Così pensiamo di vincere la morte

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immortalità

Il sogno della vita eterna solletica l’umanità sin dalla notte dei tempi. Un desiderio recondito, frutto di quella coscienza di mortalità che angoscia i nostri pensieri. Ve n’è traccia nelle opere letterarie dell’antichità, quando si pensava che l’immortalità fosse prerogativa delle sole divinità e si cercava l’eternità attraverso gesta eroiche. L’omerico Achille, messo di fronte alla scelta tra una vita breve ma leggendaria e una lunga ma destinata a essere dimenticata, non ha dubbi: meglio morire giovani ed essere ricordati per sempre. Il cristianesimo, per primo, ha parlato di “resurrezione della carne” postdatandola, però, a “l’ultimo giorno”, quello in cui Gesù tornerà sulla Terra per giudicare l’umanità ed aprire ai meritevoli le porte del Regno di Dio. Secondo il Vangelo la vita eterna esiste, dunque, ma non rappresenta una prosecuzione di quella terrena e, quindi, non esclude l’ineluttabile morte fisica. Troppo poco, evidentemente; specie per chi, pur credendo, non riesce a convivere con l’incognita del “dopo”.

Così, nei secoli, alchimisti, prima, e scienziati poi sono andati a caccia dell’Elisir, una cura in grado di renderci invulnerabili al naturale decorso del tempo. Si è passato da pericolosi rituali magici a ricerche sempre più approfondite sul corpo umano. La letteratura e il cinema hanno saputo ben descrivere questo sogno, regalandoci capolavori, questi sì, imperituri. Dal “Frankenstein” di Mary Shelley al “Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde, passando per “Highlander” di Russel Mulcahy. In tutti non manca un tratto di malinconia. Che senso ha vivere per sempre, è il quesito sotteso, se tutto quello che ci ha resi felici (famiglia, amici, amore e così via) è destinato a sparire?

Non si pongono evidentemente questa domanda gli studiosi che stanno lavorando su tecniche in grado di prolungare la sopravvivenza, come l’ibernazione (tecnicamente chiamata criogenesi). La rivista specializzata “Cryobioology” negli ultimi giorni ha pubblicato i risultati di una ricerca che potrebbe aprire la strada a progetti ambiziosi, inclusa la “crioconservazione” di esseri umani. Si tratta di un esperimento guidato da Robert McIntyre della società 21st Century Medicine, che ha portato avanti il congelamento e il successivo scongelamento di un cervello di coniglio, senza riportare alcun danno. Un progetto completato dopo 5 anni di tentativi e che si è guadagnato il premio della Brain Preservation Foundation.

Per evitare di danneggiare il cervello e i neuroni a causa dei cristalli di ghiaccio che si formano quando vengono utilizzati metodi di congelamento tradizionali, gli scienziati hanno utilizzato la vitrificazione, sfruttando sostanze crioprotettrici: l’organo del piccolo mammifero è stato fatto scendere a -211 gradi Fahrenheit (-135° C) e, quando è stato scongelato, le sinapsi del cervello, le strutture intracellulari e le membrane cellulari sono rimaste intatte. E’ stata impiegata una sostanza, chiamata glutaraldeide, che ha aiutato a raggiungere questo traguardo ma che, essendo tossica, dovrà essere sostituita con molecole non nocive. Il progetto alimenta la speranza di sviluppare un metodo sicuro ed efficace per l’ibernazione umana, per “crioconservare” ad esempio malati terminali fino al momento in cui saranno disponibili cure efficaci per la loro patologia. Un nobile proposito che però rischia di trasformarsi in uno schiaffo alla natura. E non tiene conto di un principio basilare: la consapevolezza della fine è il motore che, nei millenni, ci ha spinti all’automiglioramento. In un certo senso si può dire che è proprio la morte a renderci uomini..

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