”.

Non c’erano tessere e prefiltraggi, solo perquisizioni “alla buona” riservate per lo più ai componenti dei gruppi ultrà. I ritardatari potevano recarsi ai botteghini situati ai piedi dell’impianto, si faceva un po’ di coda e si acquistava il tagliando. “Oggi non è più così – racconta Davide – se vuoi vedere una partita ci devi pensare almeno una settimana prima, andare negli store e nelle ricevitorie ufficiali, portare i documenti. Se non puoi, perché magari lavori, devi fare una delega a un amico. E’ uno stress…”. Colpa di chi ha trasformato gli stadi in campi di battaglia ma anche di uno Stato che preferisce combattere il tifo violento aggiungendo regole a regole. Così il drastico prevale sul ragionevole in omaggio all’equazione “impianto vuoto uguale niente incidenti”.

Uno schiaffo all’appeal del calcio italiano, ancora fenomeno di massa, ma sempre meno seguito e apprezzato. I dati sull’affluenza negli stadi, annualmente forniti dalla Lega Serie A, parlano chiaro: in dieci anni si è avuto un calo di pubblico del 10%. Si è passati, per capirsi, dai circa 9 milioni e 500 mila spettatori (compresi gli abbonati) della stagione 2004-2005 agli 8 milioni e 700 mila registrati nel 2013-2014 (ultimo report ufficiale). Stesso discorso (e stessa proporzione) anche sul fronte delle presenze medie nella singola gara, passate dalle 25 mila di allora alle 22 mila e 500 di due anni fa. Un trend destinato a peggiorare se si guardano i primi dati sulla stagione in corso. A 11 giornate dalle fine del campionato la media di pubblico per ogni partita è stata di 21 mila e 900 spettatori, con un calo del 5% rispetto al 2013-2014. Se vi sembrano pochi sbagliate. Anche perché la vendita di biglietti e abbonamenti è ancora tra le principali voci di bilancio (insieme alle televisioni) delle società calcistiche, che insieme rappresentano la terza industria italiana. Senza contare la quota di ogni tagliando che spetta allo Stato.

Per far fronte alle perdite spesso i club aumentano il prezzo dei ticket. “In quattro anni l’abbonamento di curva è passato da 235 euro a 265” spiega Davide. Una mossa che scoraggia le fasce deboli e popolari, guarda caso le stesse da cui provengono le frange più colorite del tifo. E che non sembra trovare una motivazione logica, anche alla luce dello stato pietoso in cui versano gli impianti. Se si tolgono i casi del “Friuli” di Udine, dello “Juventus Stadium” di Torino e del “Mapei” di Reggio Emilia, si tratta di strutture pubbliche. Di queste oltre il 20%, comprese anche quelle utilizzate per la Serie B, sono considerate inadeguate. Secondo i regolamenti vigenti per la Serie A servono stadi con almeno 20 mila posti. Questo ha costretto squadre come il Carpi a spostarsi in altre città (nello specifico Modena) per le partite.

In altri casi la fruizione dell’impianto cittadino è stata resa possibile da deroghe ad hoc. Il “Matusa” di Frosinone, ad esempio, dispone di 10 mila seggiolini, ma può essere usato dalla squadra locale grazie alla legge 210 del 2005, la quale prevede la possibilità di sfruttare strutture di quella capienza “a condizione che si tratti di impianti costruiti nel territorio di comuni aventi una popolazione inferiore a 100mila abitanti e la competizione riguardi una squadra calcistica promossa al predetto campionato per la prima volta negli ultimi venti anni”. A questo si aggiungono i problemi legati alla sicurezza, ai servizi igienici, e all’oggettiva difficoltà di svolgere controlli interni nella maggior parte degli stadi. Senza dimenticare le stringenti misure anti ultras che hanno portato diverse tifoserie (come quelle di Roma e Lazio) a disertare le partite casalinghe. E l’Italia, inesorabilmente, perde la sua passione per il calcio.

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