Chi sono i martiri romeni che il Papa sta per beatificare

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La beatificazione dei sette vescovi greco-cattolici martiri del regime comunista sarà uno dei passaggi cruciali del viaggio apostolico di Papa Francesco in Romania. Domenica 2 giugno il Pontefice sarà a Blaj, nella regione della Transilvania, dove celebrerà la Messa per la loro beatificazione, in rito bizantino, presso il “Campo della Libertà”. La liturgia avverrà nel segno di quell’ecumenismo del sangue che unisce le Chiese cristiane dell’Est Europa che ancora portano i segni di decenni di persecuzioni perperpetrate dai governi che rientravano nell’orbita sovietica. La furia del comunismo romeno però si concentrò con maggiore efferatezza contro i cristiani fedeli alla Chiesa di Roma, l’obiettivo era quello di far passare tutta la minoranza cattolica alla Chiesa ortodossa locale che, essendo autocefala, poteva essere più facilmente controlla ed eterodiretta dai vertici del partito. I cattolici erano visti invece come la quinta colonna del mondo occidentale. Le pressioni, che poi si acuirono fino a diventare sanguinose persecuzioni, iniziarono non appena finita la seconda guerra mondiale, ovvero quando si comprese che i carri armati sovietici non si sarebbero mai ritirati dal suolo della Romania. Nel 1947 fu deposto il re Michele I e nel ’48 fu fondata la Repubblica Popolare Romena; nel frattempo il sistema del socialismo reale ateista stringeva la sua morsa intorno a tutte le confessioni cristiane, infatti sempre nel 1948 la Chiesa greco-cattolica venne soppressa con un decreto legge e fu espropriata di tutti i suoi beni. Le scuole cattoliche furono poste sotto il controllo del ministero della Pubblica Istruzione, mentre le proprietà ecclesiastiche passarono sotto il ministero delle Politiche agricole.

Il martirio dei cattolici

In una recente intervista a VaticanNews, mons. Claudiu Pop, vescovo di Curia dell’Archieparchia Maggiore della Chiesa Greco-Cattolica di Romania, ha raccontato quale fu la scelta davanti la quale fu messo il clero cattolico: “Quando il comunismo è arrivato in Romania, il primo tentativo è stata la proposta di lasciare la fede cattolica e passare alla Chiesa ortodossa. Quando si resero conto che nessuno di loro era disposto a cedere, sono passati alle maniere forti e hanno imprigionato tutti i vescovi […]. E anche lì sono continuati i tentativi di convincerli. Vedendo che anche questi tentativi, nonostante un periodo di perdita della libertà, non andavano in porto, sono passati alle maniere forti”. I pastori che saranno beatificati domenica decisero di restare in comunione con Roma accettando consapevolmente un lungo martirio fino alla fine dei loro giorni. Questi sono Vasile Aftenie (1899-1950), vescovo titolare di Ulpiana e vescovo ausiliare dell’Arcieparchia di Alba Iulia e Făgăraș; Valeriu Traian Frenţiu (1875-1952), vescovo di Oradea; Ioan Suciu (1907-1953), amministratore apostolico dell’Arcieparchia di Alba Iulia e Făgăraș; Tit Liviu Chinezu (1904-1955) vescovo ausiliare dell’Arcieparchia di Alba Iulia e Făgăraș; Ioan Bălan (1880-1959), vescovo di Lugoj; Alexandru Rosu (1884-1963), vescovo di Maramureș e Iuliu Hossu (1885-1970), vescovo di Cluj Gherla. Tutti subirono orrende torture e un regime carcerario durissimo che li portò alla morte. Per alcuni di loro non fu nemmeno celebrato un regolare processo e di conseguenza non fu mai emessa una condanna. Inoltre, come nel caso di Vasile Aftenie, i loro riti funebri furono celebrati in gran segreto e inizialmente sui luoghi di sepoltura non fu possibile mettere alcun segno religioso.

Vietato riportare la parola “Dio”

Sopravvissero alcuni piccoli focolari animati dal clero cattolico e nei decenni successivi ad un ristretto numero di giovani romeni fu consentito di formarsi in seminario per diventare sacerdoti, tuttavia a decidere quanti avrebbero potuto rispondere alla chiamata vocazionale erano dei commissari politichi che controllavano l’attività della Chiesa. La furia ateista ovviamente colpì anche migliaia di laici sia cattolici che ortodossi e portò alla rimozione delle fede anche in ambito culturale, in molti libri di testo scolastici fu persino vietato riportare la parola “Dio”. Non a caso Papa Fracesco nell’incontro di venerdì con il patriarca Daniel ha parlato di “fraternità di sangue precede e sostiene i cristiani”. “Qui, come in tanti altri luoghi ai nostri tempi, – ha detto il Santo Padre  – avete sperimentato la Pasqua di morte e risurrezione: tanti figli e figlie di questo Paese, di varie Chiese e comunità cristiane, hanno subito il venerdì della persecuzione, hanno attraversato il sabato del silenzio, hanno vissuto la domenica della rinascita”. “Quanti martiri e confessori della fede! – ha proseguito Francesco – Molti, di diverse confessioni, sono stati in tempi recenti l’uno accanto all’altro nelle prigioni sostenendosi a vicenda”. Oggi la comunità cattolica rappresenta circa il 6% della popolazione romena ed è composta da due rami diversi: quello romano-cattolico di rito latino, con circa un milione di fedeli e con sede metropolitana a Bucarest; e la comunità greco-cattolica di rito bizantino romeno, animata da circa 200mila fedeli, con sede metropolitana a Blaj, in Transilvania. Le due Chiese sono organizzate ciascuna in sei diocesi e i vescovi sono riuniti in una unica Conferenza episcopale.

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