La repubblica moribonda

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Sosteneva Ilvo Diamanti, noto saggista, sociologo e politologo, nonché firma del quotidiano La Repubblica, in un significativo articolo del 2013 che “i politici della Prima Repubblica, erano incomprensibili. Il linguaggio era fatto apposta per non essere compreso. Se non da loro. Al loro interno. Messaggi cifrati. Obliqui. Paralleli. I cittadini, d’altronde, non se ne occupavano troppo. I discorsi politici e dei politici: non li interessavano. Tuttavia, la società non era estranea al contesto politico”. Dunque quel linguaggio contorto e controverso, criptico e sibillino, era lo specchio dei tempi.

Tempi deformanti e deformati secondo alcuni, tanto che l’Italia è dovuta passare attraverso gli anni di piombo e Tangentopoli per liberarsi da quel peso, da quel macigno. Ma non c’è mai stata una vera catarsi, siamo passati dal tunnel al cielo aperto senza un intermezzo, tanto che lo stesso Diamanti, in quello stesso articolo, sosteneva che “oggi da almeno vent’anni: la scena è cambiata. I politici sono impopolari come prima, più di prima. Ma nessuno si fa scrupolo a dirlo. Neppure i politici. I quali si fanno schifo e se lo dichiarano reciprocamente”.

E così siamo passati dalle “convergenze parallele”, dal congresso del “preambolo”, il “compromesso storico”, Caf e alleanze come Taxi, all’esibizione del chi “ce l’ha duro”, “Forza gnocca”, con corollario di “Cavalieri arrapati” per finire con i “Vaffa” di Beppe Grillo e con gli spot del premier, tarati sui 140 caratteri di Twitter. Un segno dei tempi certo, ma non solo quello. Perché nel passaggio dalla Prima Repubblica alla Terza, quella di oggi diciamo, non c’è stata solo una degenerazione del linguaggio, ma del sistema stesso, del meccanismo che regola l’orologio della politica. E’ come se si fosse inceppato e nessuno fosse in grado di farlo ripartire. Anzi, nessuno vuol farlo ripartire. Segnando sempre la stessa ora, la classe politica ha annullato il passare del tempo, autoalimentando se stessa. Almeno sino a quando tutto ciò farà comodo a chi ha in mano lo strumento adatto per sbloccare l’ingranaggio.

E dunque la logica delle maggioranze variabili, non nuova come modello, ma nuovissima nella sua applicazione, che vede il gruppo di Denis Verdini sostenere il governo dopo aver lasciato Forza Italia, è il vero figlio di questi tempi. Incerti e straordinari per alcuni aspetti. Incerti perché l’agenda politica sta squadernando appuntamenti importanti, come il dibattito sulle Unioni Civili che ha visto il ritorno in piazza della gente ( troppo presto per dire se si tratta di un ritorno alle pulsioni delle idee o se è solo un fuoco vacuo), con il serio rischio di passare dal confronto allo scontro. Senza scordare il tema dell’immigrazione, per finire con l’economia, sempre più incerta e zoppicante. Straordinari perché siamo davvero all’inizio di un tornante della storia che può cambiare il Paese.

E proprio per questo occorrono ragionamenti chiari, messaggi decifrabili da tutti, e non giochi di parole. Uno su tutti: «stepchild adoption». Tradotto letteralmente significa “adozione del figliastro”. Dirlo in italiano no? Perché barare con il lessico? Amarcord della prima Repubblica o un modo per nascondersi dietro a un dito? Forse entrambe le cose. Un po’ come avviene con Verdini e il sostegno al governo. Ala vota a favore ma non è in maggioranza, collaterale al Pd non ma non organico. Dunque tutto e il suo esatto contrario. E’ questa la nuova politica, peraltro inaugurata dal Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano? Probabilmente sì, e dovremo abituarci in fretta, dato che il vero partito di maggioranza relativa è l’astensionismo, ovvero coloro che restano a casa e non vanno a votare. Al massimo tifano per l’antipolitica, quella a prescindere.

Eppure la politica continua a parlare come se fosse nella Prima Repubblica, ragionando seguendo gli schemi della Terza, cioè quella di oggi. All’indomani del voto sulla riforma costituzionale, a Palazzo Madama sono state rinnovate le presidenze di commissione, ed è subito scoppiato il “caso Verdini”. Il nuovo gruppo Ala, formato dall’ex braccio destro di Berlusconi, ha conquistato, con i voti della maggioranza, tre posti da vicepresidente. Le opposizioni e la minoranza anti-renziana del Pd hanno aperto il fuoco delle polemiche: “Prendiamo atto dell’ingresso di Ala in maggioranza”, dice il capogruppo di Forza Italia, Paolo Romani. Sulla stessa linea il bersaniano Roberto Speranza: “Renzi ci dica se esiste una nuova maggioranza politica che sostiene il governo”, tuona. In caso affermativo, prosegue Speranza, “si apra un dibattito pubblico e in Parlamento”. Che non avremo mai, probabilmente.

Però continueremo a far scorrere fiumi di parole per dire che la Prima Repubblica era criptica, mentre questa è quella della velocità e dell’innovazione. Resta un dato ineluttabile. I politici del compresso storico e delle convergenze parallele parlavano fra loro e non agli elettori, ma portavano a casa i risultati. Oggi la eletti e governanti parlano, fintamente, alla gente. Ma i risultati , se pochi e ondivaghi, non si vedono. Come le convergenze parallele…..

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