Il bluff sul lavoro femminile

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Il nuovo rapporto Istat sul “Benessere Equo e Sostenibile” ha riportato, tra le altre cose, due novità importanti per quanto riguarda la condizione delle donne, e cioè che ci sono più donne nel mercato del lavoro, con un balzo in avanti del tasso di occupazione dal 47 al 50,3%, e più donne nei luoghi decisionali dell’economia e della politica. Ma se questo è vero in linea generale, scendendo di più nello specifico il rapporto si premura di fare qualche distinguo. Pur registrando, infatti, un aumento in termini percentuali, la partecipazione femminile nel mercato del lavoro rimane su uno dei livelli più bassi in Europa, tant’è che, per colmare il gap tra i due sessi, si calcola che a lavorare dovrebbero essere almeno 3 milioni e mezzo di donne in più.

E se è vero che le donne lavorano di più, è altrettanto vero che nella maggior parte dei casi ciò dipende dagli effetti della c.d. legge “Fornero” che ha innalzato sensibilmente l’età pensionabile rinviando di diversi anni l’uscita dal lavoro di molte lavoratrici. Non a caso, sempre l’Istat, rispetto ai dati sul secondo trimestre 2015, afferma che a crescere in occupazione è soprattutto la fascia di età over 50, mentre le donne più giovani continuano a perdere inesorabilmente terreno. Così dicasi per le donne nei luoghi decisionali della politica e dell’economia, l’aumento c’è ma non avviene a tutti i livelli e per tutte le figure professionali, soprattutto quelle di più alto profilo.

Le donne, lo sappiamo, a parità di lavoro sono pagate di meno, sono più esposte al part-time involontario e alla precarietà e hanno meno possibilità di fare carriera anche in presenza di una maggiore formazione: nelle procedure concorsuali e selettive le donne ottengono, in media, performance migliori rispetto agli uomini. Di carriera e ruolo delle donne, nel caso di specie nel settore della ricerca, si è parlato anche al recente convegno organizzato dalla FIR Cisl, Federazione Italiana Ricerca, e dalla responsabile del Coordinamento donne della stessa Federazione dott.ssa Raffaella Galasso. Riprendendo i dati pubblicati nel volume “Portrait of a Lady” dell’Istituto di ricerca sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr, nel nostro Paese le occupate nella ricerca sono il 38%, il 21% nelle imprese di settore e arrivano al 44,2% nel comparto pubblico (40% dato medio Europa a 27). Ma se al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro le ricercatrici si spingono fino al 48%, salendo nella carriera esse scendono fino al 24%. Nei ruoli di direzione, poi, diventano ancora meno, sotto il 17%.

In Italia, come abbiamo visto, dunque, l’occupazione femminile nella ricerca si concentra prevalentemente nelle strutture pubbliche e ciò è dovuto in gran parte alla certezza di poter usufruire di diverse garanzie e tutele come la maternità e la parità di accesso al lavoro. Dal 2000 in poi le ricercatrici sono cresciute di circa 10 punti percentuali. Il quadro diventa però meno positivo, come dicevamo, se si volge lo sguardo alla loro presenza nelle posizioni apicali. Anche qui, come lo è stato fino a qualche anno fa per i consigli d’amministrazione delle società, è molto difficile che qualcosa si muova in maniera autogena, e non bastano i proclami, i consigli e le sollecitazioni. Certamente, resta fondamentale parlarne e discuterne perché si tratta principalmente di un fatto culturale che si è consolidato negli anni in forma “granitica” e quindi ha bisogno di una capillare opera promozionale e di sensibilizzazione, ma questo processo va necessariamente accompagnato da una cornice giuridica d’impatto che dia una scossa all’immobilità del sistema.

Come donne della Cisl, riteniamo, pertanto, che la strada maestra da seguire sia anche quella legislativa. La legge 120/2011 sulle quote nei cda relative alla differenza di sesso, da noi a suo tempo sostenuta, “docet”; nelle società quotate i consiglieri donna sono arrivati a rappresentare il 27,4% (dati Consob) con un aumento del 21%. Un risultato straordinario se consideriamo che la Banca d’Italia non molto tempo prima aveva stimato in almeno 50 gli anni occorrenti per raggiungere quota 30%.

 

Liliana Ocmin

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