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Ucraina: gli aiuti dalla Romania della fondazione “Aiutiamoli a vivere”

L’Osservatore Romano racconta la vita dei rumeni al confine con l’Ucraina dove si respira “aria di paura” e si svolgono le esercitazioni ogni giorno. E il viaggio in Ucraina, passando per la dogana di Siret, del camion con gli aiuti alimentari e le medicine per gli ucraini di Yeshina organizzato dai volontari della “Fondazione aiutiamoli a vivere”. Il racconto in prima persona è di Stefano Cimicchi, ex sindaco di Orvieto e volontario della fondazione.

In viaggio dalla Romania all’Ucraina per aiutare la popolazione

Suona la sirena dell’allarme, si gela il sangue. Siamo a Roman, città dell’est della Romania, non lontano da Moldavia e Ucraina, nel convento delle suore missionarie dello Spirito Santo. Stiamo salutando suore e frati conventuali al termine della missione. Dopo un attimo di sconcerto i nostri amici chiariscono quanto sta succedendo in Romania, soprattutto nelle città vicino alla frontiera, dove si svolgono le esercitazioni ogni giorno. Qui si respira aria di paura. Siamo anche vicini alla Transnistria, un territorio conteso. Il gruppo della Fondazione «Aiutiamoli a vivere» (Fav) è composto da otto persone e guidato dal presidente Fabrizio Pacifici, che è alla sedicesima missione con una storia alle spalle fatta di oltre centocinquanta comitati locali che producono aiuti ma anche progetti e soprattutto un approccio sperimentato da più di trent’anni e rivolto ai bambini. Giovanissimi che vengono ospitati in Italia, soprattutto se escono da traumi bellici oppure ambientali (Chernobyl) ma anche adozioni definitive per gli orfani dei numerosi “internati” che esistono nell’est Europa. La base è costituita dalle strutture dei frati minori conventuali della provincia della Romania dove padre Giorgio e padre Lucian ci hanno accolto insieme alle suore missionarie dello Spirito Santo.

Da Roman partono i furgoni con i materiali per le città di Yasinia, Boryspil, Kyiv e Uzhhorod, in Transcarpazia. Non stiamo parlando di un convento come si intende normalmente: i frati hanno una fondazione che svolge attività assistenziali (soprattutto rivolte ai bambini rom) e formative e si autosostengono grazie a una fabbrica di mattoni e a un’azienda agricola con 58 mucche da latte. La Fav sta finanziando un trattore nuovo per l’azienda agricola e studiando uno sbocco più redditizio al latte attraverso la caseificazione. Produrre formaggio significa attrezzature, formazione, scelte operative e commerciali (ci sono partner italiani che aiutano questo progetto). La fattoria è grande e si può realizzare un modello virtuoso anche perché i frati e le suore sono giovani e intraprendenti. In un articolato rapporto con i laici possono creare valore, dare posti di lavoro e svolgere un ruolo educativo. Si può fare. Basta convincere le gerarchie che tutto questo patrimonio accumulato nel tempo non può essere abbandonato ma va valorizzato. Le energie ci sono. Si torna indietro con la memoria al ruolo dei conventi benedettini nella costruzione dell’Europa: va sostenuto un nuovo “stile di vita cristiano” a partire da come affrontare il problema del calo delle vocazioni, senza chiudersi in se stessi ma reagendo e affrontando il mare aperto della società civile.

La Fondazione «Aiutiamoli a vivere»

Gli aerei non volano o volano poco quindi si va in pulmino; la chimica è naturale, ognuno ha una battuta, un ricordo oppure una sfida da vincere. Così Alberto, il sindaco di Campagna Lupia, in Veneto, all’inizio un po’ timido si dimostra lucido e sagace insieme a Flavio che è il presidente del comitato Fav del suo paese. Paolo e Sara, rispettivamente di Argenta e di Bergamo, sono dei veri animatori. Il più anziano è Lino che per la sua barba sembra davvero un frate: ha 83 anni ma non li dimostra e racconta cose che vorremmo aver ascoltato davanti a un camino acceso con un bel bicchiere di vino in mano. E c’è Enrico al quale mi legano comuni radici essendo lui nato a Prodo, vicino a Orvieto, la mia città. Si diverte a sentirmi parlare in dialetto, quel dialetto che lui ha nella mente e non più nella lingua. Aiuta il presidente Pacifici, una colonna portante e memoria storica della fondazione.

Ho fatto tanti viaggi con tante persone diverse ma questo è veramente speciale; qui si capisce l’importanza e la ricchezza del volontariato. La formula che Fabrizio ha inventato con il francescano di Terni, padre Vincenzo, è semplice e geniale. Un centro, un’associazione e tanti comitati locali che contribuiscono democraticamente all’attività dell’«Aiutiamoli a vivere». Tante teste, ma un solo imperativo: aiutare, salvare bambini, famiglie che soffrono, creare infrastrutture per non correre il rischio di assecondare solamente il proprio egoismo.

Il viaggio in Ucraina

Entriamo in Ucraina, passiamo per la dogana di Siret dove si respira subito un’aria diversa, le strade peggiorano. Arriviamo a Boryspil e veniamo accolti dalle suore missionarie dello Spirito Santo, giovani, simpatiche. Scarichiamo il furgone con gli aiuti alimentari e le medicine facendo una catena umana. Foto di gruppo, cena e a letto, poiché il giorno dopo faremo un’altra tappa importante e lunga passando per Kyiv. Durante la cena discutiamo con padre Nicola, ucraino, che ha studiato al Seraphicum di Roma. Non abbiamo dubbi, siamo dalla parte giusta. Fabrizio racconta lo stato d’animo degli italiani: se qualcuno avesse avuto qualche perplessità e fosse stato con noi in quel luogo e in quella discussione si sarebbe convinto. Difendendo l’Ucraina difendiamo l’Europa e dunque noi stessi.

Gli aiuti andranno direttamente a Yashina: lì c’è un ospedale che vedrà uno degli interventi della fondazione per la realizzazione di un reparto altamente specializzato per la riabilitazione. Ci troviamo di fronte a un dramma senza fine; una delle esigenze più urgenti è disporre di protesi; come in ogni guerra ci sarà bisogno di ri-costruire nel corpo e nella mente.

Passiamo per Kyiv e il nostro cuore sprofonda nella commozione. La simbologia ci propone strutture architettoniche da metropoli, attraversata da un grande fiume, il Dnepr. Il momento più toccante è a Piazza Maidan con la sua stesa di bandierine gialle e celesti che indicano i caduti in questa assurda guerra. La piazza è vuota, si vedono solo persone anziane, donne e pochissimi bambini; gli unici giovani che si notano in giro sono feriti, claudicanti, segnati dalla battaglia. Partiamo per Uzhhorod silenziosi ed emozionati per aver toccato uno dei punti maggiormente simbolici di questo immenso Paese. A Uzhhorod discutiamo di sanità e di agricoltura. La notte la passiamo in viaggio per rientrare a Roman; ci aspetta il ritorno alla base. Padre Lucian e padre Giorgio ci infondono sentimenti di fiducia e coraggio. Ricominciamo a parlare di mucche e di formaggio. Non possiamo lasciarli soli, non lo faremo (di Stefano Cimicchi, ex sindaco di Orvieto).

Da: L’Osservatore Romano

redazione

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