Il futuro dei vinti

1266
  • English
  • Español
morelli

“Guai ai vinti!”. Quest’antico monito ci ricorda che la civiltà umana è sorta e si è sviluppata, da un lato, secondo la visione e le direttive dei vincitori nei vari conflitti e nelle innumerevoli guerre combattute dall’umanità nel corso dei millenni, dall’altro lato, con il duro lavoro degli “schiavi”, con il silenzioso e talvolta ribelle sacrificio dei “vinti”.

Non di rado, questi ultimi sono stati portatori di un’espressione di civiltà più alta rispetto ai loro vincitori. Essi, i vinti, una volta sottomessi, hanno sempre dovuto piegare la loro volontà per dare attuazione a quella dei vincitori, anche e soprattutto in rispettoso omaggio alla “forza”, alla “potenza”, che ha condotto quelli alla supremazia. In taluni fortunati casi, lo schiavo colto – espressione della civiltà dei vinti – veniva impiegato come pedagogo dei figli dei vincitori e, in circostanza di una intera vita dedicata al fedele servizio dei vincitori, non era raro che ricevesse, come segno di riconoscenza del buon lavoro svolto, lo status di “liberto”.

La condizione in cui l’antica schiavitù poneva i vinti, confrontata con le forme più subdole e meno appariscenti di schiavitù o pseudo-schiavitù nella società moderna, mette in chiaro la straordinaria importanza che gli schiavi avevano per i loro padroni, anche semplicemente come “forza lavoro”; al punto che non di rado entravano a far parte della familia e ne costituivano una importantissima dotazione. Cosicché i padroni erano i primi interessati alla salute, alla cura e alle normali esigenze che uno schiavo doveva soddisfare per rendere con efficienza i suoi servigi a chi ne deteneva le sorti, inclusa la vita e la vita in buona salute. Escludendo i possibili legami affettivi che a lungo termine potevano anche sorgere, il vincolo di puro e semplice interesse che univa il padrone al suo schiavo è stato rotto nella modernità, con l’effetto combinato dell’abolizione della schiavitù nelle forme palesi con l’introduzione della moneta e del lavoro salariato.

L’effettiva esistenza nell’era moderna di una smarrita etica e perduta responsabilità sociale, con il crollo delle tutele conquistate nei secoli dalle classi subalterne nelle stesse società occidentali e il chiaro riaffiorare di “libere forme di sfruttamento” di esseri umani costretti a sopravvivere in condizioni di minima sussistenza e talvolta perfino di assoluta miseria, offensiva per la dignità umana, dovrebbe far riflettere, e far chiamare con il loro vero nome certe operazioni di “tratta umana” o di “nuove schiavitù” che si realizzano sotto i nostri occhi per grandi fette della società globale.

Lo strumento che fa dell’uomo di oggi non più uno schiavo, ma – ancor peggio che in passato! – un misero servo, uno scarto della società umana, è la privazione della possibilità di un lavoro e la scomparsa di un minimo reddito di sussistenza.

Dovremmo rammentare che, nella storia umana, che potremmo chiamare di élite in senso paretiano, è sempre stata la forza a governare il mondo, e quando si è imposta la ragione, essa ha prevalso soltanto perché l’hanno consentito coloro che detenevano la forza. Un pacifico cambiamento negli equilibri, o negli assetti globali o locali dei nostri tempi, è impensabile che possa avvenire senza l’accordo di coloro che oggi detengono la forza. Per usare un’efficace espressione popolare, si potrebbe dire che “non si può andare in paradiso a dispetto dei santi”.

Qualcuno potrà argomentare che la forza nel mondo globalizzato è oggi frammentata e articolata in diverse mani “elitarie”, che il progresso ha cancellato la schiavitù, mentre la tecnologia ha ampliato enormemente le “armi” utilizzabili – aldilà delle chimiche, batteriologiche, nucleari e neutroniche – sino a renderle talmente raffinate da essere capaci di sopraffare il nemico senza privarlo della sua esistenza e senza arrecare serio danno materiale a ciò che esiste. La guerra economico-finanziaria ne è un tipico esempio.

Tutto questo è talmente vero che sono divenute “armi” nelle mani dei gruppi di potere anche codici informatici, ovvero, software, in grado di puntare un titolo sul “mercato” e, simulando in frazioni di secondo transazioni ad alta frequenza, alterarne il valore istante per istante, attraverso il meccanismo della domanda e dell’offerta, e quindi manipolare il mercato a proprio piacimento. È divenuta subdola “arma”, la destabilizzazione di vaste aree sulle quali si nutrono interessi, sino a condurle alla guerra civile e a produrre profughi a casa propria, anch’essi utilizzati come strumento di attacco in piani egemonici inconfessabili, o semplicemente per forzare, attraverso le migrazioni da zone depresse, il contenimento dei salari.

Sono divenute “armi” d’élite, raffinati concetti di economia e di finanza che, attraverso il gioco di differenziali d’inflazione indotti in aree di libero scambio a valuta comune, possono affossare un’intera economia privilegiandone un’altra. Sono divenute evidenti “armi” d’élite, i cosiddetti prodotti finanziari derivati, strumenti d’attacco per governare i prezzi delle materie prime e degli alimenti e causare ad arte crisi locali di governi, banche ed istituzioni. Sono divenute “armi” d’élite, i debiti pubblici sovrani, lievitati attraverso gli interessi pagati da nazioni private della loro sovranità a favore di banche private, in modo tale che crisi indotte abbassino i tassi reali di crescita al punto da essere inferiori ai tassi reali di interesse gravanti sul debito, e così porre quelle nazioni in condizioni di “non sostenibilità del debito”, strumento primario per richiedere ad esse di piegarsi alle proprie volontà.

In tutti questi casi, si tratta di strumenti comunque tutti distruttivi, che permettono peraltro di mostrarsi ipocritamente amichevoli con il proprio vicino, considerandolo nel proprio intimo non un avversario da battere, cui stringere la mano a fine della lotta, ma un “inferiore” da sottomettere.

Le fosche visioni di “vaneggiatori” immersi in tesi complottiste vanno contrastate non con la forza delle armi, vecchie e nuove, ma attraverso i comportamenti, il buon esempio, l’intelligenza, l’educazione, la correzione. È di questo che ha bisogno il mondo globalizzato, se l’umanità vuole fare un salto di qualità verso una nuova fase evoluta della storia. In alternativa, non potrà che esserci che “pianto e stridor di denti” generale, salvo ovviamente che per un esiguo numero di “umani”, per le fortunate, forti e potenti élite.

Rocco Morelli
direttore scientifico Associazione Ambiente e Società

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY