San Giovanni Bosco, la restaurazione cristiana dell’umana società

Il "carisma dell'allegria" nella Torino di metà '800, fra i ragazzi disagiati di una società in via di sviluppo

ULTIMO AGGIORNAMENTO 1:51

Era un “portatore sano” del messaggio evangelico, sempre “gioioso, accogliente, nonostante le mille fatiche che lo assediavano quotidianamente”. Così Papa Francesco parla di San Giovanni Bosco, un uomo che fin dalla tenera età ha combattuto e sofferto. In questi giorni di coronavirus ne chiediamo l’intercessione ricordando il suo tenace impegno nel soccorrere i malati di colera contagiati dall’epidemia che ha afflitto Torino per quattro mesi a partire dall’estate del 1854. Giovanni Bosco, nato a Castlenuovo d’Asti nel 1815, patisce a soli 2 anni la perdita del padre che muore a seguito di una grave polmonite all’età di 33 anni lasciando una famiglia composta da 5 persone. Con l’esempio di vita cristiana di sua madre Margherita riesce a superare quella dura prova e le difficoltà quotidiane in un periodo dove molti periscono per fame e malattie.

Il sogno

A 9 anni ha un sogno che egli stesso definisce “profetico”: si trova in un cortile attorniato da ragazzi che ridevano, giocavano e addirittura bestemmiavano; tenta di farli desistere aggredendoli con pugni e parole, ma appaiono prima Gesù e poi la Vergine che lo invitano a guadagnarsi quegli amici “non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità”. Solo così li avrebbe istruiti “sulla bruttezza del peccato e la preziosità della virtù”. Da quel momento inizia a comprendere a cosa il Signore lo chiama. Nella prima adolescenza già si spende per avvicinare i ragazzini alla preghiera e all’ascolto della Messa imparando i giochi di prestigio e le acrobazie dei saltimbanchi e attirando con questi espedienti coetanei e contadini, i quali venivano da lui invitati a recitare il rosario e la Parola di Dio.

Il seminario

Per pagarsi gli studi a Chieri lavora come sarto, cameriere, stalliere, falegname, calzolaio, fabbro. A scuola crea la “Società dell’Allegria”, attraverso la quale, in compagnia di alcuni giovani, tenta di far conoscere Gesù ai coetanei, sempre attraverso attività ludiche. Studente meritevole e con incredibili capacità mnemoniche viene notato da un sacerdote, San Giuseppe Cafasso, che lo indirizza al seminario. Ordinato presbitero nel 1841 svolge con passione il suo apostolato a Torino nella chiesa di san Francesco d’Assisi tra i giovani più poveri, incontrati in strade, cantieri e carceri, spesso trasferitisi dalle campagne alle città e disorientati dal processo di industrializzazione.

La gioia, un dono di Dio

Tre anni dopo, ispirato da San Filippo Neri, fonda il primo oratorio, intitolandolo a San Francesco di Sales, e di seguito dà vita all’opera che diventerà la Società Salesiana per la gioventù maschile e l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (insieme alla Santa Maria Domenica Mazzarello) per quella femminile. Il metodo che contraddistingue il santo sacerdote è sempre quello di accogliere non solo i ragazzi che spontaneamente si presentano da lui, ma di raggiungerli direttamente dove risiedono. Con il suo stile incentrato su ragione, religione e amorevolezza accompagna adolescenti e giovani alla riflessione, all’incontro con Cristo e i fratelli, all’educazione della fede e alla sua celebrazione nei sacramenti oltre che all’impegno apostolico e professionale. Un altro aspetto determinante è il “carisma dell’allegria” che il suo discepolo San Domenico Savio così sintetizza: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”. Infatti, il cristianesimo è autenticamente “lieto annuncio” ossia sorgente di felicità e ottimismo “nel tempo e nell’eternità”, come lui stesso spiega: “La gioia è un dono di Dio, la più bella creatura uscita dalle mani di Dio dopo l’amore”.

Sospinto dalla carità

Papa Pio XI, proclamandolo santo nel 1934, riassume in tal modo il suo fervore cristiano e le “tante e sì grandi e benefiche opere intraprese con sagace intuito delle necessità del nostro tempo, e il più delle volte condotte a termine nonostante la contrarietà e le contraddizioni del secolo, unite coll’esercizio eroico di tutte le virtù, al cui splendore si aggiungeva quello dei doni soprannaturali delle estasi, della scrutazione dei cuori, delle profezie, delle visioni e dei miracoli, di cui Dio aveva arricchito il suo Servo, resero universale l’opinione che, per provvidentissima disposizione divina, allo scopo di promuovere la restaurazione cristiana dell’umana società, deviata dal sentiero della verità, Dio avesse appunto inviato Giovanni Bosco, l’uomo cioè che, di umili natali, ignoto e povero, senza alcuna ambizione e cupidigia, ma sospinto dalla sola carità verso Dio e verso il prossimo, zelantissimo della gloria di Dio, benemerentissimo della civiltà e della religione, riempì il mondo del suo nome”. E infatti il mondo deve tanto a San Giovanni Bosco (che in vita ha fatto tanto anche nel campo dei diritti dei lavoratori e della tutela sindacale) e alla sua pedagogia ispirata a un approccio educativo preventivo e mai repressivo, che grazie alle missioni salesiane oggi si occupa di corpo e spirito delle giovani generazioni quasi in ogni angolo della Terra. La “mission”, impegnativa ma fondamentale soprattutto nella nostra epoca, si basa sulla semplicità disarmante del santo che diceva: “Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, preghiera. È questo il grande programma per vivere felice, e fare molto bene all’anima tua e agli altri”.

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