Ritirata la T-shirt che incita al femminicidio

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:48

Le due unità poste erroneamente in vendita in un unico punto vendita di Roma, appartengono ad un lotto che non avrebbe dovuto essere commercializzato“. E comunque “a seguito della segnalazione ricevuta nella giornata di ieri tramite social, Carrefour Italia ha immediatamente provveduto al ritiro delle magliette e contemporaneamente avviato una indagine interna per comprendere le dinamiche dell'accaduto”. Con queste spiegazioni e le scuse Carrefour Italia ha cercato di chiudere la polemica che si era aperta per una maglietta messa in vendita che incitava al femminicidio. La t-shirt incriminata rappresenta su sfondo blu due figure stilizzate: un uomo e una donna. Nella prima scena la donna strilla nelle orecchie dell'uomo. Nella seconda scena, si vede lui con il braccio teso (a simboleggiare una spinta) e lei che precipita nel vuoto. Sotto, l'incredibile scritta in inglese: Problem solved, vale a dire “problema risolto”. 

La protesta

A far esplodere il caso ieri sono state alcune parlamentari del Partito Democratico. Un fatto definito “gravissimo” dalla senatrice del Pd Valeria Fedeli, capogruppo in commissione diritti umani. “È gravissimo che un'azienda produca magliette che incitano al femminicidio. Ancora più grave che una nota catena di supermercati si metta a disposizione per distribuirle”, scrive sui social. “In un Paese dove ogni 72 ore una donna viene uccisa – ammonisce – la mercificazione di una tragedia di queste dimensioni è un fatto intollerabile”. La senatrice ha inoltre chiesto l'immediato stop alla vendita e alla produzione: “L'azienda Skytshirt fermi subito la produzione e Carrefour Italia ritiri immediatamente il prodotto dai propri negozi”. Oggi, la risposta di Carrefour, vale a dire un errore isolato, che però non convince i più. La Casa internazionale delle Donne ha così rivolto un appello sui social, diventato virale, per invitare tutti ad inviare una email di protesta alla catena di supermercati. 

I dati

Gli ultimi dati Istat, relativi ai primi sei mesi del 2019, parlano chiaro: quasi 7 milioni di donne italiane dai 16 ai 70 anni hanno subito almeno una volta nella vita una forma di violenza (20,2% violenza fisica, 21% violenza sessuale con casi nel 5,4% di violenze sessuali gravi, come stupro e tentato stupro). Numeri sconvolgenti se si considera che a praticare le violenze siano stati nel 5,2% dei casi l’attuale partner e nel 18,9% dei casi un ex partner. Per quel che riguarda il femminicidio, i dati Istat del 2017, rilevati su 23 Stati dell’Unione Europea, riportavano 123 vittime in Italia. Nell’80,5% dei casi il femminicidio è avvenuto per mano di persone che conoscevano la vittima (di cui il 43,9% dei casi, per mano di partner attuali o precedenti). Secondo i dati del Censis, in un anno, tra il 1 agosto del 2017 e il 31 luglio del 2018, sono state 120 le vittime di femminicidio in Italia. Mentre è ancora in divenire il triste elenco del 2019. E gli avvocati matrimonialisti (Ami) lanciano l'allarme: “Da quando è stato varato il Codice Rosso, le donne che continuano ad essere uccise sono tantissime: una media di una ogni due giorni. La legge è un segnale culturale ma, senza investimenti, non risolve i problemi“, dice il Presidente dell'Ami Gian Ettore Gassani, su Ansa, in occasione del convegno “Se fa male non chiamarlo amore, luci ed ombre del codice rosso e della rete” che si è tenuto lo scorso 11 ottobre a Roma. “Il Codice Rosso non potrà mai portare davvero risultati se i centri antiviolenza chiudono e se la pianta organica dei magistrati vede una carenza di almeno 2 mila unità”, evidenzia Gassani. “Le procure – conclude – sono senza magistrati”.

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: [email protected]
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.