Sieropositivo e consapevole untore di 30 donne: aperto il processo contro Valentino Talluto

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:35

“Interesse sociale del dibattimento in oggetto”: questa la motivazione posta dal magistrato e presidente della terza Corte d’Assise di Roma, Evelina Canale, sulla decisione di celebrare a porte aperte il processo nei confronti di Valentino Talluto, il 32enne di Acilia che, pur consapevole della sua condizione di sieropositivo, è accusato di aver intrattenuto rapporti sessuali non protetti con almeno trenta donne. All’uomo, detenuto presso il carcere di Rebibbia dal novembre 2015, vengono contestati 57 diversi episodi tra contagi diretti (ovvero i rapporti avuti con le 30 vittime coinvolte) e indiretti (tra i quali un bambino e tre compagni di donne già infettate), con l’aggravante di aver agito per futili motivi. L’accusa che grava su di lui è di epidemia dolosa e lesioni gravissime. E’ stata dunque respinta la richiesta di un processo senza pubblico né stampa avanzata dall’avvocato Irma Conti, il legale chiamato a rappresentare 17 delle 30 donne contagiate dall’imputato, costituitesi parte civile assieme alla onlus “Bon’t worry” e “Differenza donna”. Respinta, inoltre, anche la richiesta da parte della difesa di garantire un rito abbreviato al 32enne.

La storia

L’inizio della vicenda risale a oltre dieci anni fa, nel 2006, quando, utilizzando sotto pseudonimo alcune piattaforme di interscambio web e altre chat, Talluto avrebbe contattato e successivamente conosciuto numerose donne, con le quali avrebbe insistito per intrattenere esclusivamente rapporti non protetti, anteponendo in ogni occasione differenti pretesti per non utilizzare appropriati metodi contraccettivi, nonostante fosse a conoscenza della sua positività al virus dell’hiv (a partire dal 2006, come ammise in fase d’interrogatorio un anno fa). Secondo i dati dell’inchiesta, almeno altre 20 persone sarebbero riuscite a non contrarre infezione. Il procedimento d’inchiesta a carico di Talluto, aperto dal pm Francesco Scavo, è stato avviato a seguito della denuncia di una delle sue vittime (nonché sua ex compagna per quasi tre anni e sempre rimasta all’oscuro del suo stato) che, ai microfoni di LaPresse, ha lanciato un appello in corrispondenza dell’apertura del processo contro il suo untore: “Il sesso va fatto consapevolmente. Bisogna proteggersi e proteggere, non basta guardarsi in faccia. L’hiv non ce l’hai negli occhi”.

Quello allestito a partire dal 2 marzo nell’aula bunker di Rebibbia, è il primo procedimento giudiziario in Italia per epidemia dolosa a carico di una persona sieropositivo all’hiv.

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